Ulisse, why so serious? | Recensione di “Odissea” di C. Nolan

Narrami, o Musa, dell’eroe multiforme che tanto vagò… Eccolo all’orizzonte, è tornato. Dopo essere riuscito a riempire le sale nell’estate 2023 con un blockbuster a base di fisica nucleare e commissioni parlamentari, e dopo aver ricevuto dall’Academy il sigillo di Autore Adulto coi conseguenti 7 Oscar, il ritorno di Christopher Nolan nelle sale cinematografiche si è finalmente compiuto, come un re a lungo atteso che rivendichi il suo trono sulla petrosa Hollywood.

Troppo facili i paragoni quando un film si chiama Odissea, certo, ma d’altronde i fedelissimi fan del regista inglese lo hanno aspettato quasi con la stessa devozione di Penelope, pronti a viaggi internazionali e file di ore per ammirare ogni pelo di barba di Matt Damon nell’esatto formato IMAX 70 millimetri voluto dal perfezionismo irremovibile del suo autore. Dopotutto non è un caso che l’Odissea più nota della storia del cinema fosse fino ad oggi quella nello spazio diretta da Kubrick, un altro che in quanto a perfezionismo e grandiosità non scherzava.

Evidentemente ci volevano l’ambizione, il senso del grandioso e, diciamolo, il credito economico guadagnato con i successi precedenti da Nolan, per far sì che un regista tornasse a misurarsi con l’epica delle epiche, l’eroe dall’agile mente, il navigatore insaziabile creato dalla fantasia del primo grande autore di kolossal faraonici, Omero. In realtà di recente Uberto Pasolini si era coraggiosamente cimentato con Ulisse in Itaca – Il ritorno (2024), che però si concentrava solo sul finale del poema, ma per il resto gli adattamenti passati vanno cercati in epoche lontane, tra l’Ulisse (1954) di Mario Camerini con Kirk Douglas e L’Odissea di Franco Rossi (1968), straordinario successo televisivo RAI in 8 puntate.

E quindi, dopo tre anni di hype e immagini centellinate col contagocce, Ulisse alla fine è qua, con la faccia di quel Matt Damon che nonostante gli anni è difficile non vedere ancora come la recluta sbarbatella di Salvate il soldato Ryan. Damon però di quel ragazzino sembra aver perso del tutto l’innocenza, visto che questo Odisseo è piuttosto distante da come le letture ce lo avevano raccontato: non più un capitano scaltro e curioso, seduttore e ingannatore, bensì un reduce, un veterano di guerra traumatizzato e fallace, protagonista più di una ritirata che di un’avventura.

Basti pensare che i suoi soldati ci mettono pochissimo a non fidarsi del suo giudizio, che il film non fa menzione del trucco con cui Ulisse si spacciava per “Nessuno”, e che nelle tre ore del film è praticamente introvabile un sorriso dell’attore. Verrebbe da dire, citando il Joker del Cavaliere oscuro, “Perché sei così serio?”.

In “Itaca” (1971), Lucio Dalla usava la metafora omerica per cantare di un “padrone” simil-avvocato Agnelli, al quale la ciurma polemizzando chiedeva: “Capitano, che hai negli occhi il tuo nobile destino, pensi mai al marinaio a cui manca pane e vino? Capitano, che hai trovato principesse in ogni porto, pensi mai al rematore che sua moglie crede morto?”. Ebbene, l’Ulisse di Nolan ci pensa eccome, fin troppo. E non solo ai fantasmi dei suoi rematori mandati a morte per le sue scelte di navigazione, ma perfino ai troiani massacrati nella notte grazie all’effetto sorpresa del suo celebre equino ripieno.

L’aver vinto la guerra grazie a un trucco non è quindi motivo di orgoglio, ma di colpa per aver violato i tabù della società greca, infrangendo i valori sacri del dono e dell’ospitalità, un tema che sembra centrale nel film e sembra portare con sé sfumature politiche attuali.

Questo rimorso da Superuomo non vi è nuovo? Forse è perché sembra echeggiare altri eroi nolaniani tormentati e visionari, dall’Oppenheimer post-Hiroshima al Batman cavaliere oscurissimo, fino all’astronauta Matthew McConaughey in lacrime per essere finito ad anni luce dalla figlioletta in Interstellar.

Musi lunghi a parte, questa attesissima Odissea fa quel che può per strizzare in meno di tre ore ciò che avrebbe necessitato di una miniserie, ma a voler mettere spunte sugli episodi mancanti ci si rende conto che non sono poi molti: semmai a volte sembra che ci sia troppo, con l’inserimento di sequenze ripetitive (la terra dei Lestrigoni) o anticlimatiche (Telemaco al tempio). Sembra mancare anche il tempo per un approfondimento caratteriale, che non ci mostri solo l’Ulisse perennemente pentito ma anche l’esploratore dantesco del “folle volo”, o “quella forza che nei giorni antichi muoveva terra e cielo”, come lo cantava Lord Tennyson in una splendida poesia.

Le apparizioni di Circe, qui femminista ante litteram, o di Elena di Troia, capro espiatorio di una guerra decennale, e infine di Calipso (una che stando ad Omero se l’era tenuto nel letto per sette anni) non hanno nulla di sensuale: l’Ulisse di Nolan/Damon è un eroe retto, contemporaneo, così come la Penelope di Anne Hathaway una donna autonoma e politicamente competente.

Se però l’attitudine nolaniana è come sempre poco guascona, rispetto al passato mancano i combattimenti sulle pareti di Inception o le corse all’indietro di Tenet: dal punto di vista dello spettacolo a rubare la scena non è l’eccezionale, non è lo stile, non è l’artificio (il mostro Cariddi è poco più di un flash), non è la musica roboante di Hans Zimmer (qui sostituita da una discretissima colonna sonora simil-world music), bensì il realismo insistito. Un realismo che, qualche gigante antropofago a parte, ci fa vedere un prato siciliano del vero colore di un prato siciliano, ci fa arrivare ogni schizzo d’acqua di una tempesta e ci fa sentire tutta la scomodità di un pugno di uomini chiusi per ore dentro un cavallo di legno.

Perfino nei momenti più inevitabilmente intrisi di sovrannaturale, come le malìe della maga Circe, si sceglie la via di un artigianato old school, con la trasformazione in maiali che – per fortuna! – sembra più parente di qualche horror anni Ottanta come L’ululato o In compagnia dei lupi piuttosto che delle marvelate contemporanee in CGI. Insomma, non siamo dalle parti di 300, e per quanto sia rispettabile la scelta del realismo, forse è un peccato perché il film prende il volo proprio quando viene sospinto dal vento favorevole del Cinema, fatto di suspense, anticipazione, spettacolo e costruzione d’atmosfera.

Da questo punto di vista, le due sequenze regine sono l’assalto a Troia, con un Agamennone stile Darth Vader, e il ritorno a palazzo in full Conte di Montecristo mode, momenti in cui si respira aria da Signore degli anelli o da Trono di spade, con Robert Pattinson nelle vesti del principe sadico e battaglie all’ultima freccia.

Insomma, l’Odissea di Nolan è un film che cerca come può di fondere gigantismo e profondità psicologica, lezioni sul rispetto dei valori umani e ciclopi, con al centro un antieroe tormentato ma freddo, che fatica un po’ a trasmetterci emozioni. E questo nonostante il materiale di partenza, dal fedele cane Argo al vecchio servitore cieco Eumeo, si presterebbe benissimo a farci stillare qualche lacrima.

Nel complesso, un film che scorre benissimo e prende le storie straordinarie del cantore epico più grande della sua epoca e le affida al suo omologo contemporaneo, col risultato di vedercele trasposte sullo schermo come fossero vere, (quasi) senza trucco e senza inganno, portandoci al fianco dei suoi protagonisti tra le mareggiate e le spade, senza però che dell’Epica ci arrivi il soffio più emozionante e commovente.

Ma, per essere giusti, Omero non si è mai dovuto preoccupare pure della pellicola IMAX 70 millimetri.

Un pensiero riguardo “Ulisse, why so serious? | Recensione di “Odissea” di C. Nolan

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  1. “Celebre equino ripieno” lo userei come tagline del film.

    Nolan è sempre stato piuttosto serio, non c’è mai spazio per riso-risata nei suoi film (giusto la battuta di Circe sulla sorella, una battuta in quasi 30 anni di carriera, non male), ma il grande merito del britannico è di averti riportato a scrivere di cinema dopo oltre un anno, vale più di sette oscar!

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