Frank Sinatra e l’America: un racconto

A volte un racconto ha la rara capacità di colpire non per i fatti straordinari che vengono narrati, e nemmeno perché al suo interno si faccia un uso particolarmente poetico della lingua. A volte un racconto ha la forza di usare fino in fondo l’arma della letteratura per rendere straordinario quello che nella realtà non lo era, per magnificare l’esperienza umana e riuscire a descrivere così bene qualcosa da arricchire di significati e riverberi anche gli avvenimenti più banali.

A mio parere ci è riuscito molto bene l’autore irlandese Niall Williams, che nel dicembre 2019 ha pubblicato sulla rivista statunitense The Atlantic un breve racconto autobiografico sulla volta in cui, da giovane emigrato europeo in America, si fece un’idea su quella nazione grazie a Frank Sinatra.

Si può dire tutto il bene e tutto il male di Sinatra: voce eterna e compare dei mafiosi, simbolo del Sogno americano e intrattenitore volgare, crooner raffinatissimo e cantore di ideali fin troppo pacchiani (qui un interessante excursus sul lato kitsch di un inno come My Way). Se però c’è un personaggio che, almeno per buona parte del Novecento, ha totalmente incarnato il concetto di star, di celebrità, di icona, di leggenda, di santo laico, quello è Sinatra.

Non è un caso che sia proprio lui il protagonista di questo pezzo che è insieme autobiografia e metafora, racconto di formazione e episodio quasi biblico nel suo rendere trascendente e magico anche il più semplice degli eventi.

A me è piaciuto molto.

Buona lettura.

 

Cosa mi ha insegnato Frank Sinatra sull’America

di Niall Williams

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Quando avevo 23 anni, arrivai per la prima volta in America con la mia futura moglie e mi stabilii nella sua città natale: Katonah, nello stato di New York. Ero un dublinese che conosceva gli Stati Uniti solo attraverso la loro letteratura, e la mia tessera da straniero residente descriveva perfettamente il mio sentirmi estraneo a quel luogo.

Il mio sogno era diventare uno scrittore, ma mi serviva un lavoro. Alla fine ne trovai uno che consisteva nell’aprire scatoloni di libri da Fox & Sutherland, il rinomato e storico negozio di libri, macchine fotografiche e dischi di Mount Kisco. Il reparto librario era sotto la giurisdizione di Herman Fox, un uomo di bassa statura sull’ottantina, che portava occhiali dalla montatura tonda e grandi scarpe nere. Per tutto il giorno il signor Fox vagava tra gli scaffali, raddrizzando libri e appoggiandosi ai suoi clienti. Esatto: appoggiandosi. Ti si aggrappava alla spalla per reggersi e, già che c’era, prendeva qualcosa dallo scaffale più vicino: “Questo non è affatto male”.

Nell’ambito di questa tattica, il preferito in assoluto del signor Fox era La democrazia in America di Alexis de Tocqueville. Ogni mattina il signor Fox piazzava qualche copia del libro su vari scaffali, quindi ce n’era sempre una a portata di mano. Durante la mia prima mattinata lì, forse dimenticando che ero un dipendente, mi prese il braccio e si fece portare verso uno scaffale. Prese la grossa edizione tascabile e la aprì all’altezza di quella che in seguito scoprii non essere una pagina a caso.

“Leggila ad alta voce”, mi disse.

“L’America è grande perché è buona, e se mai l’America cessasse di essere buona, cesserà di essere grande”.

Non fece commenti, ma accarezzò delicatamente la copertina, come se fosse la testa di un figlio prediletto.

A quei tempi, vendere libri aveva ancora un’aria di compravendita raffinata. Era commercio, certo, ma di idee e di linguaggio. Da Fox & Sutherland, molte famiglie avevano conti aperti e non pagavano mai in contanti. I prezzi non venivano menzionati, ma, sotto lo sguardo del signor Fox, venivano accuratamente annotati nei libri contabili. Attraverso una scelta allo stesso tempo illuminata e pragmatica, i dipendenti venivano incoraggiati a portarsi a casa qualsiasi libro volessero leggere, cosicché per me la libreria funse da università, permettendomi di leggere molto più di qualsiasi corso di studi.

Ma la compagnia dei libri non contribuì in alcun modo a rendermi un vero scrittore, e con il passare dei giorni la mia ambizione cominciava a mostrarsi per quello che era: un sogno giovanile.

Un pomeriggio d’estate entrarono insieme in libreria due uomini. Uno era robusto, con una camicia bianca e pantaloni color cachi, l’altro più basso, con una camicia azzurra e un cappellino da baseball abbassato sulla fronte. Alice, una collega, fu la prima a rendersi conto di chi fossero. Venne alla cassa e mimò con le labbra: “Frank Sinatra”.

Quasi in un istante, tutti nel negozio lo sapevano: il tizio bassino col cappello da baseball era Frank Sinatra. Al reparto dischi, il personale ne onorò la presenza mettendo su Songs for Swingin’ Lovers.

Il disco suonava dagli amplificatori. L’uomo col cappellino da baseball non reagì. Rimase concentrato sugli scaffali mentre la sua stessa voce si diffondeva ovunque intorno a lui. L’uomo che gli stava accanto era Robert F. Wagner, il tre volte sindaco di New York.

Ora, non sono sicuro se il signor Fox capì immediatamente chi fossero quei due. Quello che però capì era che avevamo un cliente con tre edizioni rilegate sotto il braccio. Il signor Fox mi fece cenno di andare a prendere i libri in modo che il cliente non dovesse tenerli da solo.

A Dublino, quando non ascoltava Pavarotti, mio padre ascoltava Sinatra. Si sedeva da solo nel piccolo tinello e metteva su la sua musica. Non mi disse mai che avrei dovuto smettere di ascoltare Bob Dylan; non mi disse mai: “Quello non è cantare, questo sì”, né faceva trasparire in altro modo come la musica gli toccasse l’anima, ma io lo sapevo.

Quindi nel momento in cui percorsi quella breve distanza da Fox & Sutherland per prendere i libri, ne stavo percorrendo anche un’altra, enorme. Ne percorrevo una fatta di tempo e distanza, di geografia e generazioni, di padri e figli, e anche quella che separa l’essere Straniero e Americano. Nessuno mi sembrava più americano di Frank Sinatra.

“Glieli porto alla cassa, signore.”

Al suono della mia voce, il cappellino da baseball si inclinò in su – ero molto più alto – e lì vidi i suoi occhi. L’azzurro degli occhi di Sinatra era qualcosa che non avevo mai visto in vita mia. Nelle molte volte in cui ho raccontato questa storia, non sono mai riuscito a comunicare quanto fosse straordinario il suo sguardo, di come mi immobilizzò.

Lui fece spuntare un sorriso e mi passò le edizioni rilegate, poi proseguì tra gli scaffali. Non gli si avvicinò nessun cliente. C’ero solo io che andavo e venivo per prendere in consegna i suoi libri.

Il signor Fox era aggrappato alla cassa, e guardava i libri accumularsi. Alla fine però si avvicinò al cliente più famoso che fosse mai entrato nella sua libreria. Una volta arrivato da lui, gli afferrò il braccio e prese una copia della Democrazia in America dallo scaffale. Aprì la sua pagina preferita e lasciò che Sinatra la leggesse. Osservai mentre le parole facevano il loro effetto su di lui.

Sinatra ne prese tre copie, e poi portò il signor Fox, o il signor Fox portò lui, alla cassa. Infilai i de Tocqueville in una quarta busta. Li annotai nel registro contabile, che ormai si estendeva su diverse pagine. Per abitudine, avevo cercato sul Rolodex se ci fosse un conto a nome Sinatra, e non trovando nessuno, provai la surreale esperienza della mia mano che scriveva “F Sinatra” nella casella con il nome del cliente. Avevo stilato il conto e poi, sotto una certa pressione per il fatto di avere Ol’ Blue Eyes di fronte, aggiunsi le tre Democrazie. Il totale faceva più di 800 dollari, il più cospicuo acquisto di libri nella storia di Fox & Sutherland.

Non alzai lo sguardo; spinsi il conto lungo la cassa verso il cliente. Sopra di noi, Songs for Swingin’ Lovers suonava a ripetizione; in quel momento era il turno di “Too Marvelous for Words”.

Ciò che Frank Sinatra non fece fu allungare la mano verso il portafogli. Sembrò non venirgli in mente, come se i portafogli non facessero parte del suo mondo. Non guardò né fece il minimo gesto verso la linea tratteggiata accanto alla scritta “Firma del cliente”. Né il signor Fox gli fece alcun cenno al riguardo. Invece, fece un cenno a me e disse: “Li porterà lui alla vostra macchina”.

Poi, uscito fuori sotto un sole splendente, seguii i due uomini portando le quattro buste di libri.

Intanto, al negozio, il signor Fox stava già trasformando l’incontro in affari; era troppo un signore per discutere di soldi, ma non abbastanza per non guadagnarne. D’ora in avanti, avrebbe potuto scegliere qualsiasi libro e dire “Quello lo ha comprato Frank Sinatra”, e la magia di quella frase avrebbe funzionato. Avrebbe recuperato quegli 800 dollari, e anche di più.

Il sindaco aprì il bagagliaio immacolato di una Cadillac celeste, e io ci piazzai i libri. Il sindaco salì in macchina e accese il motore.

Poi Frank Sinatra si girò verso di me. Non mi aspettavo una mancia, né mi fu offerta. Non mi aspettavo nemmeno quello che successe subito dopo. Sinatra mi guardò. Guardò sul serio.

Fu uno sguardo che non ho mai dimenticato, e a cui ho spesso ripensato. Dentro c’era tutto ciò che non si potesse dire a parole su un ragazzino smilzo del New Jersey che aveva sognato, che un tempo era stato giovane come me, smilzo come me, e che ora era qui dall’altro lato che mi guardava, come se avesse saputo che anch’io avevo un sogno.

“Grazie, figliolo”, disse.

Per il ragazzo che ero allora, l’Irlanda era stata un angusto luogo di reclusione e divieti, ma nel parcheggio illuminato dal sole di Fox & Sutherland sentii una porta aprirsi, una porta che si spalancò ancora di più quando poi lessi anch’io La democrazia in America. De Tocqueville aveva viaggiato per il Paese quando aveva quasi la mia stessa età, e aveva identificato il caratteristico individualismo americano, l’autorizzazione che esso concedeva, la maniera in cui addirittura ti esortava a – in mancanza di un’espressione migliore – giocartela fino in fondo.

Quel fine settimana chiamai mio padre a Dublino.

”Tutto a posto?”

Non gli dissi che avevo iniziato a scrivere. Non gli dissi: “Diventerò uno scrittore”. I figli irlandesi non dicono queste cose ai loro padri, o almeno allora non lo facevano. Ma volevo dirgli che qualcosa era cambiato, così dissi: “Sai chi è passato in libreria? Frank Sinatra”.

La linea del telefono emise quel ronzio sottomarino che era lì a ricordarti che non eri solo molto lontano, ma addirittura in un altro mondo.

E poi mio padre espresse la natura lunga, ponderata e complessa della sua risposta in forma precisa.

”Eccola, l’America”, disse.

 

Questo racconto dell’autore irlandese Niall Williams è stato pubblicato su The Atlantic il 1 dicembre 2019.

Trad. italiana a cura di Guglielmo Latini. Qui la versione originale. Copyright: The Atlantic, Niall Williams. All rights reserved to the rightful owners. The material published here is only for educational purposes.

 

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