Mi consigli un film? – Vol. 45

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Se un film tra quelli recensiti vi incuriosisce, provate a dare un’occhiata all’app JustWatch per scoprire se sia disponibile su Netflix, Amazon Prime Video, RaiPlay, Infinity o altre piattaforme di streaming (non mi pagano per la pubblicità!).

E ricordate: Quentin Tarantino non ha mai visto Eyes Wide Shut, dunque nella vita siete ancora in tempo per tutto.

Di seguito le recensioni di: The Batman, Belfast, La persona peggiore del mondo, Il collezionista di carte, Il potere del cane (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico). Via al volume 45!


The Batman

Matt Reeves, 2022

Eccoci qua, è il 2022 e in pompa magna arriva quello che è probabilmente il quindicesimo reboot della saga dell’uomo pipistrello nel giro di trent’anni, che a sua volta darà il via almeno a una mezza dozzina di spin off, serie tv, e origin stories tipo Il giovane Alfred, quando ancora faceva il vice-maggiordomo a Birmingham e non conosceva la famiglia Wayne.

D’altronde la Marvel con i suoi Avengers e affini non si permette tregue, dunque era giusto che anche la DC Comics rispondesse con le carte pesanti: ecco quindi Robert Pattinson che, evidentemente stufo di ruoli buoni per la reputazione ma meno per il portafoglio, incarna il protagonista in versione emo-nichilista con i Nirvana in sottofondo; c’è poi Zoë Kravitz nel ruolo della sua controparte femminile, ovvero Catwoman, ma attenzione: la donna gatto qui ancora non c’è, perché sarebbe stato poco remunerativo non dedicarle un film a sé stante; Pinguino, anche lui nel segno di una de-cartoonizzazione del tutto, non ha nulla di sovrannaturale, ma in compenso vede un irriconoscibile Colin Farrell fare un’ottima versione di Tony Soprano; e infine l’inevitabile cattivo, ovvero Paul Dano nei panni del misterioso Enigmista, che in effetti coi suoi modi da serial killer un po’ di paura la fa.

Atmosfere anni Novanta a metà tra Il corvo, Seven e Il silenzio degli innocenti, una voce monologante che ci porta nella mente del vigilante riluttante, una città in cui non è prevista la luce solare, pochi effettoni speciali a favore di un inatteso realismo (salvo eccezioni tipo bombe che lasciano graffietti), e una trama da thriller/noir che non risparmia torture e dilemmi morali.

Tutto in fondo apprezzabile, ma erano necessarie tre ore e diciotto sottofinali? Perché è diventato di moda che i montatori vadano in sciopero nei film d’azione? Così come con l’ultimo James Bond, la scelta è quella di una lunghezza spropositata e di un azzeramento dell’ironia, come se fosse ancora necessario ripetere che i nostri sono eroi tormentati, che hanno poco da sorridere e che, sì, sono un po’ cattivi anche loro, soprattutto all’ennesimo confronto in carcere col nemico.

Non un filmaccio, ma nemmeno quell’evento cinematografico che vada oltre dodicenni e patiti di fumetti, tanto che è difficile farsi venire in mente almeno una sequenza che possa staccarsi dal film e diventare di culto.

Belfast

Kenneth Branagh, 2021

Percorso decisamente anomalo quello di Kenneth Branagh: negli anni Novanta era diventato un Re Mida in grado di trasformare opere di Shakespeare vecchie quattro secoli in successi al botteghino con cast stellari; poi, una graduale scomparsa dai radar, fino a farsi rivedere baffuto come Hercule Poirot nei recenti adattamenti da Agatha Christie o in un paio di blockbuster di Christopher Nolan come Dunkirk e Tenet.

In realtà poi ci si rende conto che Branagh non è stato affatto con le mani in mano, e che ha continuato a firmare come regista alcuni kolossal come Thor o Cenerentola, nonché i due gialli con Poirot di cui è protagonista. Stupisce quindi semmai vederlo impegnato in un progetto così personale come questo Belfast, che sembra quasi un esordio, girato in bianco e nero e ispirato ai suoi ricordi d’infanzia nella città nordirlandese del titolo.

Città che, si sa, non è un posto qualunque, soprattutto alla fine degli anni Sessanta, quando i cosiddetti Troubles tra cattolici e protestanti causano una guerra civile tra vicini di casa e costringono molte famiglie a emigrare pur di vivere senza il terrore di violenze e attentati. Buddy, l’alter ego del regista, è un ragazzino di soli nove anni quando scoppiano le tensioni, e la sua vita si svolge nel perimetro della sua via, tra genitori poveri ma belli, un fratello più grande e due adorabili nonni (Judi Dench e Ciarán Hinds, come non amarli).

In mezzo a una sfilza di pezzi del local boy Van Morrison (menzione speciale per Carrickfergus) si consuma la vita di questo fin troppo adorabile ragazzino col ciuffo, tra prime cotte, incertezze religiose e separazioni dolorose.

Sarà per una locandina con Buddy al cinema che sembra ripresa pari pari, ma il film ha tanto l’aria di un Nuovo Cinema Paradiso in salsa bionda: un protagonista che è l’apoteosi del tenero, nostalgia autobiografica, neorealismo e lacrimoni un po’ ricattatori. Per metà film bastano a farlo apprezzare, ma per l’altra metà si gira in tondo con un sospetto sentore disneyano tutt’intorno.

La persona peggiore del mondo (Verdens verste menneske

Joachim Trier, 2021

Candidato all’Oscar come miglior film internazionale per la Norvegia, questa piccola rivelazione dell’ultima stagione è stata lanciata come “una commedia romantica per chi odia le commedie romantiche”, e la definizione risulta piuttosto azzeccata.

Protagonista è la trentacinquenne di Oslo Julie (Renate Reinsve, miglior attrice a Cannes e sosia nordica di Dakota Johnson), che – come da titolo – non fa nulla per essere la ragazza ideale di tanti film, e nonostante tutto è impossibile non amare. In un film dalla struttura più libera che mai, organizzato in capitoli e ricco di strane follie di stampo Nouvelle Vague che spezzano la continuità narrativa, Julie ci viene mostrata come giovane donna insicura delle sue aspirazioni e compagna di Aksel, quarantacinquenne fumettista di successo.

Potrebbe sembrare l’ennesima storia d’amore, ma gli sviluppi saranno decisamente inaspettati, contro ogni cliché, e toccheranno aspetti ludici e tragici, spesso decisamente adulti, disorientando a più riprese ma riuscendo a rappresentare bene una generazione disagiata e le sue manie, dai social al #MeToo, dagli esperimenti con le droghe all’insoddisfazione lavorativa e quindi esistenziale.

Uno spirito truffautiano, quindi sbarazzino e insieme serissimo nell’affrontare quel tema tanto normalizzato che è l’amore, che raramente ha avuto rappresentazioni così verosimili al cinema, senza filtri che puntino al carino o all’edificante ma anzi qui visto in modo più trasparente che mai nelle situazioni più quotidiane come in quelle più drammatiche.

La parte finale può risultare fin troppo dolorosa rispetto al resto del film, ma dà al tutto una gravitas inattesa che non può lasciare indifferenti.

Il collezionista di carte (The Card Counter)

Paul Schrader, 2021

Titolo italiano dato probabilmente da un distributore che non si sia nemmeno dato la pena di vedere il film, visto che qui di collezionisti non ce n’è l’ombra ma c’è un giocatore di poker professionista (Oscar Isaac, magistrale) che per vincere più partite studia meticolosamente modi per contare le carte.

Alla produzione c’è Martin Scorsese, alla sceneggiatura e regia Paul Schrader, e il binomio non è da poco visto che si tratta dei due tizi che ci hanno dato Taxi Driver. Trattandosi di Schrader, è pressoché inevitabile che torni un personaggio maschile tormentatissimo, al limite della follia, che in questo caso viene incanalata nel fare il giro dei casinò per non dover pensare a peccati mortali commessi in passato.

Unici suoi compagni di viaggio, una procuratrice che lo segue ai tavoli da gioco e un adolescente che vuole coinvolgerlo in una missione vendicativa, alla quale fino alla fine il giocatore dovrà decidere se partecipare o meno.

Isaac (per una volta senza astronavi intorno) è bravissimo: determinato, ossessivo, mai sorridente, si punisce, monologa e scrive il suo diario come il curato di campagna di Bresson, e quando tira fuori il lato legato al suo passato più violento, fa paura.

Per il resto, il film mescola in modo un po’ diseguale un lato più ameno sui giochi d’azzardo (stile Il colore dei soldi o Cincinnati Kid) a un discorso più introspettivo, mentale, fino a deviare sempre più su un côté esplicitamente politico, di critica verso i peccati nascosti sotto il tappeto di un’intera nazione.

Spiccano una scena bellissima a metà tra reale e videogioco in un giardino illuminato, e una bella autocitazione di American Gigolò con due mani che si sfiorano tra un vetro, a loro volta già citazione di Diario di un ladro (1959).

Il potere del cane (The Power of the Dog)

Jane Campion, 2021

Una regista molto stimata negli ambienti più raffinati (il suo Lezioni di piano è stato uno dei più grandi successi d’autore del cinema anni Novanta) torna dopo dodici anni dietro la macchina da presa con un cast decisamente notevole e si aggiudica un Leone d’argento alla miglior regia e nomination agli Oscar come se piovesse.

Quello che stupisce è che, nonostante l’evidente stima che l’Academy ha per Jane Campion, nonostante i soldi di Netflix e nonostante abbia dalla sua divi come Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst e Jesse Plemons (irriconoscibile dagli esordi in Breaking Bad), il suo film sia quanto di meno commerciale e appetibile per un pubblico che vada oltre i festival.

La storia si rifà all’omonimo romanzo del 1967 di Thomas Savage, si svolge nel Montana del 1925, alla fine dell’era dei cowboy, e vede protagonisti due fratelli (Cumberbatch e Plemons) dai tratti caratteriali opposti: aggressivo e machista il primo, mite e dimesso il secondo.

Quando il fratello “debole” spezza la loro quotidianità famigliare sposandosi, e prendendo con sé il figlio adolescente della moglie, Cumberbatch si lancia in una crociata passivo-aggressiva contro i nuovi arrivati, in un gioco di nervi che ha a che fare anche con segreti personali inconfessabili che rischiano pericolosamente di rivelarsi.

Un western che del western ha solo i paesaggi (oltretutto neozelandesi) e certe asprezze, ma che per il resto è una sorta di pièce teatrale di tensione trattenuta alla Harold Pinter, prolungata allo spasmo senza mai esplodere, e che nel frattempo genera una notevole noia. Affascinante nei suoi silenzi, nei suoi non detti e nella rappresentazione di un mondo ancestrale fatto di regole e tabù; per il resto, difficile da reggere fino in fondo senza cedere al sonno.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico)

2 risposte a "Mi consigli un film? – Vol. 45"

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