Mi consigli un film? – Vol. 41

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Se un film tra quelli recensiti vi incuriosisce, provate a dare un’occhiata all’app JustWatch per scoprire se sia disponibile su Netflix, Amazon Prime Video, RaiPlay, Infinity o altre piattaforme di streaming (non mi pagano per la pubblicità!).

E ricordate: Quentin Tarantino non ha mai visto Eyes Wide Shut, dunque nella vita siete ancora in tempo per tutto.

Di seguito le recensioni di: Professione: reporter; La fontana della vergine; James Bond 007 – Casino Royale; L’ultima casa a sinistra; Va’ e vedi (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico). Via al volume 41!


Professione: reporter (The Passenger)

Michelangelo Antonioni, 1975

Nel 1975 Michelangelo Antonioni, principe dell’alienazione che aveva conquistato le sale d’autore di tutto il mondo nei primi anni Sessanta, è ormai un navigato viaggiatore cinematografico: nel 1966 Blow-Up era ambientato a Londra, nel ’70 Zabriskie Point nel deserto della California, nel ’72 Chung Kuo, Cina nel Paese del titolo. Professione: reporter, il cui titolo inglese è significativamente The Passenger, raggiunge un’esterofilia totale, visto che il protagonista si sposta tra Chad, Londra, Monaco di Baviera, Barcelona e Siviglia.

Jack Nicholson, che sarà sempre fiero di questa collaborazione (e consegnerà ad Antonioni l’Oscar alla carriera vent’anni dopo), interpreta David Locke, un giornalista televisivo abituato a rischiare la pelle in giro per il mondo, fino a quando a morire non è un suo vicino di stanza in un hotel africano, che lui per caso ritrova misteriosamente defunto.

Vista la somiglianza fisica tra i due, e vista una vita professionale e privata evidentemente ormai deludente, Locke decide per un gesto imprevedibile: scambia i suoi documenti con quelli del cadavere, ne assume l’identità, che è quella di un trafficante d’armi, e intanto fa credere al mondo (e alla moglie) di essere morto.

Per quanto siamo negli anni Settanta, il trucco narrativo sembra poco verosimile, e poco verosimili saranno gli incontri casuali successivi, ma tant’è: la verosimiglianza qui conta poco, semmai come sempre in Antonioni a contare sono le immagini e il discorso filosofico alla base, l’idea di cambiare identità e forse di non poter mai davvero definire l’identità di qualcuno.

Come già in tanti suoi film, più che le persone sono i luoghi a parlare, con lunghi intermezzi silenziosi fatti di carrellate su location e oggetti: quando invece si parla, i dialoghi sono troppo letterari e pieni di enfasi, anche qui inverosimili nella realtà.

Un road movie, una storia d’amore (con la Maria Schneider reduce da Ultimo tango a Parigi), una fuga, un viaggio intorno al mondo, un dramma, un film di spionaggio: Professione: reporter è tutto questo e allo stesso tempo è la negazione di ogni maniera classica per illustrare quei temi, e a seconda che si sia o meno nella disposizione giusta per apprezzare i vuoti invece che i pieni, potrà essere ammaliante o insulso. Grandi Jack e Maria Schneider, in ogni caso.

La fontana della vergine (Jungfrukällan)

Ingmar Bergman, 1960

Quando un film è firmato Ingmar Bergman, ma a leggerne la trama uno penserebbe al Giustiziere della notte 4 o a un capitolo della saga di Io vi troverò con Liam Neeson, si parte già con il piede giusto.

La storia è ambientata in un Medioevo svedese rurale, in cui Max von Sydow svetta maestoso nel ruolo di un proprietario terriero onesto e piuttosto benestante: alto, biondo e barbuto come un dio scandinavo. Il buon Max ha una moglie, molto cristiana, e due figlie adolescenti: una è un angioletto biondo ultra-coccolato, che però dietro l’aria giudiziosa non sembra disinteressata all’altro sesso ed è piuttosto facile alla menzogna; l’altra è mora, selvatica, sensuale, incinta e illegittima, ed è trattata come una serva in casa.

Come in Cappuccetto rosso, le due salutano i genitori e si mettono in viaggio su due cavalli (ovviamente uno bianco e nobile, l’altro un somaro nero) per attraversare la foresta e raggiungere la chiesa del villaggio, ma un destino crudele le aspetta lungo il tragitto.

Sulla strada si parano infatti tre fratelli criminali, tra cui un ragazzino, con facce che farebbero contento Cesare Lombroso, e l’incontro con le due ragazze porterà ad esiti tragici, oltretutto rappresentati da Bergman con un’incredibile ferocia per l’epoca.

Senza voler dire troppo, la faccenda si farà ancora più horror quando la banda di criminali si ritroverà a casa delle ragazze, e quel mondo devoto e pacifico vivrà una trasformazione radicale, che come in Cane di paglia di Sam Peckinpah anni dopo vedrà le vittime diventare carnefici, seppure con una lentezza a volte irritante.

Una fotografia eccezionale (Sven Nykvist, chettelodicoaffare), momenti hitchcockiani, riti pagani esteticamente spettacolari e una riflessione sull’esistenza di Dio, per un thriller che più d’autore non si può, tanto che ci si chiede se fosse proprio necessario far muovere il tutto a velocità dimezzata rispetto ad altri film di questo genere.

James Bond 007 – Casino Royale (Casino Royale)

John Huston, Ken Hughes, Robert Parrish, Joseph McGrath, Val Guest, 1967

Ah, gli anni Sessanta… Avete presente il mitico Austin Powers, l’ineffabile agente segreto britannico dei film con Mike Myers? Be’, una buona metà di quell’immaginario assurdo fatto di vestiti audaci, colori accesi, psichedelia, musica e donne in minigonna, era già presente in questo film del ’67, e in più c’è pure James Bond.

Ovviamente però non è il “vero” James Bond, che all’epoca era Sean Connery e appariva sugli schermi da soli cinque anni: per una strana storia di diritti d’autore, i produttori di questo film furono autorizzati a usare il nome di 007 e un titolo dell’autore Ian Fleming (poi portato sullo schermo con Daniel Craig nel 2006) nonostante il film non facesse parte della saga ufficiale.

Tutt’altro: si tratta di una parodia in cui c’è di tutto e di più, e non sto esagerando: il grande regista John Huston che interpreta il capo dell’M16 coi capelli rossi; David Niven che fa un Bond in pensione e balbuziente; Orson Welles come baro che offre spettacolini di magia al casinò; Barbara Bouchet che bacia qualcosa come otto uomini di fila a mo’ di colloquio di lavoro; Woody Allen nel ruolo del nipote cattivo di Bond; e poi Peter Sellers, la ex Bond girl Ursula Andress (autoironica e mozzafiato), Jacqueline Bisset, Mata Hari e chi più ne ha più ne metta.

L’umorismo è veramente antico e infantile, con un sentore di Mel Brooks o del primo Allen, e un sessismo generalizzato che appena può butta in scena una donna parzialmente svestita che l’uomo di turno conquisterà: dico solo che la locandina italiana recita letteralmente: “una vagonata delle più belle e brave ragazze che abbiate mai visto”. Però, che dire: nella sua follia, e nella sua durata decisamente eccessiva, è un kolossal della comicità, una scusa dispendiosa per mettere insieme grandi attori e bellissime donne dal cui gusto per l’eccesso demenziale Steven Spielberg imparerà qualcosa per la sua farsa 1941 – Allarme a Hollywood.

L’ultima casa a sinistra (The Last House on the Left)

Wes Craven, 1972

Nella recensione de La fontana della vergine di Bergman dicevamo di come, pur con tutte le sue lungaggini d’autore e i suoi momenti epici, l’impianto fosse fondamentalmente quello di un puro horror di vendetta, di quelli che un tempo hanno fatto la fortuna dei videonoleggi più che dei cinema d’essai.

Be’, Wes Craven (Nightmare – Dal profondo della notte, Scream) deve aver pensato la stessa cosa quando lo vide, e col suo fiuto per le buone idee decise di riadattarlo in forma di horror vero e proprio per esordire alla regia.

La trasposizione non poteva essere più esemplare del cambio di costumi avvenuto nel giro di un decennio, visto che tutto quello che lì era suggerito qui viene mostrato, e anzi amplificato sfidando ogni censura, dal linguaggio alla violenza al sesso.

La storia di fatto è la stessa: invece che due sorellastre stavolta si tratta di due amiche adolescenti, di cui una figlia di buona famiglia e l’altra più ribelle, le quali dopo quindici minuti si imbattono in un quartetto di criminali appena usciti di galera, che con loro danno sfogo a ogni forma di perversione. La vendetta da parte degli amabili genitori di una delle due sarà ancora più terribile.

Sbudellamenti, stupri, mani mozzate, nomi incisi sulla pelle: questi non sono cattivi malati e irrazionali come in Non aprite quella porta, qui sono proprio dei sadici a piede libero, e ne siamo disgustati e allo stesso tempo incuriositi.

Craven gestisce il tutto con maniere da puro B-movie, e ci mette il carico contrapponendo alle violenze certe scenette demenziali affidate alla polizia locale (tra cui il mitico Martin Kove di Karate Kid e Cobra Kai) condite da musichette da vaudeville che sembrano uscite da un film erotico di Russ Meyer. Il perché è ignoto, ma certamente si tratta dell’aspetto più datato e malriuscito del film, che per il resto si difende bene nello spingere il pedale sull’estremo (dico solo che c’è una fellatio letale) e nel non offrire alcuna consolazione.

Va’ e vedi (Иди и смотри)

Elem Klimov, 1985

Siamo in Bielorussia nel 1943, e Fljora (Aleksei Kravchenko, attore di 13 anni che offre una performance sovrumana) è un ragazzino che decide di arruolarsi tra i partigiani per resistere agli invasori nazisti che stanno sterminando la popolazione locale.

Dal momento in cui lascerà la casa, la madre e i fratelli per non rivederli mai più, la sua sarà un’odissea difficilmente descrivibile, che lo farà crescere di colpo (anche letteralmente, con i capelli che diventano bianchi durante il film) e lo renderà testimone di orrori di ogni tipo.

Anti-naturalsitico sin dalla prima scena, con dialoghi, sguardi in macchina e relazioni umane tutt’altro che realistici, questo film è una sorta di risposta sovietica ad Apocalypse Now, visto che pur trattando di un’altra guerra ha lo stesso modo di usare un conflitto reale per immergere lo spettatore in un inferno irreale, dantesco, astratto. Non è quindi un caso che il titolo, slegato dal film, riprenda un versetto dell’Apocalisse.

Il problema è che qui non abbiamo un capitano Willard con cui empatizzare, ma un ragazzino silenzioso e sotto choc, di cui conosciamo i sentimenti solo attraverso le sue facce sempre più esasperate, che in maniera straniante il regista inquadra ripetutamente in primissimo piano.

Anche la guerra è una Seconda guerra mondiale che non riconosciamo, con paesaggi, facce e lingue che non ricordano i film già visti sull’argomento, ma quando nella seconda parte i tedeschi compaiono, viene data probabilmente una tra le rappresentazioni più fedeli e scioccanti di ciò che potesse significare trovarsi nel mezzo di un villaggio destinato a una strage, e l’effetto è da pugno allo stomaco.

Un montaggio finale di immagini di repertorio di Hitler spinge decisamente troppo sul simbolico sovietico, e per quanto ci siano scene che lasciano a bocca aperta per il solo fatto di essere state girate senza trucchi di sorta, tutto è troppo impersonale e sperimentale per far partecipare fino in fondo del dramma dei protagonisti, che rimangono figure teatrali più che persone reali.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico)

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