Ciao BoJack Horseman, e grazie di tutto

 

Vi ricordate i tempi in cui i cartoni animati erano roba per bambini? Probabilmente no, visto che è ormai da qualche generazione a questa parte che questa forma d’arte (e si potrebbe dire lo stesso del fumetto) ha trovato applicazioni che l’hanno fatta sconfinare dalla fascia d’età dei 3-11 anni.

I più cinefili potranno conoscere Fritz il gatto di Ralph Bakshi, che già nel 1972 portava sullo schermo, sotto forma di lungometraggio animato anti-Disney, il felino sboccato e sessuomane creato dalla fantasia malata del genio dei comics Robert Crumb. Poi, citando solo i più noti, ci sono stati ovviamente i Simpson, nati nel 1989, che partiti sulla tv via cavo (quindi libera da particolari restrizioni genitoriali) sono diventati un fenomeno di massa, ormai molto più accettato che agli esordi.

Negli anni Novanta è stato il turno di Beavis & Butthead, fattoni rockettari simboli di una certa era di MTV, e a fine decennio di South Park, che portava il politicamente scorretto a livelli mai visti prima. Poi ovviamente i Griffin, che hanno alzato l’asticella dei Simpson nella descrizione impietosa della tipica famiglia americana, e negli ultimissimi anni la fantascienza surreale e senza censure di Rick & Morty su Netflix.

Quello che però è sempre mancato a queste serie, anche a quelle più sofisticate e ben scritte, è stata probabilmente la capacità di andare oltre il registro comico per toccare argomenti che fossero “per adulti” non solo nel turpiloquio o nella rappresentazione del sesso, ma che si confrontassero con l’animo umano anche nelle sue sfaccettature più profonde e ostili.

D’altronde non ci sogniamo nemmeno di chiedere a un film o a una serie tv in live action di possedere contemporaneamente lo spirito comico de L’aereo più pazzo del mondo, la visionarietà di un David Lynch e la capacità d’introspezione di un Ingmar Bergman. Be’, se avete gusti così particolari e vi è sempre mancata una serie del genere, c’è qualcuno che ha una risposta alla vostra sete, ed è un cavallo antropomorfo alcolista che vive in una villa con piscina a Los Angeles. Ed è un cartone animato.

Il suo nome è BoJack Horseman, ed è il protagonista omonimo di quella che dal 2014 è stata una delle serie (animate o meno) più interessanti in circolazione, in onda su Netflix e – purtroppo – conclusasi il 31 gennaio 2020 con la sesta e ultima stagione.

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Scritta da Raphael Bob-Waksberg e disegnata da Lisa Hanawalt, l’epopea di BoJack è ambientata in una California contemporanea in cui animali di ogni specie hanno comportamenti e sentimenti tali e quali a quelli umani, e convivono tra gli uomini in un melting pot in cui nessuno sembra notare l’apparente incongruenza. Una specie di Fantastico mondo di Richard Scarry, in cui però può capitare che un’ex bambina prodigio muoia di overdose dopo una notte di eccessi in compagnia di un cavallo.

Se un animale può essere tale e quale a un uomo, allora diventa perfettamente plausibile che BoJack sia un ex attore di sit-com in stile Bill Cosby, tutto maglioni colorati e risate preregistrate, che dopo aver avuto un notevole successo televisivo negli anni Novanta è ora pressoché dimenticato e in pieno declino, più dedito alla bottiglia che alla recitazione.

A mettere in moto la sua vita sregolata e decadente, che si trascina tra un party, una conquista passeggera e un tentativo di rilanciarsi nel cinema, c’è una corte di personaggi che sembrano abbastanza volenterosi nel fare del loro meglio al fine migliorargli l’esistenza: c’è Princess Carolyn, gatta e agente di personaggi dello spettacolo, che nella sua vita frenetica di donna in carriera con desiderio di maternità trova il tempo di cercare ruoli per lui; c’è Todd, un giovane umano un po’ tonto che gli fa da assistente-tuttofare e spesso si rivela un idiot savant in grado di realizzare le imprese più assurde; c’è Diane Nguyen, giovane giornalista nevrotica che gli propone di fargli da ghost writer per un’autobiografia, e diventa anche la sua confidente più stretta; c’è Mr. Peanutbutter, labrador ed ex attore di sit-com dal cuore d’oro, che cerca in tutti i modi di essergli amico ma si scontra continuamente col cinismo di BoJack.

In una Los Angeles animalesca che sembra un trip di LSD, questi e altri personaggi minori vengono continuamente coinvolti in avventure che si mantengono sempre in equilibrio tra la satira del mondo hollywoodiano – con i suoi tranelli, le sue promesse e le sue ipocrisie –, e la surrealtà pura di episodi che puntano sul demenziale più sfrenato.

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Il bello, però, è che BoJack Horseman non è solo questo: certo, c’è la parodia corrosiva di un mondo dell’entertainment ossessionato da se stesso; ci sono le scene comiche nascoste sullo sfondo della scena come in Una pallottola spuntata; c’è l’ormai coraggiosa capacità di ridicolizzare il dilagante politicamente corretto, ma c’è anche molto altro.

BoJack Horseman è infatti un raro caso di prodotto televisivo in cui il sarcasmo spinto è accompagnato da un’analisi tutt’altro che cinica, ma anzi molto accurata, profonda ed empatica di cosa significhi convivere con i demoni della depressione, dell’autodeprecazione, della difficoltà di stabilire relazioni vere e durature. “In questo mondo terrificante, ci restano solo i legami che creiamo”, dice una delle frasi più note della serie, e in fondo sta tutto lì: la consapevolezza della durezza dello stare al mondo, e allo stesso tempo il riconoscere nelle relazioni umane l’unica maniera per uscirne vivi, perché se “la vita fa schifo, e poi si muore”, qualche volta “la vita fa schifo, ma continui a vivere”.

Ed ecco quindi che il personaggio di BoJack, inguaribile autosabotatore, che anche quando sembra libero da vizi e fantasmi del passato finisce sempre per ricascarci, somiglia un po’ a tutti noi. Forse, a fine serie, la cosa peggiore è proprio rinunciare alla catarsi abituale delle storie di fantasia e rendersi conto che no, non necessariamente tutti diventano migliori, completano il loro “arco” (come direbbe qualche sceneggiatore mediocre) e magari finiscono con la loro anima gemella prima dei titoli di coda. A volte non si può fare altro che provarci, e riprovarci ancora.

Nel corso delle sei stagioni che compongono la serie, vediamo il nostro protagonista alle prese col vizio del bere e con gli Alcolisti Anonimi, lo vediamo allontanare gli amici col suo egoismo e poi – a volte troppo tardi – cercare di riavvicinarli, lo vediamo rilanciare la sua carriera e poi buttarla di nuovo alle ortiche, ritrovare famigliari dispersi e rivisitare sul lettino dello psicanalista il ricordo dei famigliari che non ci sono più ma che l’hanno reso quello che è.

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In questo senso – sarà forse anche per la coincidenza dell’avere lo stesso doppiatore italiano – questo cavallo bidimensionale è la cosa più vicina a un erede di un altro grande antieroe della golden age delle serie tv: Don Draper di Mad Men, che abbandonava l’etere appena pochi mesi dopo il debutto di BoJack, nel 2015.

In quel caso il protagonista era in carne ed ossa ed era un affascinante pubblicitario quarantenne nella Manhattan anni Sessanta, ma per il resto molti sono i tratti in comune: anche lui tendente all’alcolismo, anche lui seduttore seriale, anche lui depresso, anche lui con un passato famigliare infelice, anche lui costantemente in fuga e alla ricerca di una redenzione, e costantemente incapace di cambiare fino in fondo.

Il grande merito di BoJack è stato quello di tratteggiare un personaggio altrettanto complesso (se non di più), spingendosi fino agli angoli più reconditi della sua psiche tramite viaggi mentali che sembrano usciti dagli incubi di David Lynch, e magari una scena dopo satireggiare sul #metoo. Non solo: la serie è chiaramente scritta da chi conosce benissimo l’ambiente spietato e allo stesso tempo apparentemente correttissimo dello spettacolo, ed ecco quindi che i bersagli delle gag riguardano tutta quell’ottusità tipicamente americana del rispetto delle convenzioni, della cultura superficiale, delle abbreviazioni costanti, dei “12 passi” degli alcolisti, dell’indignazione usa-e-getta, della cancel culture, dei titoli acchiappa-clic di Buzzfeed, del culto della celebrità.

Forse nelle ultime stagioni il bersaglio non è stato sempre centrato, e a forza di sottomettere i protagonisti a ogni tipo di prova senza ricompensare lo spettatore con un po’ di pace per i suoi beniamini, gli autori si sono spinti troppo verso il baratro senza sapere poi come uscirne. Forse presi dalla fretta per una cancellazione inattesa, hanno voluto dare un finale mediamente lieto ai comprimari, puntando soprattutto sull’indipendenza dei personaggi femminili (in questo cedendo agli imperativi liberal spesso criticati), dimenticandosi un po’ dello stesso BoJack, come se fosse un Weinstein qualsiasi da lasciare a scontare i suoi peccati.

Ma d’altronde cosa ci aspettavamo? Che un cavallo a cartoni animati ci rivelasse come si guarisce dalla depressione? Sarebbe stato esattamente come sperare che Lost risolvesse davvero ognuno dei suoi infiniti enigmi nell’ultimo episodio.

Ecco, forse BoJack è stato talmente in gamba da farcelo credere, da farci sperare in una catarsi medicamentosa per suo tramite, e adesso che la sua storia è finita è dura pensare che non potremo più affidarci a lui come a un amico che ci è passato e sa come si fa. Ma forse in fondo ce l’ha già detto: “In questo mondo terrificante, ci restano solo i legami che creiamo”, e sta solo a noi seguire il suo consiglio.

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BoJack Horseman (2014-2020) è disponibile su Netflix.

 

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