- Le origini
- La registrazione
- Le canzoni – Lato 1
- Le canzoni – Lato 2
- Nebraska vs. “Electric Nebraska”
- L’eredità

Approvato e sostenuto dal Boss in persona, il film è un biopic decisamente sui generis, visto che si focalizza su un anno, tra il 1981 e il 1982, che non vide né tour trionfanti, né successi radiofonici né gioie private, ma che nonostante questo ebbe un impatto perdurante sulla carriera e sulla vita dell’artista.
Fino al 1982, per esempio, in pochi si sarebbero raffigurati Bruce Springsteen con una chitarra acustica a cantare scarne ballate folk, eppure al tempo il nostro aveva già dieci anni di carriera alle spalle, 5 dischi, copertine di TIME, primi posti in classifica e tournée sold out. Lo Springsteen che il mondo conosceva era quello con in mano una Telecaster gialla, circondato dalla E Street Band e magari impegnato in un’acrobazia dopo tre ore di concerto. Se l’altra parte di sé, quella del folksinger con l’armonica, è diventata parte dell’iconografia springsteeniana, lo si deve proprio al disco che uscì in quel 1982: Nebraska.
Nebraska è il titolo del sesto album di Springsteen, distribuito dalla CBS e arrivato al terzo posto nella classifica di Billboard, e la sua peculiarità più apparente è il fatto di essere completamente acustico: principalmente voce, chitarra e armonica a bocca, con qualche timido tappeto di tastiere o un mandolino qua e là. Nebraska occupa un posto importante nella carriera di Springsteen per la totale imprevedibilità di questa scelta all’epoca, ma anche perché pose le basi per la sua futura evoluzione da menestrello in dischi (semi)acustici come The Ghost of Tom Joad (1995), Devils & Dust (2005), Western Stars (2018) e i rispettivi tour in solitaria, tra cui Springsteen on Broadway.
Non solo: a differenza di altre incarnazioni springsteeniane, in primis quella trionfante e muscolosa di Born in the U.S.A. (che avevamo ricostruito qui), Nebraska nel tempo ha conquistato pubblici molto eterogenei, spesso musicalmente lontani dal Boss, diventando un disco intoccabile nel canone rock, rispettato per il suo coraggio anti-commerciale, la sua deliberata scelta lo-fi, i suoi testi a metà tra gotico americano e denuncia sociale, la sua atmosfera aliena e alienata.
Ma come è nato Nebraska, e perché Springsteen ha dichiarato che se dovesse scegliere un album che lo rappresenti tra 50 anni, sceglierebbe proprio questo?
Se volete ascoltare il disco durante la lettura, di seguito l’intero album su Spotify e Youtube:



Le origini
Come si vede in Deliver Me from Nowhere (a sua volta tratto da un libro di Warren Zanes del 2023 ), la storia dell’album inizia dove ne finisce un’altra, quella di The River, il disco che nel 1980 aveva dato per la prima volta il primo posto in classifica a Bruce, e che era stato seguito da un tour trionfale durato fino a settembre ’81 (qui la storia e le traduzioni). Tra America e Europa, riempiendo palazzetti ovunque e cementando una fama da apprezzatissimo showman, Springsteen era ormai riuscito a trovare un invidiabile equilibrio tra una rigorosa poetica da vendicatore della working class e un ritmo esagitato da rocker goliardico. Ad accompagnarlo da più di sette anni, l’immancabile E Street Band, il gruppo che era ormai una band of brothers rodatissima e abituata a concerti-maratona da più di tre ore a sera.
Come se questi recenti trionfi non fossero bastati, dopo vari anni da onesto lavoratore del rock, il trentaduenne Bruce era ufficialmente ricco, scapolo e si poteva concedere un ranch in affitto nel New Jersey e la sua prima Chevrolet in garage. Che volere di più?
Il fatto è che Springsteen, forse per la sua educazione cattolica, era (almeno all’epoca) una rockstar decisamente incapace di godersi l’edonismo che la professione impone, e la fine del tour e il ritorno alla solitudine casalinga sembravano far affiorare ancora di più le sue tendenze depressive, la sua mancanza di stabilità affettiva e la sua istintiva empatia per chi non aveva né una Chevrolet né l’amore di milioni di fan. Nonostante a Stoccolma, Zurigo o a Barcellona conoscessero a memoria le sue canzoni, non sapeva fare di meglio che vivere a dieci minuti dalla sua casa d’infanzia, nella poco ridente Colts Neck: 8.000 anime e una sessantina di km da New York. Un’ironia notevole per Mr. Nato per correre, che in una delle sue canzoni più rappresentative cantava “è una città piena di perdenti, noi stiamo scappando da qui per vincere”.

La residenza di Springsteen a Colts Neck
Ancora peggio, spesso di notte passava ore girando in auto tra le strade della sua cittadina natìa, come se i fantasmi del passato, i complicati legami famigliari (in particolare il rapporto conflittuale con un padre anaffettivo) non riuscissero ad abbandonarlo.
Come scrive nella sua autobiografia Born to Run, “ero un pesce perennemente fuor d’acqua, quale che fosse l’acqua. L’idea stessa di una casa, al pari di molte altre, mi riempiva di sospetto e sofferenza”. Quei trent’anni che per molti suoi coetanei significavano stabilità, famiglia, pacificazione, per lui erano un opprimente simbolo di inadeguatezza all’età adulta e alle sue responsabilità. Anche lo “stato dell’Unione” del suo Paese non lo rendeva sereno, vista la frustrazione diffusa di una working class che dalle promesse in stile “Make America Great Again” di Ronald Reagan (eletto due anni prima) non aveva ottenuto altro che licenziamenti, ipoteche sulla casa e “debiti che nessun uomo onesto potrebbe pagare”.
Quale cura per una situazione del genere? Forse, se mai una catarsi fosse stata possibile, sarebbe stata attraverso la musica.




©David Michael Kennedy, 1982
Ed ecco dunque che questo clima di isolamento, ruminazione sul passato e incertezza sul presente diventò fertile per la scrittura di canzoni che riflettevano esattamente quei sentimenti: canzoni di persone che parlano in prima persona, che si confessano, magari rivolgendosi a un immaginario destinatario appellato “mister” o “sir”, un vicino di sgabello al bar, un compagno di cella, un prete al confessionale. Persone che a volte sono lo stesso Springsteen, a volte sono personaggi della sua fantasia e altre volte sono figure realmente esistite, ma che fungono tutte da voci per esprimere qualcosa che più che in passato sembra venire dall’inconscio, da un’inquietudine a cui è difficile dare un nome.
Come disse Bruce in un’intervista su Musician nel 1984, il disco “parlava di una crisi spirituale, in cui l’uomo si sente perso. È come se non avesse più nulla a legarlo alla società. È isolato dal governo, isolato dal suo lavoro, isolato dalla famiglia. […] Quando arrivi al punto in cui niente ha più senso. In cui non ti senti più in contatto con la tua famiglia, in cui non senti più alcun vero legame coi tuoi amici. Senti soltanto quel senso di solitudine. È l’inizio della fine. È come se iniziassi a esistere separato da tutte queste cose”.
I suoi lumi in questa ricerca sono letterari, musicali, cinematografici e personali: “La mia famiglia, Bob Dylan, Woody Guthrie, Hank Williams, i racconti gotici di Flannery O’Connor, i romanzi noir di James M. Cain, la sobria violenza dei film di Terrence Malick, la tetra favola de La morte corre sul fiume, unica regia di Charles Laughton: ecco gli stimoli che guidavano la mia immaginazione”. È un mondo rurale, spesso notturno: le canzoni sono piene di riferimenti geografici dettagliati a luoghi tutt’altro che metropolitani: Perrineville, Linden Town, Mahwah, Lincoln, Willow, il Nebraska, il Wyoming, il Michigan, il New Jersey.






Foto di Frank Stefanko© e immagini dal film Springsteen: Deliver Me from Nowhere
La registrazione
Dopo aver passato l’autunno ’81 a strimpellare in casa, abbozzare testi su un bloc notes con Snoopy in copertina e registrarsi poi con un registratorino portatile, a inizio dicembre Springsteen ha un’illuminazione: visto che con i dischi precedenti ha speso innumerevoli quantità di ore (nonché di soldi) per dare forma alle canzoni in sala di registrazione, perché non arrivare in studio con una manciata di demo già pronte, così da accorciare i tempi?
Ecco quindi che incarica il suo tecnico delle chitarre, Mike Batlan, di comprargli un registratore appena più sofisticato, e lui si presenta con un TEAC Tascam Portastudio 144, un apparecchio portatile giapponese uscito un paio d’anni prima che permetteva di registrare fino a quattro tracce diverse su una classica musicassetta. Di fatto, uno dei primi strumenti di home recording che permettesse una qualità decente di suono senza doversi affidare a uno studio stile Abbey Road. Il tecnico completa l’ordine con due microfoni Shure SM57, che sistema nella camera degli ospiti della casa di Bruce a Colts Neck (in questo servizio televisivo del 2023, Springsteen è tornato nella casa). Costo complessivo: meno di mille dollari.







©Frank Stefanko, TASCAM, CBS Sunday Morning
A questo punto si tratta di registrare, e Springsteen si sistema su una sedia scricchiolante in fondo al letto con una Gibson J-200 mentre Batlan armeggia con il Tascam, che non ha mai usato e che quindi imposta anche male, con un volume che distorce un po’ il suono e una manopola per la velocità superiore al dovuto. Springsteen registra voce e chitarra acustica e poi aggiunge qua e là una doppia voce, una tastiera accennata, un mandolino. I due a metà dicembre fanno un paio di sessioni di registrazione, e terminano l’opera con una giornata intera di lavoro, da mattina a notte, il 3 gennaio, col risultato di avere 15 pezzi completi.
La fase di missaggio, sempre casalingo, viene anch’essa effettuata con tecnologie che definire rudimentali sarebbe riduttivo: prima passano i pezzi attraverso un Gibson Echoplex, un piccolo apparecchio per aggiungere un’eco anni ’50 in stile Elvis o Buddy Holly, e per finire in gloria premono REC su un radiolone portatile Panasonic, di quelli da spiaggia. Uno stereo che era stato letteralmente recuperato dal fondo di un laghetto fangoso dopo essere caduto in acqua durante un giro in canoa.
Il prodotto finale è una cassettina che Springsteen fa avere al suo manager e confidente, Jon Landau, insieme a una lettera in cui sintetizza il suo giudizio sui pezzi con frasi a posteriori buffe come: “Traccia n.5 – Born in the U.S.A.: potrebbe avere del potenziale”.



Foto tratte da Bruce Springsteen – Songs, HarperEntertainment, 2003
Le canzoni – Lato 1
Springsteen ancora non lo sa, ma quella cassettina – non solo i pezzi che contiene, ma l’oggetto stesso – diventerà molto importante. Quando Landau preme per la prima volta il tasto “Play”, quello che ascolta è una solitudine messa in musica. Ancora incapace di adeguarsi completamente alla vita quotidiana dopo un anno in tour, Springsteen ha composto nuovi pezzi come forma di terapia, e qualunque osservatore noterebbe che lo stato mentale dell’autore non è dei più solidi. Basti pensare a quella che diventerà la title track, nonché prima canzone del disco: Nebraska è una soave ballata che, dopo un arpeggio cullante di chitarra acustica, lascia un brivido lungo la schiena esordendo con queste parole inattese:
La vidi lì nel cortile di casa sua
Che faceva roteare un bastone da majorette
Siamo andati a fare un giro in macchina, signore
E dieci innocenti sono morti
Dalla città di Lincoln, Nebraska
Con un calibro .410 a canne mozze sulle ginocchia
Attraverso i calanchi del Wyoming
Ho ucciso tutto quello che ho trovato sulla mia strada
- (Le traduzioni integrali di tutti i testi citati sono disponibili qui)
Non è un’illusione acustica, questo Springsteen è lo stesso che un anno prima passava in ogni radio con l’orecchiabilissimo ritornello beatlesiano “tutti quanti hanno un cuore affamato” (Hungry Heart), e che ora parla con la voce di un killer privo di qualsiasi empatia. E non un immaginario killer qualunque: un killer specifico, che quelle cose le ha fatte davvero.
Di questo, per quanto sia assurdo, bisogna ringraziare Terrence Malick, che i più cinefili conoscono come regista di film poetici, ermetici e divisivi come The Tree of Life, La sottile linea rossa e La vita nascosta. Il primo film di Malick, nel 1973, era stato La rabbia giovane (in originale Badlands), con protagonisti Martin Sheen e Sissy Spacek, e la scena della ragazza che fa roteare il suo bastone nel cortile è presa pari pari dai titoli di testa del film:



Springsteen aveva visto il film in tv e ne era rimasto segnato: si trattava della versione romanzata di una vicenda realmente accaduta nel 1958, quando il diciannovenne del Nebraska Charlie Starkweather e la sua fidanzatina Caril Fugate, 14 anni, si erano macchiati di 10 omicidi nel giro di una settimana, tra cui la madre, il patrigno e la sorella bambina di lei. Di fatto, i natural born killers originali.
Dopo una fuga in auto che in varie tappe aveva fatto altre sei vittime uccise senza apparente ragione con fucile e coltello, i due erano stati arrestati nel Wyoming. Quando il ragazzo, in attesa di giudizio, scrisse ai genitori dal carcere, si poterono leggere frasi agghiaccianti come “ma papà, non sono davvero pentito per quello che ho fatto, perché per la prima volta io e Caril ci siamo divertiti di più”. E la canzone prosegue così:
Non posso dire di essere pentito
Per le cose che abbiamo fatto
Almeno, signore, per un po’
Io e lei ci siamo divertiti
Starkweather, che durante la detenzione si atteggiava a James Dean con la sigaretta cadente in bocca e il giubbotto di pelle, venne condannato a morte, e il 25 giugno 1959 la sua sentenza viene eseguita tramite sedia elettrica. Caril si dichiarò da subito ostaggio innocente, e nel tempo è cresciuta l’ipotesi che il suo ruolo possa essere stato più di vittima rapita che di carnefice (vedi il documentario The 12th Victim, 2023), ma il giudice dell’epoca non fu della stessa idea e la condannò all’ergastolo. Dopo aver scontato 17 anni, nel 1976 fu rimessa in libertà condizionata, sparì dai riflettori e oggi vive in Ohio.











Giornali d’epoca sulla vicenda Starkweather
Una delle poche persone ad ascoltare e diffondere la sua voce durante gli anni del carcere fu Ninette Beaver, giornalista che prima la intervistò per il documentario televisivo Growing Up in Prison (1972, qui sotto) e poi scrisse su di lei il libro Caril (1974, leggibile qui). Nel documentario, a un certo punto, si vede un membro della giuria che dichiara “Quando mi era stata chiesta un’opinione sulla colpevolezza di lei, avevo detto: ‘Dovrebbero farla sedere in braccio a lui [sulla sedia elettrica], per risparmiare sulla spesa’”.
La giuria ha emesso un verdetto di colpevolezza
E il giudice mi ha condannato a morte
Mezzanotte nel deposito di una prigione
Con delle cinghie di cuoio strette al petto
Sceriffo, quando il tizio tirerà quella leva
E farà schioccare all’indietro il mio povero collo
Lei si assicuri che la mia piccolina
Sia seduta qui, in braccio a me
Springsteen, incuriosito dal film, aveva poi letto il libro, e in preda a un furore da investigatore privato era riuscito a contattare telefonicamente l’autrice per farsi dire qualcosa in più da chi aveva vissuto i fatti in prima persona. Ma anche per chi aveva visto tutto da vicino era difficile dare una risposta ai perché delle azioni di Starkweather, che al di là di un generico odio vendicativo per la società e un quoziente intellettivo più basso della media non aveva moventi.



Il documentario “The 12th Victim”, il libro “Caril”, Caril Fugate in prigione
Il finale della canzone quindi si appoggia a un’altra delle allora recenti passioni letterarie di Springsteen, l’autrice Flannery O’Connor, che prima di morire a soli 39 anni nel 1964 aveva fatto in tempo a scrivere due romanzi e trentadue racconti, tutti intrisi di un senso di “gotico americano” che univa atmosfere del sud del Paese, vita di provincia e senso cattolico del peccato. Di lei, che fu citata da subito come influenza fondamentale per Nebraska, il cantautore disse che “le sue storie mi ricordavano l’inconoscibilità di Dio e contenevano una spiritualità oscura che risuonava con i miei sentimenti di allora.”
Anche Springsteen è su quella lunghezza d’onda con Nebraska: “Volevo che l’ascoltatore percepisse i pensieri dei personaggi, le loro scelte. Quei pezzi erano l’esatto contrario del rock che avevo scritto fino ad allora. Controllati e immobili in superficie, nascondevano un mondo di ambiguità e disagio morale”. Ecco cosa fa dire la O’Connor all’antagonista del racconto Un brav’uomo è difficile da trovare (1953), un assassino senza pietà:
“’Gesù è stato l’unico a risuscitare i morti,’ riprese il Balordo. ‘E non avrebbe dovuto farlo. Ha mandato tutto a gambe all’aria. Se ha fatto quel che ha detto, allora non ci resta che gettar tutto e seguirlo; se non l’ha fatto, allora non ci resta che goderci meglio che possiamo i pochi minuti che ci avanzano: uccidendo qualcuno, bruciandogli la casa o facendogli qualche altra cattiveria. Non c’è piacere al di fuori della cattiveria’”.
Se l’inferno non esiste, allora avere un codice morale non ha senso, sembra voler dire, e Springsteen in quei giorni di dubbi e nichilismo sembra prendere molto a cuore queste riflessioni. Quindi la risposta ai “perché” può solo essere la più banale, e per questo la più agghiacciante:
Mi hanno dichiarato indegno di vivere
Hanno detto che la mia anima verrà scagliata in quel grande vuoto
Volevano sapere perché ho fatto quel che ho fatto
Be’, signore, mi sa che in questo mondo c’è una certa cattiveria






Flannery O’Connor e i suoi libri
È l’inizio di un viaggio in dieci tappe nella mente di un artista che passa le sue giornate a interrogarsi su se stesso, ma anche sul senso di impotenza di chi ha ancora meno motivi per restare a galla. In Atlantic City, la seconda canzone, l’ambientazione è contemporanea e non ci sono serial killer, ma il protagonista è comunque un uomo con una sola, ultima possibilità, che intorno a sé vede “solo vincenti e perdenti, e non farti trovare dal lato sbagliato della linea”.
Anche qui tornano i riferimenti alla cronaca: il pezzo inizia descrivendo una faida tra bande mafiose nella città costiera di Atlantic City, sorta di Las Vegas dell’Est, dove il gioco d’azzardo legalizzato negli anni ’70 ha fatto proliferare l’illegalità, e dove i vecchi quartieri vengono demoliti per far posto ai casinò di un giovane imprenditore rampante di nome Donald Trump.
Giù al lungomare si stanno preparando per uno scontro
Bisognerà vedere che saranno capaci di fare i ragazzi del racket
Ci sono guai in arrivo da fuori dello stato
E il Procuratore Distrettuale non ha un attimo di tregua
Si faranno male sulla passeggiata
E la Commissione sul gioco d’azzardo ormai va avanti per miracolo
(Le traduzioni integrali di tutti i testi citati sono disponibili qui)
Il quadretto poco edificante si spinge nel dettaglio: “Hanno fatto saltare in aria il “Gallina” [the Chicken Man] a Philadelphia l’altra sera/Gli hanno fatto saltare pure la casa”. Potrebbe sembrare il solito talento di Springsteen per i soprannomi, ma indagando si scopre che il 15 marzo 1981, al 2117 di West Porter Street, South Philadelphia, un’autobomba aveva sventrato l’abitazione del boss italoamericano Philip Testa detto “Chicken Man”, uccidendolo.






Giornali dell’epoca sul malvivente Philip Testa
Il protagonista della canzone non è famoso quanto Testa: è qualcuno che un lavoro ha anche provato a trovarlo, ma senza successo, e che sopraffatto dai debiti ha investito su un bus per la Città Atlantica sperando di fare soldi facili “là dove la sabbia si sta trasformando in oro”. Lì, non vedendo altre possibilità, informa la sua bella: “Mi sono stancato di stare tra chi perde sempre/Quindi tesoro, l’altra sera mi sono visto con questo tizio e gli farò un piccolo favore”.
Di fronte ai rischi che questa scelta di vita comporta, non può che affidarsi a una speranza poco convinta: “Be’, tutto muore, piccola, questo è un fatto/Ma forse tutto ciò che muore un giorno tornerà”. Una frase che sembra ricordare da vicino un dialogo del bel film di due anni prima Atlantic City, U.S.A. (Atlantic City, 1980) di Louis Malle, anch’esso ambientato nello stesso sottobosco di criminali e giocatori con poca fortuna: “Non fa niente se Dave è morto. Ne approfitterà per reincarnarsi prima, ecco tutto” “Tu pensi che il mio Cookie tornerà?” “Certo, tutto quanto torna”.





Non è un caso che il verso “avevo debiti che nessun uomo onesto sarebbe riuscito a pagare” si riproponga anche in Johnny 99, ispirata alla chiusura di una fabbrica Ford a Mahwah, New Jersey, che lasciò 3.000 persone senza lavoro nel 1980. Murder song di stampo cronachistico, vede uno di questi neo-disoccupati che disperato si ubriaca, tenta una rapina, spara a un portiere notturno e viene condannato a 99 anni di carcere. Quando il giudice gli fa l’angosciante domanda: “Be’, figliolo, hai da fare qualche dichiarazione prima che l’ufficiale giudiziario ti porti via per sempre?”, lui risponde così:
Signor giudice, signor giudice, avevo debiti che nessun uomo onesto sarebbe riuscito a pagare
La banca aveva impugnato l’ipoteca e mi stavano portando via la casa
Ora, io non dico che questo faccia di me un uomo innocente
Ma è stato questo e tanto altro che mi ha messo quella pistola in mano
Insomma, vostro onore, credo proprio che starei meglio morto stecchito
E se lei può togliere la vita a un uomo per i pensieri che ha in testa
Allora, signor giudice, si rimetta seduto su quella sedia e ci ripensi
Lasci che mi taglino i capelli a zero e mi mettano in coda per l’esecuzione
(Le traduzioni integrali di tutti i testi citati sono disponibili qui)
Secondo Greil Marcus (luminare della critica musicale d’oltreoceano), pezzi come questo facevano parte della “più completa e probabilmente più convincente dichiarazione di resistenza e rifiuto che gli USA di Ronald Reagan abbiano finora suscitato, da parte di qualsiasi artista o politico. […] Gli unici atti di ribellione presentati in Nebraska hanno a che fare con l’omicidio. Sono atti nichilisti commessi da uomini in un mondo in cui le funzioni sociali ed economiche sono diventate la misura di tutto, e hanno dissolto tutti gli altri valori”. Praticamente un tradimento della tipica poetica springsteeniana, quella di una resistenza fatta di eroismo quotidiano al presente opprimente.
Non è quindi un caso che, quando nel 1984 l’allora presidente Reagan durante un comizio in New Jersey lodò senza preavviso “un uomo ammirato da così tanti giovani americani, Bruce Springsteen”, il Boss due giorni dopo in concerto introdusse così Johnny 99: “L’altro giorno il Presidente ha fatto il mio nome nel suo discorso, quindi mi sono chiesto quale fosse il suo album preferito tra i miei… Non credo fosse Nebraska, non credo che quel disco lì l’abbia mai ascoltato”.



L’atmosfera si fa decisamente più placida in Mansion on the Hill (titolo rubato a un antico eroe del country, Hank Williams), in cui compaiono per la prima volta i ricordi personali d’infanzia dell’autore, ricordi in cui l’innocenza di un bambino si confronta con la consapevolezza della differenza di classe.
Nella canzone ricorre una villa sulla collina che “si staglia sopra le fabbriche e i campi”, dove “d’estate si accendevano tutte le luci/C’era musica, gente che rideva di continuo”; una villa circondata da “cancellate d’acciaio rinforzato”, che chi non ha il privilegio di oltrepassare può solo limitarsi a immaginare da fuori.
Di notte mio padre mi prendeva con sé e partivamo in macchina
Per le vie di una città muta e immobile
Parcheggiavamo su una stradina al lato dell’autostrada
E guardavamo in alto verso la villa sulla collina
Come se quel momento di condivisione tra padre e figlio, anche visto con gli occhi di un bambino ignaro delle fasce salariali, fosse comunque sorvegliato da una presenza ingombrante, un paradiso inaccessibile i cui abitanti non hanno volto. Non è un caso che, introducendola dal vivo due anni dopo, avrebbe raccontato: “Ricordo che di notte a volte mio padre era seduto in cucina e poi mi chiedeva se volevo fare un giro, e mi portava in macchina attraverso la città. E passava sempre davanti a questa casa, ci fermavamo sul ciglio della strada, fumava una sigaretta e guardava lassù. E nella mia città le fabbriche hanno chiuso, ma la villa sulla collina è rimasta lì.”

Springsteen bambino con suo padre e sua sorella
Le automobili (non-luogo springsteeniano per antonomasia) e i legami famigliari compaiono anche in una canzone che è tra le vette dell’album in quanto a capacità di scrittura, un racconto in miniatura così nitido che ne è stato tratto un film, Lupo solitario (The Indian Runner, 1991) di Sean Penn (che all’epoca di Nebraska usciva con la sorella di Springsteen e rimase evidentemente colpito dal brano).
Si tratta di Highway Patrolman (“Poliziotto della stradale”), una storia di fratelli, un Abele e un Caino uniti dall’affetto ma separati dalle scelte di vita:
Mi chiamo Joe Roberts, lavoro per lo Stato
Sono sergente fuori Perrineville, caserma numero 8
Ho sempre fatto un lavoro onesto, quanto più onesto potessi
Ho un fratello di nome Franky, e Franky non è un tipo perbene
(Le traduzioni integrali di tutti i testi citati sono disponibili qui)
Le cose, però, non sono sempre semplici, se si gratta sotto la superficie, e forse le scelte di vita sono volontarie solo fino a un certo punto: Joe, quello che da sempre chiude un occhio perché “un uomo che volta le spalle alla famiglia, be’, non è un uomo perbene”, non è stato chiamato alla leva grazie a un rinvio come agricoltore. Franky invece “fu arruolato nel ’65 e tornò a casa nel ‘68”, e a Springsteen bastano queste poche parole per dirci che si è fatto il Vietnam, con tutte le conseguenze del caso.
O ancora, sempre nel segno di un minimalismo alla Raymond Carver che suggerisce senza esplicitare, sappiamo che in tempi migliori i fratelli facevano “a turno per ballare con Maria”, ma mentre Franky è nell’esercito, Maria diventa la moglie di Joe. La amavano entrambi? Non lo sappiamo, ma è come se nella voce del poliziotto ci fosse un senso di colpa per ciò che la vita ha riservato a lui e non al fratello; il modo di cantare piatto e dimesso di Springsteen sembra riuscire a trasmettere anche senza vederlo l’aspetto di un uomo umile, probo, che canta con la testa bassa:
Io e Franky che ridevamo e bevevamo
Niente ti fa stare meglio del tuo stesso sangue
Facevamo a turno per ballare con Maria
Mentre la band suonava “Night of the Johnstown Flood”
Io lo riprendo quando sgarra, gli insegno a rigare dritto
Un uomo che volta le spalle alla famiglia non è amico mio
Finché, proprio come in un racconto, arriva il momento della verità, quello delle scelte tra famiglia e dovere: Joe riceve una chiamata, Franky è stato coinvolto in un fatto di sangue in un pub, c’è un ragazzo a terra, una ragazza che piange. Lui corre alla ricerca del fuggiasco nella notte, fino a che lo vede, e racconta la sua scelta come se fosse in un bar lontano da casa a liberarsi di un peso con uno sconosciuto:
Allora sono uscito, sono saltato in macchina e ho acceso i lampeggianti
Devo aver toccato le 110 miglia all’ora attraverso quella contea del Michigan quella notte
È successo all’incrocio, dalle parti della banca di Willow
Ho visto una Buick con targa dell’Ohio, dietro il volante c’era Frank
L’ho inseguito per quelle strade di campagna
Fino a un segnale che diceva: “Confine canadese: 5 miglia”
Ho accostato al lato dell’autostrada e ho guardato scomparire i suoi fanalini di coda
Steve Pond su Rolling Stone avrà questo da dire: “Gli uomini onesti dell’album – e sono più numerosi dei criminali, sebbene la serie di sanguinari del primo lato lasci intendere il contrario – stanno tutti pagando debiti e cercando una liberazione che non arriva mai. La compassione con cui Springsteen canta ogni verso non può nanon può nascondere il fatto che non c’è pace da trovare nell’oscurità”.
Le canzoni – Lato 2
La prospettiva “dal basso”, quella di un bambino, torna in Used Cars, in cui Bruce guarda con imbarazzo i genitori che acquistano la loro “auto usata nuova di zecca”, l’unica che possano permettersi, col venditore che “ci sta dicendo dello sconto che ci farebbe se potesse, ma proprio non può”. Così la promessa a se stesso è questa: “Caro signore, il giorno in cui vincerò alla lotteria/Non viaggerò mai più su un’auto usata”.
Come dice Jay Cocks nella sua recensione su TIME: “In queste canzoni, il capofamiglia si carica il peso dei sogni infranti, e la famiglia, tormentata economicamente dall’esterno e in rovina all’interno a causa di ferite psichiche troppo profonde per guarire, diventa il simbolo dell’America”.
Nebraska però non è solo ricordo o cronaca sociale: c’è spazio anche per una rapida oasi umoristica, Open All Night, su un patito di motori che con dovizia di dettagli tecnici narra la sua odissea automobilistica notturna per raggiungere la ragazza, tra soste per il pollo fritto e poliziotti seminati sulla Turnpike del New Jersey.
Su un tema pressoché identico, ma con un’atmosfera decisamente diversa, c’è poi State Trooper, tre minuti ossessivi su due accordi acustici martellanti che come attitudine sono punk tanto quanto alcuni pezzi hardcore. E la cosa non stupisce, visto che l’ispirazione del pezzo viene da Frankie Teardrop, un pezzo ancora più delirante del duo synth-punk Suicide, che Springsteen nonostante le differenze musicali frequentava e apprezzava.
Del protagonista non sappiamo niente se non che il suo stato mentale non è dei migliori, e sembra parente del narratore di Stolen Car (da The River), che diceva: “E ora guido un’auto rubata su Eldridge Avenue/Ogni notte aspetto di venire preso, ma non succede mai”:
Autostrada del New Jersey, guido in una notte umida
Sotto il bagliore della raffineria, là dove scorrono i grandi fiumi neri
Patente, libretto, non ho niente di niente
Ma ho la coscienza pulita
Per quanto riguarda le cose che ho fatto
Signor agente di pattuglia, la prego non mi fermi
La prego non mi fermi, la prego non mi fermi
Magari hai un ragazzino, magari hai una bella mogliettina
L’unica cosa che ho io mi ha dato rogne per tutta la vita
(Le traduzioni integrali di tutti i testi citati sono disponibili qui)
Il testo è minimalista, dettagli sul suo passato non ne abbiamo, ma qui è il suono a fare la parte del leone, con degli ululati inquietanti e un finale in cui il viaggiatore notturno sembra fuggire più dalla sua alienazione che da un agente di pattuglia: “Ehi, qualcuno là fuori, ascoltate la mia ultima preghiera/Al galoppo cavallina, liberami dal nulla”. Deliver me from nowhere, proprio come il titolo del film.
Come ha scritto Mark Richardson su Pitchfork, “In Born to Run, l’auto rappresentava la fuga. […] In Nebraska, l’automobile è una sorta di camera di isolamento, un guscio d’acciaio che tiene i suoi passeggeri separati dal mondo”.
Un’altra vetta dell’album è My Father’s House, che musicalmente appare una nenia funebre e ripetitiva, ma il cui ambiente sonoro si sposa alla perfezione con un testo che mostra un lato quasi mistico di Springsteen, un impasto di sogno e realtà che mette a nudo i conflitti interiori dell’autore. Non si può non notare che, stando all’autobiografia, fu proprio nell’autunno ’82 che Bruce ebbe il suo primo episodio depressivo maggiore, durante un road trip da costa a costa con un suo amico.
Nel mezzo del Paese, forse in Texas, avevano incrociato una fiera, con balli, musica e atmosfera serena, ma quel quadretto di armonia provinciale aveva avuto l’effetto opposto di travolgere Springsteen con la realtà dell’assenza di quelle piccole gioie dalla sua vita. È così che, arrivato a destinazione a Los Angeles, e complice Jon Landau come confidente e intermediario, era iniziato per Springsteen un percorso di psicoterapia che sarebbe durato per decenni, e di cui parlerà pubblicamente solo molto tempo dopo. Evidentemente i semi di questo improvviso e spietato confronto con le sue fragilità erano già evidenti in Nebraska, e si ritrovano soprattutto in My Father’s House, un pezzo che non a caso racconta di un sogno.
Lo ha detto lo stesso Bruce in concerto anni dopo introducendo la canzone, raccontando una storia sulla sua abitudine di passare in piena notte in automobile davanti alle case della sua infanzia, per anni. Quando aveva chiesto al suo psicologo che cosa potesse voler dire, questi gli aveva risposto: “Be’, lo fai perché è successo qualcosa di brutto, e tu torni lì pensando di poter rimediare. Qualcosa è andato storto e tu continui a tornare lì per vedere se puoi aggiustarlo, e in qualche modo farlo andare per il verso giusto”. E Bruce aveva concordato: “Sì, è questo che sto facendo”. E il dottore: “Be’, non puoi”.
Questa difficoltà, almeno allora, a rimettere insieme i cocci rotti dentro di sé, nella canzone è rappresentata metaforicamente dal sognare di essere bambino e correre in sogno attraverso un bosco di rovi e voci spettrali, e vedere la casa di suo padre risplendere “solida e luminosa” oltre gli alberi. Quando nel sogno il bambino finalmente viene accolto dalle braccia del padre, il narratore adulto si sveglia e decide di partire davvero verso quella casa, sperando che “le cose che ci avevano diviso non ci separassero più l’uno dal cuore dell’altro”.
Così arriva sulla soglia, ma una sconosciuta alla porta lo informa: “Mi spiace figliolo, ma nessuno con quel nome vive più qui”. Dopo questa rivelazione, l’ultima strofa descrive quindi la potente e poetica consapevolezza di doversi rassegnare a quel “Be’, non puoi”:
La casa di mio padre risplende solida e luminosa
Si staglia come un faro che mi chiama nella notte
Chiama e richiama, cosi fredda e sola
Risplende al di là di questa buia autostrada
Dove i nostri peccati giacciono inespiati
E quest’ultima frase, come ha fatto notare Dave Marsh su Record, è “qualcosa che non solo non è mai successo in altre canzoni di Springsteen, ma che in molte di esse non sembra nemmeno concepibile. […] Davanti a questa realtà cattiva, la speranza, la fede, la possibilità di una redenzione – ovvero i motori che hanno da sempre tenuto accesa la musica di Springsteen – sembrano semplicemente assurdi”. Se poi si pensa che la “casa del Padre” è un’immagine molto ricorrente nel linguaggio cristiano, il rapporto reciso può essere considerato non solo quello con un genitore ma anche con la fede, e con essa una speranza.
Questo nichilismo è la kryptonite di Springsteen e della resilienza eroica dei suoi reietti, eppure anch’esso è parte della poetica springsteeniana in questa fase di dubbio, isolamento e pessimismo.






©David Michael Kennedy, 1982
Il disco è quasi finito, rimane il tempo di un’ultima canzone, Reason to Believe, e dopo l’ultimo climax di intensità l’ascoltatore viene lasciato con un filo di speranza, o almeno quella che sembra speranza ma è solo accettazione filosofica della mancanza di senso nella vita. Lui stesso lo ha detto: “È un’interpretazione comune ma errata quella di Reason to Believe come una canzone piena di speranza. Era una delle canzoni più cupe del disco ed è stato il modo in cui ho deciso di concludere l’album. Con quella densità”.
Bruce elenca una serie di situazioni che dovrebbero insegnarci l’insensatezza della nostra esperienza terrena: un uomo perplesso che dà colpetti con un bastone a un cane morto “come se restando lì abbastanza a lungo/Quel cane si potesse rialzare e correre via”; una donna che persiste aspettando “alla fine di una strada polverosa” che il suo Johnny torni con lei; il battesimo di un bimbo che “lava via il suo peccato”; la preghiera per un anziano al cimitero, forse lo stesso bimbo decenni dopo; uno sposo che attende all’altare una sposa che non arriverà. L’unico commento a questa fede cieca può essere: “Signore, vuoi dirci cosa significa tutto questo?/Eppure, alla fine di ogni giorno duramente guadagnato la gente trova un motivo per credere”.
(Le traduzioni integrali di tutti i testi citati sono disponibili qui)
Il nastro si interrompe, le canzoni sono finite. Messa l’ultima parola all’ultima strofa di questo pugno di pezzi urgenti, Bruce ora deve passare alla fase successiva, quella di dargli una forma definitiva e offrirle al pubblico.
Nebraska vs. “Electric Nebraska”
La cassetta, Springsteen la porta alle prove della E Street Band fissate per fine aprile, e il gruppo fa del suo meglio per dare forma ad arrangiamenti che possano rendere quelle demo qualcosa di più simile al suono che i fan si aspettano da un disco di Bruce Springsteen. Giorno dopo giorno, per un paio di settimane, la band registra i pezzi, e alcuni dei risultati non sono certo tra i peggiori: Working on the Highway e Downbound Train (pezzi presenti tra le demo ma non sul disco finale, rispettivamente traccia numero 4 e 5 di Born in the USA), Pink Cadillac (b-side del singolo più fortunato della carriera dell’autore, Dancing in the Dark), e una canzoncina poco nota intitolata Born in the U.S.A..
Se la vicenda del reduce del Vietnam raccontata nella succitata traccia riesce ad incarnarsi fin troppo bene in una marcia a base di sintetizzatore e rullante (un arrangiamento trionfale che causerà non pochi fraintendimenti), non si può dire lo stesso della decina di pezzi rimanenti, ballate che sembrano perdere autenticità e pathos ogni volta che gli si aggiungono i suoni puliti e precisi di uno studio di registrazione. Perfino quando la band viene messa da parte e Bruce tenta di registrarle nuovamente da solo in studio, la magia di quel suono selvatico e spartano non c’è più. Come ha scritto Springsteen, “Riascoltandoli, mi resi conto che ero riuscito solo a rovinarli”.
Così, dopo tentativi che non soddisfano mai l’autore, la proposta di Bruce è semplicemente: e se lo facessimo uscire così? Dove “così” significa che il nuovo album di una rockstar il cui ultimo disco è stato primo in classifica per quattro settimane di fila sarà il riversamento in vinile di quella cassettina senza custodia che si è portato in giro nella tasca dei calzoni da mesi.

La tracklist originale dell’audiocassetta inviata a Jon Landau
C’è abbastanza per far sbiancare qualsiasi dirigente di qualsiasi casa discografica, ma con un po’ di tentativi il fido manager Jon Landau (interpretato nel film da Jeremy Strong, già Kendall Roy in Succession) riesce a convincere la Columbia, che accetta la proposta. Ancora meno entusiasti sono i tecnici che devono occuparsi dell’operazione a livello pratico: l’ingegnere del suono Toby Scott ha raccontato in dettaglio al sito della TASCAM (l’azienda produttrice del registratore portatile) la fatica necessaria per trovare, dopo viaggi aerei da costa a costa e un paio di mesi, uno studio in grado di trasferire il suono prima su nastro magnetico e poi su vinile.
Per il nome si pensa inizialmente a January 3, 1982 (data della registrazione casalinga principale), ma si opta poi per Nebraska, titolo della prima canzone e nome di uno stato situato al centro degli Stati Uniti, parola evocativa di un’America profonda, aspra, isolata, fatta di molta natura e poca gente. Praticamente il contrario della Asbury Park a cui faceva riferimento il primo disco (Greetings from Asbury Park, NJ), città di mare sulla Costa atlantica, luogo estivo a un’ora da New York.
La copertina, poi, è anch’essa adatta al mood generale: una foto in bianco e nero di un parabrezza nel mezzo di un desolato paesaggio invernale. L’aveva scattata David Michael Kennedy nel 1975 durante un viaggio in macchina, appena prima di una tempesta di neve, e quando l’art director Andrea Klein l’aveva proposta a Bruce, questi l’aveva trovata perfetta. Un altro fotografo di fiducia, Frank Stefanko, si occupò di un servizio casalingo con Springsteen protagonista, scene di solitudine domestica e silenzio, con un Bruce mingherlino e dimesso.
La grafica del titolo sembra invece essere un omaggio a un misconosciuto disco di Chuck Berry e Bo Diddley, Two Great Guitars (1964), ma i caratteri maiuscoli rossi su fondo nero, uniti all’immagine, producono un effetto decisamente più inquietante.



Il disco esce il 24 settembre 1982 in UK e il 30 negli USA, e i fan rimangono come prevedibile basiti nel notare che per la prima volta manca la E Street Band, e non ci saranno né un tour, né singoli, né interviste promozionali. Solo un video, quello di Atlantic City, viene fatto uscire per sfruttare la nascente popolarità di MTV. Giusto per fugare ogni dubbio di commercialità, però, è in bianco e nero, non prevede attori e Bruce non è presente.
Unica concessione al mercato, qualche pubblicità sulle riviste musicali, ma con uno slogan molto riuscito: “Nessuno tranne Springsteen sa raccontare storie come queste. In Nebraska, non c’è nessuno tranne Springsteen a raccontarle”.
Nonostante questo, la fanbase del Boss si fida del suo beniamino abbastanza da non lasciarsi intimidire: il disco debutta nella Billboard 200 al numero 29, ma con un inatteso salto raggiunge il podio al terzo posto, dove rimane per quattro settimane tra ottobre e novembre. A dicembre tocca le 500mila copie vendute, e nel 1989 raggiungerà il milione. Un risultato più che egregio per un album così ostico e poco promosso, anche se risibile rispetto al successivo Born in the U.S.A., che nel giro di un anno vendette 7 milioni di copie, generò 7 singoli e rimase tra i 10 album più venduti per 84 settimane, di cui 7 al primo posto.
Poiché Nebraska non vedrà, per la prima volta nella carriera dell’autore, alcun tour a supportarlo, le canzoni vedranno il palco solo nel 1984, quando nella scaletta della tournée mondiale di Born in the U.S.A. Springsteen riserverà sempre almeno un paio di posti alle canzoni del disco (qui una playlist), che poi diventeranno centrali nelle setlist di concerti come quelli acustici del 1995, 2005, 2006 e 2018.



E le registrazioni con la band? Quelle non sono mai venute fuori, nonostante Springsteen sia uno degli artisti più “piratati” di sempre, e nonostante siano disponibili bootleg sia della tracklist originale registrata in casa che delle prove in studio finite in Born in the U.S.A.. Nel tempo sono diventate un Santo Graal degli springsteeniani, e Bruce si è sempre limitato a dire che non erano granché, e che erano perdute da tempo. Fino a che… Fast-forward all’aprile 2025, 43 anni dopo, e Springsteen sta rispondendo alle domande del giornalista Andy Greene di Rolling Stone per l’uscita di Tracks II, un enorme cofanetto di tracce inedite. Di “Electric Nebraska”, però, nemmeno l’ombra tra quei dischi.
Così il giornalista si fa coraggio e chiede notizie in merito, ma Bruce è sicuro: “Posso dirti subito che non esiste! Provammo a fare qualche canzone con la band per alcune versioni semi-elettriche di Nebraska, forse qualcos’altro, non ne sono sicuro. Ma quel disco semplicemente non esiste. Non esiste un Nebraska elettrico al di fuori di quello che ci sentite suonare sul palco”. Circa un mese dopo, tuttavia, ad Andy Greene arriva un SMS da Mr. Springsteen: “Giusto per avvisarti, ho controllato nel nostro caveau ed ESISTE una registrazione elettrica di Nebraska, anche se non contiene l’album completo”.
Evidentemente le cose si muovono in fretta nel management dell’artista, e i primi di settembre viene annunciato il box set Nebraska ’82 – Expanded Edition, che conterrà 8 dei pezzi originali del disco interpretati con la E Street Band e 9 delle demo registrate in solitaria ma non finite sull’album.
L’eredità
Quando il disco – con tutti i suoi limiti tecnici – alla fine esce, i critici, seppur stupiti, sembrano apprezzare questo nuovo Bruce in versione folksinger: Steve Pond su Rolling Stone assegna 4 ½ stellette e dichiara: “Sfidando un’industria discografica in declino con un progetto intensamente personale che potrebbe facilmente tenere lontane le radio, l’artista rock più coraggioso e mainstream ha rivendicato in modo spettacolare il suo diritto di fare i dischi che vuole, e al diavolo le conseguenze. Questo è il più coraggioso dei sei dischi di Springsteen; è anche il più sorprendente, diretto e agghiacciante […]. Nebraska è uno choc, un ritratto violento e inciso con l’acido di un’America ferita che alimenta i suoi meccanismi divorando i sogni della sua gente”.
Anche TIME Magazine approva: “Una circonvallazione acustica nel cuore dell’America, suona un po’ come una registrazione sul campo della Biblioteca del Congresso realizzata dietro una fabbrica automobilistica fatta chiudere. […] Springsteen ha certamente già esplorato questo territorio in passato, ma fa sì che la ripetizione funzioni a suo favore: riesce a ottenere da questa ambientazione lo stesso tipo di risonanza mitica che John Ford traeva dalla Monument Valley”.
Greil Marcus, nella sua rubrica su California, nota ed elogia più di altri la denuncia politica che emerge tra le righe senza palesarsi in modo pedante: “Non c’è traccia di retorica, non un momento di polemica; la politica è nascosta tra le storie di individui che formano una nazione solo quando le loro storie vengono ascoltate insieme. Ma se noi possiamo ascoltare le loro storie come un’unica storia completa, loro non possono. Le persone che incontriamo in Nebraska […] non possono dare alle loro vite una dimensione pubblica, perché sono soli; perché in un mondo in cui uomini e donne sono mere funzioni sociali ed economiche, ogni uomo e ogni donna è separato dagli altri. […] mentre diventa chiaro che generazioni di lavoratori, non solo un singolo ragazzino, trascorreranno la vita all’ombra della villa sulla collina”.
Patrick Humphries nota come sia “incoraggiante” che, dopo aver già eseguito This Land is Your Land di Woody Guthrie in ogni show del tour precedente, “un artista del calibro di Springsteen non si vergogni di scoprire le sue radici musicali”, e dei temi del disco dice: “L’idealismo e le aspirazioni degli album precedenti ci sono ancora, ma sono al lato dell’autostrada, là dove la luce dei fari non arriva”. A suo dire, Nebraska gli avrebbe “fatto probabilmente perdere un sacco dei suoi fan recenti. E anche solo questo è da rispettare, il fatto che un uomo abbia fiducia nel far uscire la sua musica in qualsiasi maniera creda sia la più adatta”.
Meno elogiativo Paolo Hewitt, sul Melody Maker: “Forse un titolo più adatto per questo LP sarebbe stato Altre canzoni su macchine, uomini e il senso della vita”, facendo notare la ripetitività dei temi e che “senza il suono epico della E Street Band dietro di lui non c’è niente a dare sostegno alle sue osservazioni” (l’autore ritratterà 40 anni dopo).
Chris Bohn sul New Musical Express cita il Tom Joad di Furore senza sapere che 12 anni dopo Springsteen gli dedicherà un apposito disco, aggiungendo: “Potremmo stare facendo esperienza del collasso economico degli anni ’30 come del presente. Potremmo stare guardando un cult movie degli anni ’50 con James Dean – La valle dell’Eden – o il suo cinico omologo anni ’70 – La rabbia giovane”, perché “ovunque, in Nebraska, si vedono le stesse facce emaciate e affamate, e questa volta, a differenza che in The River, quelle guance affossate sono a malapena colorate da una punta di fard”.
Sul New York Times, infine, Robert Palmer scrive: “Nebraska è un album crudo, cupo e spesso inquietante, pieno di dolore e di perdita. […] È passato molto tempo da quando una rockstar popolare ha realizzato un album che ponesse domande così difficili e si rifiutasse di accontentarsi di risposte facili, per non parlare di un album che suggerisse che forse di risposte non ce ne sono. Affrontare questa possibilità ha spinto più di un’anima sensibile sull’orlo dell’abisso, e oltre. Si può solo sperare che Springsteen trovi ‘un qualche motivo per credere’, o impari a vivere facendone a meno”.






















Raccolta di recensioni dell’epoca tratte da Billboard, Boston Phoenix, Hit Parader, Melody Maker, Musician, New Musical Express, New York Times, Record, Record Mirror, Rolling Stone, Sounds. Per molti dei ritagli, grazie a Mike Saunders per averle messe a disposizione e a Dan French per averle diffuse.
Se a parte qualche voce fuori dal coro, l’approvazione critica è diffusa, il successo commerciale è meno ampio di quello di altri dischi, ma l’influenza sulla “musica che gira intorno” si propaga nel tempo: già l’anno seguente il mitico Johnny Cash, al quale Springsteen aveva inviato un bigliettino immaginando che il disco potesse piacergli, incide Highway Patrolman e Johnny 99. Negli anni successivi non mancheranno gli omaggi inattesi: in concerto, Eddie Vedder e i Pearl Jam hanno cantato Atlantic City e Open All Night, Chris Cornell dei Soundgarden ha ripreso State Trooper, lo stesso hanno fatto Manuel Agnelli e gli Afterhours, e un’etichetta-simbolo del grunge come la Sub Pop ha fatto uscire nel 2000 un disco tributo con artisti come Ani DiFranco, Chrissie Hynde e Aimee Mann.
I National hanno eseguito Mansion on the Hill dal vivo, Ben Harper ha eseguito una ipnotica My Father’s House davanti al presidente Obama, Justin Vernon dei Bon Iver lo ha definito un’influenza enorme, il notoriamente altezzoso sito di critica Pitchfork gli ha dato un 10/10, Tom Morello dei Rage Against the Machine ha dichiarato di aver capito il valore di Bruce dopo aver comprato il disco.


Un biglietto di Springsteen a Johnny Cash riguardante Nebraska; un estratto da Michael Streissguth, Johnny Cash – The Biography, 2007
Quando, dopo il successo perfino troppo grande di Born in the U.S.A., l’immagine e il suono di Springsteen potevano sembrare troppo compromessi con il mainstream, le bandiere americane, le fascette alla Rambo e i sintetizzatori, Nebraska rimaneva come un vessillo di autenticità che anche i suoi critici finivano per rispettare.
Che lo si sia scoperto nel 1982 o oggi, su vinile o in streaming, la sensazione dopo l’ultima canzone sarà simile: l’ideale clic di una musicassetta che si interrompe, Nebraska è finito, rimane il silenzio e la sensazione di essere stati per 40 minuti dentro quella stanza, con un artista che abbia tenuto un concerto privato a metà tra storia da falò, lettura dei giornali e seduta psicanalitica.
Lo ha detto lo stesso Springsteen: “I fantasmi di Nebraska provenivano dalle strade dove ero cresciuto. […] la voce spettrale e monocorde che aleggiava sulla mia città le notti che non riuscivo a chiudere occhio”, e le canzoni che ne scaturivano erano “profetiche e sinistre”, “tenebrosi racconti della buonanotte, stile John Lee Hooker e Robert Johnson, musica da sentire a luci spente. […] Se c’è un tema ricorrente nel disco, è la sottile linea tra la stabilità e quel momento in cui il tempo si ferma e tutto diventa nero, quando le cose che ti connettono al tuo mondo – il tuo lavoro, la tua famiglia, i tuoi amici, la tua fede, l’amore e la grazia nel tuo cuore – ti vengono meno”.
Come molti di noi sanno, sono sensazioni che non appartengono solo al 1982 o solo a Bruce Springsteen: la forza di Nebraska sta nel dipingere, e in questo modo forse alleviare attraverso la condivisione, i momenti in cui l’orizzonte si fa buio, il pessimismo si fa strada e le speranze di gratificazione lavorativa o affettiva sembrano vane.
Finché questi stati d’animo – la solitudine, la nostalgia, la sfiducia nel futuro, il distacco dalle radici e dai propri valori – faranno parte dell’esperienza umana, al buio delle notti in cui non si riesce a chiudere occhio, Nebraska sarà lì per lenirli almeno un po’. E non è poco.
di Guglielmo Latini
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(Le traduzioni integrali di tutti i testi citati sono disponibili qui)

Bellissimo e completissimo articolo!
Grazie mille!
Pezzo perfetto come sempre, al quale si aggiungono immagini preziosissime.
Mi sembrava di ricordare che anche Roxanne Cash, primogenita di Johnny, abbia mandato l’album al padre dicendogli di ascoltarlo. Non sarà facile per il film raccogliere la sincerità dell’opera, ma c’è il potenziale per qualcosa destinata a lasciare il segno, vedremo.
Grazie mille per aver apprezzato e per esserti accollato la lettura! 🙂 Sì, credo che la cosa della Cash sia vera. Per il film speriamo bene, ma almeno sarà un’occasione per far conoscere il disco.