BlackKklansman di Spike Lee: crescita di una nazione

Nel Colorado degli anni Settanta, tra giacche improbabili, pettinature afro e razzismo ancora galoppante, un giovane poliziotto nero ha un’intuizione che lo porterà, con l’aiuto dei suoi colleghi, a infiltrarsi… nel Ku Klux Klan, nota organizzazione incappucciata di suprematisti bianchi.

Il trucco c’è ma non lo sveleremo, basti dire che la trama del film è tutta qui, e se da una parte c’è il classico schema dell’infiltrato sempre sul chi vive – già immortalato con successo in Donnie Brasco (“che te lo dico a fare!”) o The Departed –,  dall’altra c’è un discorso sul razzismo e sull’esperienza di vita afroamericana che dai Settanta fa ping pong tra l’inizio del Novecento e il Trump del 2018.

Affrontando il Ku Klux Klan, Lee fa in realtà ritorno alle sue origini, visto che uno dei suoi primi cortometraggi universitari era stato The Answer (1980), una risposta critica al classicissimo Nascita di una nazione (1915) di D.W. Griffith, film ampiamente citato in BlackKklansman che il regista di Brooklyn ha sempre considerato un’opera dai toni apertamente razzisti e addirittura celebrativi del Klan.

Qui un estratto del corto (al minuto 2:25):

Da allora fino ad oggi, il percorso cinematografico di Lee lo ha visto brillare soprattutto con film che di “classico” avevano ben poco, e nei quali trasudavano invece da ogni inquadratura il suo stile personalissimo, il suo impegno politico, i suoi gusti musicali, il suo modo di affrontare l’essere afroamericani nella contemporaneità.

Lola Darling, Aule turbolente, Fa’ la cosa giusta, Jungle Fever, La 25ma ora: tutti esempi di un cinema che, in modo non troppo dissimile da un Godard vent’anni prima o da un Tarantino pochi anni dopo, faceva dell’autorialità e della rottura degli schemi il suo mantra, senza basarsi molto su schemi narrativi prestabiliti.

Spike però è cresciuto, e se gli anni gli hanno portato la capacità di confezionare un ottimo seppur glaciale film di rapina (Inside Man, del 2006), lo hanno anche fatto confrontare con altri materiali non propriamente a lui affini – Miracolo a Sant’Anna, storia di nazisti e partigiani italiani; Oldboy, remake di un successo coreano – che ben poco avevano in comune coi suoi folgoranti esordi.

BlackKklansman si situa quasi esattamente a metà tra i due estremi: da una parte il Lee inconfondibile nel suo stile e sempre pronto a sfoggiarlo a costo di eccedere, dall’altra il Lee “adulto” più anonimo e narrativamente classicheggiante. Se avete letto fin qui, avrete capito quindi che le nostre preferenze sono per il primo, e che proprio nei momenti in cui la sua voglia di distinguersi e di rivendicare la sua firma riemergono il film si risolleva, scadendo invece quando si limita all’onesto compitino da film poliziesco, peraltro troppo lungo.

Forse però è anche poco sensato addentrarsi troppo nei dettagli di una pellicola che, solo per il suo tema, e poi per i riferimenti espliciti al suo interno, sembra nata non tanto per essere un film ben riuscito quanto per rappresentare un messaggio forte all’America trumpiana di oggi, dove si deve ancora far presente che le “vite dei neri contano”. Un po’ come Get Out di Jordan Peele (che infatti – sorpresa! – qui è tra i produttori), la sensazione è quella di assistere a volte a un film-pamphlet che spieghi didascalicamente il bene e il male senza curarsi troppo del modo in cui lo si fa.

In questo senso, il momento più emozionante del film è proprio quello in cui il piano estetico e contenutistico si fondono, ovvero quando uno splendido e novantenne Harry Belafonte, nella vita reale cantante e paladino dei diritti civili, racconta a una platea di giovani di un linciaggio d’inizio secolo, come a ribadire che senza la lezione della Storia si continueranno a ripetere gli stessi errori, che sia il 1915, il 1972 o il 2018.

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3 risposte a "BlackKklansman di Spike Lee: crescita di una nazione"

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  1. Ma quanto è stata figa l’ultima telefonata tra David Duke e il vero Don Stallworth? Nel cinema in cui l’ho visto Blakkklansman si è preso l’applauso a fine proiezione, e secondo me buona parte del merito è proprio di quella spassosissima scena! 🙂

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  2. chissaperche questo film esce mentre il governo approva il decreto sicurezza e ci fa vedere l’immigrato come povera vittima e i cittadini tutti cattivi
    nel film ci sono molti errori (o MALAFEDE????) :
    – Per fare il poliziotto devi essere CITTADINO ITALIANO, quindi non e possibile che il poliziotto e africano
    -Il paragone col nazismo non centra niente ed e pure offensivo
    -I cattivi sono vestiti come i preti spagnoli: ci stanno dicendo che adesso il problema sono i cristiani?
    -nessuno degli immigrati e musulmano, sono vestiti come gli italiani e le donne non hanno il velo, ma in che mondo vivono????
    come mai nel post non si parla mai di questi errori??? l’avete visto il film??? Il giornalista dovrebbe dire la verita al lettore, per questo nessuno legge piu i giornali ma su un blog dovresse essere diverso

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