Oasis – Don’t Look Back In Anger: Chi non ama un lieto fine?

Si chiama Oasis: Don’t Look Back In Anger, racconta il tour di reunion degli Oasis, esce oggi 10 settembre nei cinema italiani (entro la fine dell’anno su Disney+), e probabilmente sarà il film che batterà ogni record nei campi “imprecazioni pronunciate dai protagonisti” e “pianti provocati nel pubblico maschile adulto” nella storia del cinema documentario.

Ma d’altronde perché stupirsi? Stiamo parlando dei fratelli Gallagher from Manchester, vere e proprie macchine da turpiloquio da decenni, e allo stesso modo, nel loro anti-sentimentalismo, capaci di provocare reazioni accoratissime anche negli hooligan più temibili delle periferie londinesi.

Ricordate? Sembra ieri ma era già più di un anno fa quando ci collegavamo con qualche benedetto fan che trasmetteva in streaming dallo stadio di Cardiff i primi minuti di quel primo concerto dopo anni di attesa, un concentrato di adrenalina, condivisione e fiato sospeso globale come se ne sono visti pochi di recente.

Sembra ieri ma sono già due anni che il mondo impazziva per una semplice foto in bianco e nero con i fratelli fianco a fianco, e che ingaggiava battaglie furiose con sistemi di prenotazione elettronica dei biglietti rendendo esaurito ovunque un tour negli stadi di mezzo mondo.

Sembra sempre ieri che gli Oasis erano dati per scontati come parte del panorama musicale, col nuovo video su MTV, le solite litigate, le solite copertine sul New Musical Express, i soliti capelli à la mod, ma intanto, udite udite, da allora sono passati 17 anni. In fondo ci avevano avvertito sin dal 1995: “Please non mettete la vostra vita nelle mani di un gruppo rock che la getterà alle ortiche”.

Non so se l’attesa del piacere sia effettivamente essa stessa piacere, ma di certo questa lunghissima pausa fatta di insulti su Twitter e dimenticabili prove soliste ha fatto accumulare una tale nostalgia degli Oasis (in chi li conosceva) e una tale voglia di toccare il Mito di persona (in chi ne aveva solo udito le gesta), che il tour del 2025 è stato, più che una reunion musicale, uno di quegli eventi intergenerazionali dai quali è impossibile non farsi coinvolgere.

Inevitabile dunque, “per chi l’ha visto e per chi non c’era”, l’accluso documentario ideato dallo sceneggiatore Steven Knight (Peaky Blinders), che non perde tempo nel ricostruire la storia della band (per quello c’è già il documentario del 2016 Oasis: Supersonic), ma ci porta senza troppi preamboli nella sala prove in cui tutto è ricominciato. Gli High Flying Birds di Noel? I Beady Eye di Liam? Chi? Non c’è tempo o voglia di parlarne: in fondo anche loro forse sapevano che erano solo riempitivi senza vera magia, nonostante come riempitivi siano durati mezza carriera.

Le telecamere sono attente a non risultare ingombranti, per far sì che tutto si svolga nel più naturale dei modi, tanto che il fatidico momento dell’incontro tra fratelli dopo ben 16 anni, annunciato da un rullante cadenzato che sembra il timer di una bomba, è un anticlimax di mascolinità vecchio stile, coi due osservati dalla distanza che si scambiano appena un mezzo sguardo di saluto. Eh sì, ci sono un sacco di cose che ti vorrei dire but I don’t know how.

Nella Manchester della classe operaia funziona così, apparentemente, e il film, ripercorrendo le prove e poi le date del tour con cospicue dosi di musica, sembra seguire per un bel po’ la linea secondo cui sono i fan che si commuovono (e tanto), mentre sul palco non c’è spazio per le smancerie. I due stanno molto attenti a non far trasparire troppe emozioni, in linea con la fama da duri, ma è lo stesso Liam a rivelare come sia necessario “impegnarsi parecchio per dare l’impressione di fregarsene”, vista l’inevitabile portata emotiva come parenti e come personaggi pubblici.

“Quante volte dovrò perdonare mio fratello, Signore?”, chiede un parroco britannico durante la sua omelia, e mai citazione biblica fu più appropriata per questi due Caini troppo orgogliosi per passare sopra l’ennesimo affronto. “Litigherebbe pure con le sue unghie dei piedi”, dice Noel di Liam, che in linea col suo personaggio di idiot savant pensa bene di non presentarsi all’ultima prova generale prima di un tour atteso da due decenni.

Eppure, tutto funziona, e anzi c’è qualcosa di più che va molto oltre la riuscita tecnica o i mancati litigi a metà concerto che un tempo erano routine: c’è un popolo che, come succede probabilmente solo nello sport, per due ore rivive contemporaneamente un pezzo della propria vita, e vibra all’unisono di questa emozione condivisa. D’altronde la musica degli Oasis non è mai stata fatta di sottigliezze o introspezione: così come i Queen, e anche più, i loro sono ritornelli che vivono di collettività, di canti a squarciagola, e quali parole sono state cantate a squarciagola più di “So Sally can wait”?

Le canzoni scorrono, padri e figli si abbracciano commossi sugli spalti, fan brasiliani, giapponesi o argentini raccontano di come la musica dei Gallagher li abbia salvati, sedicenni in magliette Adidas vagano sperduti per il parterre come se le emozioni della serata fossero state troppe per processarle. L’occhio della macchina da presa indugia su di loro, resta quel tanto in più per farceli vedere come persone e non solo come puntini nella massa: facce e corpi normali, anti-instagrammiani, brutti, sporchi, variegati, veri.

Le facce estatiche dei fan si susseguono nelle varie tappe del tour, con un’attenzione speciale per Cardiff (la primissima data), Manchester (il ritorno a casa) e Dublino (la terra degli avi), e la musica, soprattutto in un cinema con il volume al punto giusto, è bella, forte, ben suonata, ben cantata, ma in fondo quasi superflua. Se si eccettua un po’ più di spazio dato al chitarrista Bonehead (anche lui parte della formazione storica e dunque una sorta di terzo fratello), i compagni di band vengono appena menzionati, e le canzoni sono suonate esattamente come trent’anni fa: non un cambio di arrangiamento, non un inedito, non un cambio di scaletta, non uno spazio per la spontaneità o l’improvvisazione.

Certo, Rock ‘N Roll Star dal vivo è sempre al fulmicotone, ma non siamo qui per sentire Wonderwall per l’ennesima volta, per quello ci sono i falò sulla spiaggia o le partite del Mondiale: siamo qui per vedere due fratelli tornare a volersi bene davanti ai nostri occhi. A rassicurarci che il passato felice a volte può tornare, che quasi tutto si può riparare, che i miracoli avvengono, come in un film romantico ma per davvero. Come se il solo fatto di sapere che ci sia una ritrovata fratellanza tra Liam e Noel, due tizi inglesi che abbiamo visto solo alla TV, bastasse per procura a rendere più felici, più pacificati, noi e altri milioni di persone. Because maybe saranno loro quelli che ci salveranno.

Photocall of ‘Oasis: Don’t Look Back in Anger’ at The 83rd Venice International Film Festival

Ed ecco quindi che i momenti più commoventi del film stanno nelle piccolissime cose, negli attimi fugaci, nelle parole dette con un po’ di imbarazzo tra due che infarcirebbero di fuck anche una favola della buonanotte: un mezzo abbraccio trattenuto, un’inquadratura che a sorpresa si apre mostrando i fratelli vicini, Liam che a tradimento prende la mano del fratello e lo porta sul palco come un pugile vincente.

Ma in fondo la storia del rock non è una reiterazione continua di legami che vorremmo infiniti? Nei decenni abbiamo voluto, disperatamente voluto, che Roger Waters e David Gilmour dei Pink Floyd si riconciliassero, e quando li abbiamo visti al Live 8 insieme il mondo per venti minuti poteva dirsi soddisfatto. E non solo per aver risentito la loro musica, ma per l’effetto emotivo di due ex amici che vincevano la reciproca ostilità. I fan di Bruce Springsteen non cambierebbero mai la sua E Street Band perché sanno di vedere persone che si conoscono da quando avevano sedici anni. Siamo stati contenti anche solo di sapere che Paul McCartney e John Lennon, prima che quest’ultimo venisse ucciso, avessero ripreso rapporti amichevoli.

Il rock è stato per decenni una faccenda di amicizia, molto spesso maschile (e quindi tendente a un diffuso pudore), di rapporti strettissimi che vorremmo eterni e per i quali, quando si sfaldano, soffriamo come se ci toccassero di persona. E allora cosa può toccare di più di due fratelli seduti allo stesso tavolo che ridono di nuovo insieme dopo 17 anni di rancori? Don’t Look Back In Anger è la dimostrazione che poche cose hanno la stessa capacità di coinvolgerci emotivamente.

E a chi non piace un lieto fine in una storia d’amore?

Oasis: Don’t Look Back In Anger è nei cinema dal 10 settembre 2026

Rispondi

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑

Scopri di più da

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere