La recensione di Wonka, in cui Timothée Chalamet interpreta il celebre cioccolataio protagonista de La fabbrica di cioccolato:
Esce oggi 14 dicembre in Italia Wonka, scritto e diretto da Paul King e interpretato da Timothée Chalamet nel ruolo del protagonista, per quello che potrebbe essere uno dei maggiori successi della stagione cinematografica natalizia. Il nome è quello del celebre cioccolataio partorito dalla fantasia galoppante e un po’ malata di Roald Dahl per il romanzo La fabbrica di cioccolato, e che era diventato famoso in tutto il mondo grazie all’interpretazione di Gene Wilder nel primo adattamento cinematografico del 1971 (Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato), e poi più di recente, anche se ormai sono passati vent’anni, da Johnny Depp nella versione di Tim Burton intitolata La fabbrica di cioccolato (2005).

Come ormai è di moda, il film in questione è un prequel, e per essere ancora più precisi è una origin story, ovvero uno di quei film in cui si prende un personaggio notissimo e ci vengono mostrati i suoi inizi, ciò che l’ha reso quello che è, insomma un ritratto dell’artista da giovane. Quindi magari nella trilogia anni Duemila di Guerre stellari avevamo modo di seguire le gesta di quello che sarebbe diventato il temibilissimo cattivo Darth Fener sin da quando era un ragazzino pacioccone che non avrebbe fatto male a una mosca. È un tipo di meccanismo che di solito attrae molto gli spettatori, perché è come se avessimo uno sguardo reale su quello che fino a quel momento avevamo solo immaginato del passato del personaggio, e gli autori bravi si divertono a regalarci piccoli eventi o battute che alludono alle vicissitudini che già conosciamo. Come, sempre per fare un esempio antico, quando nel prologo di Indiana Jones e l’ultima crociata (1989) vediamo un Indy ancora adolescente boy scout e capiamo perché ha iniziato a portare il cappello, perché usa la frusta e perché ha tanta paura dei serpenti.
In questo caso, il personaggio è Willy Wonka, che non è esattamente una figura amabile, trasparente e eroica, anzi, tutt’altro: nel libro, e anche nei film, Wonka è un personaggio quantomeno eccentrico, anche un po’ inquietante, un misterioso proprietario di una fabbrica di cioccolato che non si fa problemi a far subire delle torture orribili ad alcuni bambini solo per selezionare tra loro colui che avrà una fornitura gratuita di cioccolato a vita. Riguardando il film del ’71, non è per niente convincente il finale in cui sembra diventato improvvisamente un sant’uomo, perché per tutto il resto della pellicola lo abbiamo visto come cinico, indifferente e ingannevole, più un mago di Oz, uno spiritello dispettoso, un trickster, che un eroe positivo. Per non parlare poi dell’interpretazione di Johnny Depp, che sembrava rifarsi pari pari a Michael Jackson, e direi che questo può bastare per esplicare la natura misantropa e stramba, infantile in modo un po’ inquietante del personaggio.
Ecco, Wonka ci mostra il Willy del titolo intorno ai 25 anni, quando è già un bravissimo creatore di varietà di cioccolato ma non ha ancora un business avviato, anzi non ha un soldo in tasca e non ha nemmeno un letto in cui dormire. Attraverso le varie vicissitudini del film sapremo come avrà fatto a sbaragliare la concorrenza e a farsi un nome come mastro cioccolataio, riuscendo a mettere fuori gioco i tre principali produttori di cioccolato della città senza nome in cui si è stabilito. Il tutto in forma di musical, perché come per il film del ’71, gli attori spesso cantano i propri dialoghi, e in generale c’è un clima di fantasia e magia che sembra adattarsi molto bene al formato, tra scene in cui i protagonisti volano attaccati a dei palloncini, cioccolatini che fanno ubriacare e giraffe che scorrazzano in chiesa.

Fino a qui tutto bene, ma, e c’è un ma, se uno ha 10 anni o poco più. Perché la scelta degli autori sembra proprio voler prendere due piccioni con una fava, ovvero attrarre al cinema il pubblico adolescente e giovanile che giustamente – perché lui è molto bravo – va matto per Timothée Chalamet qualunque cosa faccia, e magari si aspetta un film sì bambinesco ma anche accattivante, però poi si ritrova davanti a una favola per un pubblico mooolto giovane, che di fatto lascia da parte tutti gli aspetti più adulti della storia originale.
In fondo il regista, Paul King, che è anche sceneggiatore e non si è quindi ispirato a una storia originale di Dahl, è lo stesso dell’orsetto Paddington, e il clima in effetti è quello: tanta simpatia, tanta fantasia, tanti buoni sentimenti, però sembra mancare proprio quella cattiveria che era la cifra stilistica di Roald Dahl. Chiunque abbia letto o visto gli adattamenti cinematografici di Le streghe o Matilda sei mitica, ma anche della stessa Fabbrica di cioccolato, sa che parliamo di una narrativa infantile in realtà molto poco tenera e a tratti crudele o almeno satirica.
Qui il clima fiabesco è ricreato in modo veramente ben fatto, e infatti basta leggere il cast tecnico per scoprire che lo scenografo ha lavorato a film come Tenet e Dunkirk, e la costumista è una premio Oscar. Inoltre ci sono molte invenzioni visive, o anche semplici grandangoli dal basso, che ricordano atmosfere magiche come quelle di Harry Potter o Il favoloso mondo di Amélie.
Però ecco, se vogliamo sintetizzare, diciamo che è un cioccolato al latte, adatto sicuramente al gusto dei bambini e da quel punto di vista impeccabile, ma poi un po’ troppo dolciastro e zuccheroso per gli adulti. Non per fare i cinici a ogni costo, ma quando un film mette in mezzo prima un’orfanella, e poi un personaggio che ha nostalgia della mamma passata a miglior vita, diciamo che il clima rischia di diventare facilmente stucchevole se uno ha già passato la pubertà. E questo non sarebbe niente di male se fosse un film naturalmente rivolto a un pubblico infantile, ma qui appunto c’è una backstory dietro che resta non spiegata, è una origin story senza origine, perché del Wonka che abbiamo conosciuto da adulto non c’è ancora quasi niente: Timothée è talmente amabile con quella faccia da bravo ragazzo che canta e balla felice che difficilmente lo possiamo immaginare capace di far annegare un ragazzino in un fiume di cioccolato solo per togliersi uno sfizio.

Ed è un peccato, perché perfino il titolo così secco, Wonka, sembrava quasi quello di una di quelle biografie di uomini d’affari americani, in cui con il solo cognome si tratteggia l’ascesa di una figura che non ha bisogno di presentazioni, e ci saremmo quindi aspettati un cambiamento non dico come quello di Michael Corleone nel Padrino, ma almeno un po’ di fedeltà al personaggio originale.
Alla fine ciò che si fa ricordare con maggior piacere sono i grandi vecchi, o almeno anzianotti, del cinema britannico che si sono prestati a delle parti di contorno: sicuramente la premio Oscar Olivia Colman, che fa una cattiva con accento cockney fortunatamente non redenta da nessun orfanello; poi Rowan Atkinson, ovvero Mr. Bean, nel ruolo di un sacerdote il cui peccato maggiore è la ghiottoneria, e poi menzione speciale per uno Hugh Grant irresistibile nei panni di un umpa lumpa acido e diabolico al punto giusto. D’altronde lo ha detto lui stesso che voleva riuscire a trasmettere quella sensazione di “vecchio bastardo burbero dell’Umpa Lumpa”, ammettendo che si tratti della “sua specialità”. E in effetti, come già in Paddington 2, in cui interpretava un attore cattivissimo e vanesio, sembra che in questa fase della sua carriera in cui è passato da ex rubacuori tenerone a caratterista adorabilmente odioso sia proprio adatta alle sue corde comiche.
Insomma, se volete concedervi una serata di svago, fantasia, canzoni e colori, Wonka è sicuramente un film azzeccato, ma se sperate di trovarci qualcosa di più, come qualche riferimento un po’ più adulto, una maggiore fedeltà allo spirito di Roald Dahl e una spiegazione del carattere dell’enigmatico Willy Wonka, portateci i nipotini che sicuramente apprezzeranno più di voi.
Wonka è al cinema dal 14 dicembre. Il trailer:

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