Seinfeld, Fawlty Towers e Curb Your Enthusiasm: le risate che ci siamo persi

L’abbiamo già detto qualche tempo fa quando abbiamo dedicato un articolo a The Office: esistono serie che non esistono. O, per dirla in modo meno macciocapatondesco, ci sono serie che all’estero sono famosissime, hanno segnato l’immaginario collettivo, hanno creato battute entrate nel linguaggio comune e personaggi riconoscibilissimi… ma in Italia quasi nessuno le conosce.

Sarà stata colpa del pubblico italiano dai gusti diversi, delle reti televisive che non le hanno programmate a dovere, dei diritti di sfruttamento o di altre ragioni ignote, ma è un fatto che ci siano successi planetari (o quantomeno statunitensi) che da noi sono passati quasi inosservati, e che forse meritano una riscoperta.

Nello specifico, oggi affrontiamo tre sitcom: genere solitamente sbertucciato e visto con sospetto, ma che indubbiamente, se fatto bene, è in grado di far sì che alcuni personaggi diventino così popolari da farli percepire come amici di una vita. Se però per i vari Monica e Ross di Friends, per il Fonzie di Happy Days e per il più recente quintetto di How I Met Your Mother il successo è stato ecumenico, lo stesso non si può dire per i protagonisti di sitcom pur meritevolissime come Seinfeld (1989-1998), Curb Your Enthusiasm (2000-2011) e Fawlty Towers (1975-1979).

Ecco quindi un ripasso generale per provare a garantirgli qualche fan italiano in più:


Seinfeld

9 stagioni, 180 episodi, 1989-1998, andata in onda in Italia su TMC e TMC2 nel 1995-1998 e su Jimmy nel 2007-2009

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Seinfeld è probabilmente il caso più eclatante di differenza di notorietà USA/Italia della lista, visto che per gli spettatori statunitensi le avventure dei quattro protagonisti sono state negli anni Novanta addirittura più seguite di quelle degli amici del Central Perk, e tuttora i grandi player come Netflix e Amazon Prime sborsano miliardi per i diritti delle repliche.

L’attore principale (da cui il titolo) è Jerry Seinfeld, un comico newyorchese sui quaranta che negli anni Ottanta aveva già avuto qualche successo come ospite di vari talk show, e che nella serie interpreta se stesso (seppur con un carattere amplificato nel lato comico). Il suo appartamento dell’Upper West Side è il fulcro dell’azione insieme al Monk’s Cafe – una tavola calda decisamente meno chic della sala da tè di Friends –, ed entrambi i luoghi sono costantemente frequentati dai suoi amici George Costanza ed Elaine Benes e dal suo vicino di pianerottolo Cosmo Kramer.

Il quartetto è in linea di massima nevrotico, cinico, single e poco sentimentale, con varie gradazioni che potremmo riassumere in: Jerry fondamentalmente equilibrato, amichevole e amato dalle donne, anche se eternamente non cresciuto; George la spalla in stile Sancho Panza, solitamente inguaiato, paranoico, aggressivo e sfortunato; Elaine la donna urbana indipendente, elegante, combattiva ma a volte pasticciona quanto gli altri; Kramer un po’ l’equivalente di Pippo o di Phoebe in Friends, ovvero l’amico costantemente tra le nuvole, e come per Phoebe, forse troppo inverosimile e bambinesco.

Seinfeld - 1990-1998

Ogni episodio è introdotto da un breve segmento in cui si vede Seinfeld sul palco di un locale esibirsi come cabarettista, e per il resto le trame non hanno granché di definito e ricorrente se non le situazioni imbarazzanti e i cul-de-sac in cui si infilano i personaggi prima della risoluzione finale, che invariabilmente li lascia meno saggi e maturi di prima.

Al giorno d’oggi probabilmente molti episodi risultano datati non tanto nell’ambientazione o nel vestiario (nonostante gli abiti di Jerry e George siano stati riscoperti come massimo esempio di normcore, ovvero l’ordinarietà anni ’90 fatta moda), quanto per la comicità, all’epoca molto innocua, basata su questioni troppo insignificanti e un po’ troppo lontana dalla realtà. I personaggi, però, reggono bene alla prova del tempo con la rappresentazione ormai nostalgica di amici trenta-quarantenni che continuano a frequentarsi ogni giorno in un clima di cameratismo, senza essere toccati da problemi particolarmente gravi e condividendo tutto senza bisogno di schermi come intermediari.

Pare che la regola sul set fosse “no hugging, no learning”, niente abbracci e niente lezioni imparate, e questo fa sì che Seinfeld si distingua dalla sitcom media proprio per il livello molto alto di leggerezza e disincanto rispetto alla solitamente onnipresente Morale, che qui invece non si manifesta mai, rendendo in fin dei conti i protagonisti degli amabili egoisti senza valori.


Curb Your Enthusiasm

10 stagioni, 100 episodi, 2000-2020, andata in onda in Italia su Jimmy dal 2005 e su FX dal 2010

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Se c’è qualcuno a cui si può attribuire la caratteristica di essere egoisti senza valori, e che ne farà LA colonna portante della seconda sitcom qui trattata, questi è il co-autore di Seinfeld Larry David, anche lui comico di non eccelso successo che negli anni Duemila è diventato un volto noto scrivendo, producendo e interpretando come protagonista Curb Your Enthusiasm.

Iniziata nel 2000, un paio d’anni dopo la fine di Seinfeld, questa serie tuttora in onda sembra prendere ciò che di buono c’era in Seinfeld, concentrarsi su un solo personaggio e fare su HBO tutto ciò che i canali tv nazionali non permettevano, ovvero amplificare alla grande volgarità e situazioni politicamente scorrette. Se c’era un difetto che infatti allo spettatore contemporaneo può risultare indigesto in Seinfeld, era proprio quella patina di umorismo troppo datato che fa venire in mente le mattinate a casa con la febbre, La tata e un mondo un po’ troppo infantile nel suo umorismo innocente.

Be’, in Curb non solo non ci sono risate preregistrate, ma ogni episodio è un concentrato di cattiveria, egoismo e ostilità gentilmente offerte dal buon Larry David, che in Italia è stato visto come protagonista di Basta che funzioni (2009) di Woody Allen e che qui (come Seinfeld) interpreta una versione immaginaria di se stesso.

Fondamentalmente un riccone nullafacente, Larry si trastulla in una vita beata a Beverly Hills, dove vive con sua moglie, e si concede pranzi col suo migliore amico Jeff, puntate in sinagoga (la serie sfrutta molto la fede ebraica di David come spunto comico), cene mondane e partite di golf.

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Il problema è che Larry è una sorta di personificazione di tutto ciò che avremmo sempre voluto ma non abbiamo mai osato dire, perché sembra sprovvisto di quel senso della vergogna, dell’imbarazzo e del pudore che fanno sì che nella quotidianità si cerchi per quieto vivere di evitare conflitti inutili col prossimo, e specialmente con gli sconosciuti.

Larry no: un po’ come un Nanni Moretti ancora più eccentrico, misantropo e inflessibile, è sempre pronto a scatenare in noi spettatori il famoso cringe, quel senso di imbarazzo che si prova nel vedere qualcuno in una situazione di interazione sociale che ci metterebbe a disagio perché viola le norme spesso ipocrite di buona educazione della società.

Quello che noi comuni mortali sopportiamo malvolentieri in un contesto pubblico, per Larry, come uno di quei casi clinici senza senso dell’inibizione, è l’occasione per non cedere di un millimetro: se qualcuno inizia a chiacchierare con un tizio in coda per il buffet e nel farlo salta la fila, Larry glielo farà notare; se un padrone di casa chiede di togliersi le scarpe prima di entrare, Larry non accetterà; se dal gelataio qualcuno chiede di assaggiare un gusto, Larry lo accuserà di scroccare gelato facendo perdere tempo a chi aspetta.

Curb Your Enthusiasm avrà anche delle trame risibili e scontate, tutte basate su piccoli equivoci i cui sviluppi si intuiscono da chilometri di distanza, ma è il regalo perfetto per chi sogna da sempre un campione, un vendicatore, un supereroe pelato e menefreghista che faccia davvero ciò che (quasi) tutti ci limitiamo a pensare.

PS: il famoso motivetto musicale che parte sul titolo di coda “Directed by Robert B. Weide”, e che su Internet è diventato la perfetta chiusura di ogni video comico, non poteva che essere la sigla della serie.

PPS: Ho scoperto solo ora per caso che nel 2010, quando fu mandato in onda doppiato su FX, il promo era misteriosamente accompagnato da una canzone di Brunori Sas dedicata a Larry David. Un mistero che andrà indagato attentamente.


Fawlty Towers

2 stagioni, 12 episodi, 1975-1979, andata in onda in Italia su Jimmy nel 2007

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Fawlty Towers è la più vecchia ma anche la più breve tra le sitcom citate: appena 12 episodi da mezz’ora in totale, una sessione di binge-watching che occuperebbe uno o due giorni ma che nonostante questo è entrata nel cuore di tantissimi spettatori, diventando un vero e proprio monumento nazionale in Gran Bretagna.

Amata da gente come Martin Scorsese e citata come uno dei passatempi televisivi di Rob Fleming in Alta fedeltà di Nick Hornby, Fawlty è pressoché interamente basata sulle doti comiche e istrioniche dell’inossidabile John Cleese, ovvero lo spilungone di quell’Olimpo dell’umorismo britannico rispondente al nome di Monty Python.

Tra l’uscita di Monty Python e il Sacro Graal e Brian di Nazareth, nel 1975 Cleese si mette momentaneamente in proprio e scrive insieme alla moglie Connie Booth (anche lei attrice nella serie) questa sitcom andata in onda su BBC2 e ambientata in un alberghetto della riviera inglese chiamato appunto Fawlty Towers.

Basil Fawlty ne è il proprietario insieme alla moglie, e lo gestisce insieme a un cameriere spagnolo e a una giovane cameriera, cercando di districarsi tra clienti abituali e nuovi avventori in situazioni farsesche da commedia dell’arte, in cui c’è tipicamente un continuo andirivieni tra stanze per mettere un argine a equivoci e malintesi.

FAWLTY TOWERS TV SERIES

Se le scene comiche sono molto più affini al teatro di Goldoni che alla tv moderna, con gag fisiche, corse e calci nel sedere, il tutto acquista una marcia in più grazie al personaggio di Basil/Cleese, che proprio come Larry David sa essere totalmente irrispettoso delle norme del vivere civile e sembra essere la persona meno adatta al mondo per fare un lavoro a contatto col pubblico.

Rude, scortese, pieno di insulti per la moglie e i clienti, ma anche vile e ossequioso quando vuole, Basil Fawlty è davvero poco verosimile come essere umano, ma come soggetto comico è micidiale, e ogni episodio è un tour de force scoppiettante tra scambi di battute che non avrebbero sfigurato in una screwball comedy anni Trenta.

Cleese basò il personaggio su un vero albergatore presso il quale aveva soggiornato mentre girava un film con i Python, e mentre i suoi compari dopo poco lasciarono la stamberga indispettiti dalla maleducazione del proprietario, lui decise di rimanere e prendere nota. E nel farlo ci ha lasciato una serie che, breve, leggera e vintage, è perfetta per un po’ di leggerezza mai così benvenuta come in questo periodo.

Buon recupero!

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