Mi consigli un film? – Vol. 44

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Se un film tra quelli recensiti vi incuriosisce, provate a dare un’occhiata all’app JustWatch per scoprire se sia disponibile su Netflix, Amazon Prime Video, RaiPlay, Infinity o altre piattaforme di streaming (non mi pagano per la pubblicità!).

E ricordate: Quentin Tarantino non ha mai visto Eyes Wide Shut, dunque nella vita siete ancora in tempo per tutto.

Di seguito le recensioni di: Kids, Tre passi nel delirio, Crash, Onibaba – Le assassine, Don’t Look Up (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico). Via al volume 44!


Kids

Larry Clark, 1995

State pensando a un film per una serata in famiglia, con i genitori oppure con i bambini? Non andate oltre: questo è il film giusto. Spero invece che andiate oltre nella recensione e non mi prendiate in parola, perché altrimenti potreste rovinare a vita i rapporti coi vostri parenti, visto che Kids è uno dei film più scioccanti e crudi di sempre.

Lo è soprattutto perché non si tratta di un horror, né di un film tecnicamente violento, ma di un’opera tristemente verosimile nel raccontare la quotidianità di un gruppo allargato di adolescenti (e a volte addirittura di bambini) lasciati a se stessi, che in una New York incurante si dividono tra sesso (consenziente e non), droghe, pestaggi, furti e AIDS.

Nonostante gli argomenti e le immagini senza filtri, che vista la giovanissima età dei protagonisti non si capisce come siano stati permessi, Kids è anche morbosamente attraente nel trascinarci nel suo mondo, nonché bello a livello di immagini, musiche, ritmo e atmosfere, un po’ come uno Spike Lee i cui eroi siano quattordicenni privi di ogni etica, o un incrocio tra I 400 colpi e Trainspotting.

Il regista Larry Clark aveva già 52 anni quando esordì con questo pugno nello stomaco, ed è incredibile che sia riuscito a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda dello sceneggiatore 19enne Harmony Korine e sui protagonisti spesso presi dalla strada. D’altronde, Clark era stato prima di tutto un fotografo, che nel 1971 col libro fotografico Tulsa aveva realizzato l’equivalente cartaceo di Kids, rappresentando i suoi giovani coetanei abbrutiti già all’epoca.

Le dinamiche di quell’età incerta sono ricreate in modo paurosamente verosimile, e il film mette alla prova il moralismo dello spettatore: i protagonisti sono dei piccoli mostri irresponsabili, visti con lo sguardo di un adulto, ma in un certo senso si invidia il loro senso di onnipotenza e la loro vita sregolata.

Ci si chiede come sia uscita al cinema una roba del genere in un mondo in cui anche le sigarette fumate sullo schermo sono finte: di sicuro, Hollywood non abita qui.

Tre passi nel delirio (Histoires extraordinaires)

Roger Vadim, Louis Malle, Federico Fellini, 1968

Sulla carta, un filmone: una coproduzione italo-francese in tre episodi tratti da tre racconti di Edgar Allan Poe, con la regia di tre autori d’eccezione, una splendida fotografia a colori, la mitica voce off di Vincent Price (nella versione inglese) e un cast di divi che include Brigitte Bardot, Alain Delon, i fratelli Jane e Peter Fonda e Terence Stamp.

Purtroppo non tutte le scommesse si vincono a tavolino, e il film è intrigante solo a tratti, rimanendo per il resto su una medietà che lo accomuna a uno dei mille horror anni Sessanta ispirati a Poe, che all’epoca fecero la fortuna di Roger Corman. Tra le solite orge medievali senza nudi, nobildonne perverse e cavalli dai poteri magici, il primo episodio scorre via decisamente datato, tranne che per l’effetto piuttosto cringe di vedere i fratelli Jane e Peter Fonda intenti a corteggiarsi.

Il secondo episodio, incentrato sul tema del doppio, inizia già meglio, con un Alain Delon nel ruolo di William Wilson che si confessa per aver ucciso un uomo che conosceva da sempre. Quella con la Bardot è una bella coppia divistica, ma anche qui la trama si perde per strada.

E poi, a speranze ormai perdute, parte Toby Dammit di Fellini: un’altra classe, con un maestro all’apice dei suoi poteri che ripropone il suo mondo di mondanità in versione horror. Il grande protagonista è un Terence Stamp antesignano dell’Alex di Arancia meccanica: pallido in volto, tormentato dalle conseguenze dell’alcool e perseguitato da una bambina diabolica che è tra le visioni più inquietanti di sempre.

Autocitazioni da 8 ½, anticipi di ingorghi che rivedremo in Roma, sfrenate corse notturne in Ferrari che Lynch farà sue in Strade perdute: Fellinilandia per mezz’ora, quel tanto che basta per esaltare e non annoiare.

Crash

David Cronenberg, 1996

Quando Titane di Julia Ducournau ha vinto (grazie a uno Spike Lee in vena di trasgressione) la Palma d’Oro a Cannes 2021, in molti hanno citato questo vecchio film di David Cronenberg, principalmente perché in entrambi i casi c’è un legame piuttosto perverso tra automobili e sesso.

In realtà, Crash (da non confondere assolutamente con l’altro Crash – Contatto Fisico del 2004, nel caso abbiate in programma una proiezione edificante in famiglia) non ha poi molto a che fare con il film della Ducournau, visto che nel secondo film si fa sesso con un’automobile, mentre qui ci si “limita” a farlo dentro le automobili.

Il brutto è che, spogliandosi per un attimo di tutte le glorificazioni acritiche per l’intoccabile auteur Cronenberg, del rispetto dovuto al libro di J. G. Ballard che ha ispirato il film, o della fascinazione perversa per il connubio futuristico tra uomo e tecnologia, Crash in sintesi non è altro che quello: un’ora e mezzo di un gruppo di persone che, in tutte le combinazioni possibili tra i protagonisti, fa sesso in macchina.

I protagonisti in questione sono infatti eccitati dagli incidenti stradali e morbosamente attratti dalle loro conseguenze, e una volta capito di aver trovato dei compagni di gioco, si lanciano in una continua esplorazione, spesso rischiosa per l’incolumità fisica, delle loro fantasie erotiche.

Difficilmente nel cinema mainstream si è visto del sesso così esplicito, sia visto che parlato, e a partire dal volto della protagonista femminile Deborah Unger fino alla tremenda colonna sonora a base di sintetizzatori, tutto ha un che di robotico, artificiale, perturbante nella sua disumanità.

Un film di choc e sensazioni più che di trama, una discesa nella perversione che però dà spesso l’idea di essere un porno nobilitato. La carriera di James Spader, qui sessuomane in stampelle, che è passato dal timido maniaco di Sesso, bugie e videotape alla fantascienza di Stargate, dalla comicità di The Office ad Avengers: Age of Ultron, è un caso da studiare a Hollywood.

Onibaba – Le assassine (鬼婆)

Kaneto Shindō, 1964

In un misterioso passato (probabilmente medievale), il Giappone è territorio di guerra senza pietà, e samurai di schieramenti opposti sono impegnati al fronte mentre le donne rimangono a difesa delle case.

In un territorio rurale fatto di rare capanne e infiniti steli d’erba alti un paio di metri, due di queste donne, suocera e nuora, hanno però imparato presto l’arte di arrangiarsi in attesa che il figlio (nonché marito) torni dalla battaglia. Le due, infatti, attraggono con l’inganno i samurai finiti alla deriva da quelle parti, li uccidono, e dopo averli spogliati dei loro averi nascondono i corpi in una buca.

L’arrivo di un compagno d’armi dell’uomo di casa, e poi di un samurai misterioso con una maschera da demone attaccata alla carne del volto, genererà un aspro conflitto tra la donna anziana e la giovane, scatenando paura, gelosia e morte.

Fondamentalmente i protagonisti sono solo quattro e scene simili si ripetono per tutto il film, ma qui conta poco: ciò che lo rende un’esperienza memorabile è il bianco e nero fenomenale, il formato panoramico che anticipa le inquadrature di Sergio Leone, il vento sibilante tra i campi di grano alla Van Gogh, le musiche a base di tamburi ossessivi, atmosfere, corpi, volti, luci e ombre, eros e thanatos, sensualità animalesca e violenza altrettanto animalesca. Un’immersione in un mondo pre-civilizzato che ne porta con sé tutto il mistero, l’orrore e il fascino.

Don’t Look Up

Adam McKay, 2021

Eccolo qui, il film che, uscito su Netflix il 24 dicembre 2021, ha conciliato innumerevoli digestioni natalizie e come da copione ha ricevuto il testimone da È stata la mano di Dio nei trend dei social network prima di far posto a qualche nuova produzione Netflix pronta a sostituirlo una settimana dopo. È lo streaming, bellezza, e tu non puoi farci niente.

Al di là delle modalità distributive, però, Don’t Look Up è un film decisamente godibile, che fa ridere ad alta voce più volte durante le sue (eccessive) due ore e venti, e riesce pure a creare inaspettati momenti di pathos che lo rendono qualcosa di più di un semplice film satirico.

Dopo degli ottimi titoli di testa godardiani, nemmeno un minuto e la premessa c’è già tutta: gli scienziati Jennifer Lawrence e Leonardo DiCaprio scoprono che una cometa tra sei mesi distruggerà il mondo. A quel punto, si tratta di convincere i poteri forti che bisogna correre ai ripari, ma con la presidente degli Stati Uniti (una Meryl Streep senza freni) che ricorda da vicinissimo Donald Trump, e con un popolo assuefatto alle idiozie narcisiste dei social, non sarà semplice farsi ascoltare.

Il film brilla nei momenti di ottima satira su un po’ tutti i vizi contemporanei, e si fa amare grazie alle grandi prestazioni autoironiche di star come DiCaprio, qui imperdibile nel rifare il Peter Finch “incazzato nero” di Quinto potere (1976), o a flirtare con una geniale Cate Blanchett dai denti inquietantemente finti. In generale, però, è un sollievo il solo fatto di vedere un film così costoso che si occupi di prendere in giro l’idiozia generalizzata, e non delle solite epiche seriose a base di supereroi o drammoni impegnati.

Poi certo, si può dire che questa roba esisteva, in forma meno patinata, dai tempi di Idiocracy (2006) o Team America: World Police (2004), ma era da tanto che il cinema americano non metteva in campo così tante star (perfino un’autoironica Ariana Grande) per criticare la propria società e farci capire che, dal cambiamento climatico al Covid a Trump, in tutto questo non c’è nulla di inverosimile.

Felicitazioni all’ormai onnipresente Timothée Chalamet che, complice l’imminente fine del mondo, è riuscito anche a farsi una pomiciata con Jennifer Lawrence.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico)

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