Mi consigli un film? – Vol. 15

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Se un film tra quelli recensiti vi incuriosisce, provate a dare un’occhiata all’app JustWatch per scoprire se per caso sia disponibile su Netflix, Prime Video, RaiPlay, Infinity o altre piattaforme di streaming (non mi pagano per la pubblicità!).

All’interno: Viaggio allucinante, L’implacabile, Segreti e bugie, La grande scommessa, Comizi d’amore.

Via al volume 15! (qui l’archivio con tutte le altre puntate)

Viaggio allucinante (Fantastic Voyage)

Richard Fleischer, 1966

Se siete nati negli anni Ottanta, vi sarà probabilmente capitato di incrociare in tv in qualche pomeriggio estivo un film in cui un gruppo di scienziati veniva miniaturizzato e inserito nel corpo di un uomo all’interno di una sorta di sottomarino navigante tra arterie e bronchi. Be’, quel film era Salto nel buio di Joe Dante (1987), ed era il remake a mio parere decisamente migliore di questo Viaggio allucinante.

La storia, molto da Guerra Fredda vista l’epoca, è quella di una spia statunitense a conoscenza di preziosissimi segreti che viene gravemente ferita dai russi, e che va assolutamente salvata per il bene del Paese. Per farlo, i militari utilizzano una tecnologia avveniristica di miniaturizzazione che permetterà a una piccola squadra di temerari di entrare nel corpo dell’uomo e operarlo dall’interno.

Ovviamente il corpo umano è pieno di insidie e l’operazione avrà i suoi inceppi, ma se l’idea di base è ottima, la realizzazione è probabilmente troppo penalizzata dagli effetti speciali dell’epoca: aspettiamo per ben 38 minuti di film che la missione abbia inizio, e quando siamo finalmente all’interno, le scenografie ricordano più una giungla rosa che un corpo umano, con un’attitudine felliniana al fittizio palese. Anche i toni pedagogici dei protagonisti a volte sembrano presi più da un documentario di Piero Angela (che infatti nel 1990 con La macchina meravigliosa sfruttò lo stesso punto di partenza) che da un film d’azione, e la ripetitività dei contesti che cambiano poco rende il tutto molto monotono.

Da salvare: un Donald Pleasance che in ogni decennio è sempre identico; una Raquel Welch in procinto di diventare un sex symbol; un’ottima colonna sonora che probabilmente ha dato più di un’ispirazione a John Williams per Lo squalo; la canzone di David Bowie che non c’entra nulla ma ha lo stesso titolo.

L’implacabile (The Running Man)

Paul Michael Glaser, 1987

Trama: in un futuro distopico e dittatoriale (che poi è il 2019), un uomo innocente (Schwarzenegger) viene braccato dalle autorità e costretto a partecipare a un gioco al massacro trasmesso in diretta televisiva in cui i reietti della società si sfidano, senza mai riuscire a vincere, contro dei “campioni” armati fino ai denti.

Difficile non chiedersi come la serie di Hunger Games non sia stata accusata di plagio dagli autori del film o da Stephen King, che è autore del romanzo da cui è tratto (L’uomo in fuga, 1982), ma c’è da dire che la storia del gioco mortale non è una loro esclusiva, e anzi si può far risalire addirittura al 1924, con il racconto La partita più pericolosa di Richard Connell che di fatto è all’origine di tutto questo filone di cacce all’uomo.

Il film apparentemente può sembrare il solito sfoggio di muscoli, morti esageratamente violente e personaggi bidimensionali, ma in realtà le sue parti migliori sono quelle in cui si svela come una gustosissima satira della tv, con i suoi game show crudeli e presentatori che ucciderebbero (letteralmente) per un punto di share.

Ancora più gustoso per il pubblico americano è il fatto che il conduttore televisivo antagonista di Schwarzy, sempre meno baldanzoso man mano che la vittima designata si dimostra dura a morire, sia interpretato –  in modo magnificamente autoironico – da Richard Dawson, che per decenni è stato uno dei volti più popolari dei giochi televisivi statunitensi.

Il tono di satira sociale anticipa l’Oliver Stone di Assassini nati, e ci sono tocchi di istrionismo kitsch davvero anomali per un film di Schwarzenegger, tra wrestler che cantano l’opera, tutine comicamente futuristiche e i volti scioccati delle anziane telespettatrici in stile Rete4 mentre guardano Arnold usare una motosega sulle palle di un nemico. L’effetto finale è però che lo spettatore non dodicenne apprezza solo le parti parodiche e ciniche, invece che preoccuparsi del destino dei protagonisti, somigliante a quello di tanti altri film d’azione di serie B dell’epoca.

Segreti e bugie (Secrets & Lies)

Mike Leigh, 1996

Ma quanto era forte il cinema britannico degli anni ’90? Anche andando solo a memoria, in quell’epoca al cinema gli inglesi potevano vantare: le raffinate prove in costume di Anthony Hopkins (Quel che resta del giorno, Casa Howard), la modernità schizzata e scioccante di Trainspotting e dei primi film di Guy Ritchie; le commedie ormai classiche a base di Hugh Grant come Quattro matrimoni e un funerale e Notting Hill; le trasposizioni scespiriane di Kenneth Branagh; la desolazione proletaria di Ken Loach e tutta una serie di epigoni più votati alla commedia come Full Monty, The Commitments, Due sulla strada o Grazie, signora Thatcher.

A questa lista non può mancare Segreti e bugie, che nel 1996 riuscì nella rara impresa di vincere la Palma d’Oro a Cannes nonché il premio per l’interpretazione femminile a Brenda Blethyn, con una storia minimalista e struggente senza mai spingere il pedale sul tragico più esibito.

Sono le storie di persone normali, alla periferia di Londra: Hortense, ragazza benestante che, alla morte della madre adottiva, si mette in cerca della vera madre. Cynthia, donna di mezz’età che sopravvive a fatica e viene mal sopportata dalla figlia. Maurice, fotografo fratello di Cynthia che vede la sorella quasi come un imbarazzo e la frequenta di rado per non innervosire sua moglie.

Queste storie si legano insieme prendendosi il loro tempo, seguendo il ritmo della vita, tra interni tristi e esistenze sfiorite, ma stare così appiccicati ai personaggi fa sì che, nel momento in cui i segreti e le bugie vengono al pettine, l’empatia sia massima e così la commozione. Straordinari gli attori protagonisti, con quelle facce vere che solo delle anti-star come gli inglesi possono avere al cinema.

La grande scommessa (The Big Short)

Adam McKay, 2015

Capita ormai abbastanza di frequente che qualche temeraria star hollywoodiana voglia saltare il turno per l’Oscar e accettare un film meno eroico ma più impegnato in cui magari anche gli attori più noti si ritaglino solo un ruolo marginale.

E’ il caso di questo film, che vede nel cast un quartetto eccezionale a base di Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling e Brad Pitt, ma nessuno di loro si può davvero definire un protagonista, bensì solo una faccia di un marchingegno narrativo che ha l’ambizione di ritrarre un intero sistema economico.

E’ la metà degli anni 2000, e il geniaccio semi-autistico dell’economia Bale intuisce che una crisi di proporzioni epocali è alle porte nel mondo finanziario. Ovviamente non sbaglierà, visto che si tratta della storia vera della crisi del 2007/8 di cui ancora si pagano le conseguenze a livello globale.

Contemporaneamente vediamo come funzionano i traffici non limpidissimi che hanno portato al crollo finale, e il film (ispirato a un libro di successo, Il grande scoperto di Michael Lewis) si struttura proprio come un libro saltando qua e là tra vari personaggi per darci una descrizione d’insieme del contesto.

Il ritmo è frenetico, gli attori su di giri, lo stile fighetto, e qua e là ci sono stralci godardiani in cui personaggi noti (da Margot Robbie a Selena Gomez) interrompono l’azione per spiegare complicati concetti di macroeconomia. Confezione impeccabile, ma due ore e dieci di termini tecnici per broker portano chiunque non abbia un Master in Finanza a seguire buona parte del film senza capire un accidente di quello che sta succedendo.

Comizi d’amore

Pier Paolo Pasolini, 1965

E’ l’estate del 1963, e Pier Paolo Pasolini, mentre è impegnato nella ricerca di location del suo prossimo film, decide di assumere le vesti di documentarista girando l’Italia con l’intento di sapere cosa pensano gli italiani sul sesso.

Microfono in mano e parlantina spigliata, Pasolini vaga da Milano alla Sicilia più profonda, dai circoli intellettuali alle spiagge popolari, per chiedere a persone di ogni estrazione, uomini e donne, ragazzi e anziani, le loro opinioni su temi quali il divorzio, l’omosessualità, il matrimonio e in generale il loro approccio alla sfera sessuale.

Se il Pasolini più tragico e serioso può non essere per tutti i palati, è un piacere vederlo e sentirlo qui in veste di intervistatore con la battuta sempre pronta, la domanda arguta e i toni sempre rispettosi ma anche confidenziali con intervistati di ogni risma. Non c’è mai la voglia di provocare o una volgarità maliziosa, ma sempre un approccio naturale senza risultare troppo scientificamente distaccato, e le risposte sono tutte affascinanti, da quelle più retrograde a quelle più progressiste, per avere un’idea di cosa pensasse l’Italia di quegli anni, e magari scoprirla molto più permissiva e aperta di quanto non la considerasse la politica.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio)

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