I Thegiornalisti e la grande truffa dell’Indie Italia

Tra passaggi in radio, video su YouTube, copertine di riviste e ospitate televisive, sarebbe difficile per chiunque risieda tra Palermo ed Aosta non aver notato in questo 2018 la presenza di uno spettro che si aggira per l’Italia: i Thegiornalisti.

Tommaso Paradiso e i suoi invisibili compagni – rapidamente relegati all’oblio in favore della strabordante personalità del frontman – sono dal 2015 circa una presenza costante della musica italiana, e il loro ultimo lavoro, Love, uscito a fine settembre, dovrebbe rappresentarne la consacrazione definitiva nell’Olimpo della notorietà, o per usare i termini in voga, dall’indie al mainstream.

Oltretutto la band romana non è sola nel suo cammino, e sono diversi i nomi che, protetti negli ultimi due o tre anni dalla cupola dell’etichetta “indie italiano” (poi onestamente tramutatasi in ITPOP quando era evidente che di indie non c’era più nulla) hanno sfondato nelle parti alte delle classifiche, da Calcutta agli Ex-Otago, da Cosmo a Coez, da Canova a Gazzelle.

Ma vale la pena oggi ascoltare il nuovo disco dei Thegiornalisti? La domanda sarebbe oziosa se parlassimo di uno dei tanti gruppi-meteora usciti da Amici che riempiono i palinsesti di Radio Italia Solo Musica Italiana ma non meritano alcuna attenzione in altri circuiti. Il problema però è che Tommaso Paradiso e colleghi conservano una tipologia di fama diversa, che li rende contemporaneamente idoli delle quattordicenni ma anche attenzionati dall’élite indie, intervistati con sommi onori da Rolling Stone e discussi all’ultimo sangue in rete. Mal sopportare i Thegiornalisti non è quindi un dato scontato, ma qualcosa che genera comunque scontro e dibattito, e che fa scattare un’infinità di diverse opinioni sul momento esatto in cui avrebbero “saltato lo squalo”, perso la scintilla indie per diventare parte del mainstream più retrivo.

E’ stato il duetto con Fabri Fibra in Pamplona? O forse il video tutto bikini e pose alla Baywatch di Riccione? La canzone di Natale per Radio Deejay? Oppure molto prima, quando dalle chitarre dei primi dischi che al confronto sembrano gli Strokes si è passati ai tastieroni anni Ottanta?

Qualunque sia la risposta, il dato di fatto è che Love è un disco prevalentemente inascoltabile, che sembra deludere qualunque aspettativa fosse stata creata dall’album precedente. La produzione sembra spingere ancora di più l’acceleratore su quei suoni sintetici che avevano segnato Completamente Sold Out, questa volta però senza porsi limiti in quanto a batterie da dance italiana anni Novanta (Milano-Roma) e riff di tastiera da tormentone sudamericano (Felicità puttana).

L’aspetto musicale sembra confermare quello che già nel 2017, in un’intervista in cui lo si pungolava sulla cosiddetta musica indie italiana, un profetico Manuel Agnelli dichiarava su Thegiornalisti & co.: “Non è indie, è musica leggera italiana camuffata da indie solo perché non è prodotta da una major. Quella roba lì, però, non è indie nei contenuti, non è indie nell’attitudine. […] la musica italiana finto “indie” che gira adesso è praticamente il peggior Venditti. Anzi, è il peggior Venditti fatto male perché lo fa gente che non sa cantare e non sa suonare”. A conti fatti, Venditti dovrebbe sentirsi offeso dal paragone.

manuel-ossigeno

Ma cos’è poi questo indie? Il termine significa letteralmente “indipendente”, e la sua origine va trovata in tutta una schiera di band angloamericane anni Ottanta che senza essere affiliati ad alcuna major dell’industria discografica proponevano un’estetica più lo-fi, meno levigata e radio-friendly, dai Pixies agli Stone Roses fino ai R.E.M. degli esordi. Ancora fino alla metà degli anni Duemila quest’etichetta poteva essere applicata a gruppi come gli Strokes, i White Stripes e gli Arctic Monkeys, che mantenevano un sound fatto di chitarre sporche, voci filtrate e canzoni dall’anima pop travestita da hard rock.

Da buoni italiani siamo arrivati in ritardo ad utilizzare questo termine (si potrebbe dire lo stesso di hipster), e quando nell’ultimo lustro il pop da classifica ha cominciato ad essere intaccato da band non prodotte da case discografiche note, la rivoluzione indie è sembrata inevitabile.

Complici i nomi delle playlist di Spotify, improvvisamente tutto ciò che era cool era indie, e un sottobosco di etichette indipendenti hanno cominciato a fare fortuna nei palasport grazie ad artisti che fino ad allora faticavano a riempire un bar.

In tutto questo marasma, la parabola dei Thegiornalisti sembra sicuramente la più evidente dimostrazione di una svendita al diavolo, visto che la band in questione è ormai al quinto disco dal 2011, ma il loro Love è il primo vero banco di prova dopo l’esplosione di fama del 2016-17, che prima col disco Completamente Sold Out e poi coi singoli estivi Pamplona e Riccione li ha visti acquistare milioni di nuovi fan.

Più che ai nomi stranieri citati sopra, il paragone più immediato che emerge dall’ascolto del disco è quello con gli 883 di Max Pezzali, che in quanto a suoni pacchiani, testi disimpegnati e tormentoni estivi ha dominato gli anni Novanta e formato una generazione di cui lo stesso Paradiso fa parte.

Il fatto è che nella musica finto-indie-ormai-puro-pop dei Thegiornalisti l’approccio non è, come negli 883, quello di ventenni ingenui e sinceri fino all’imbarazzo nell’esprimere con un linguaggio giovanile tutto un immaginario di provincia, di adolescenza, di sfiga come condizione di vita.

I testi e l’immaginario di Tommaso Paradiso sono quelli di un ultratrentenne mai cresciuto imbarazzante nella pochezza dei suoi riferimenti, un Peter Pan giovanilista fuori tempo massimo che sembra avere come unica aspirazione, vista la costante ripetizione, quella di “stare bene”. Per arrivare a questo traguardo la via principale è l’amore, ma anche guidare “a duemila” (Sold Out), andare al mare “coi finestrini semiabbassati” (Zero stare sereno), fare sport (Fatto di te) e trovare un “delicato equilibrio come il cacio con le pere” (verificare per credere Controllo).

Da questo punto di vista è esemplare l’ultima traccia di Love, Dr House, che lo vede scrivere una “lettera aperta” all’omonimo dottore della serie tv (sì, lui, nemmeno Walter White – che almeno poteva fare figo – ma una serie trasmessa su Canale 5 da quindici anni). In un fuoco di fila senza tema d’imbarazzo, il nostro sciorina il suo pantheon elencando figure paterne come, nell’ordine: Bud Spencer, Terence Hill, Fantozzi, Verdone, De Sica, Leone, Morricone, Tarantino, Totò e Peppino. Manca solo Pippo Baudo per un trionfo completo del nazionalpopolare.

Il resto è fatto di tutta una mitologia da vitellone marittimo in cui si sogna Una casa al mare a Riccione o a Fregene, con le Superga e le “siga piene di sabbia”, in cui si “fa solo quello che voglio fare”, si “ride come a scuola” e si mandano vocali di dieci minuti in cui il vertice più alto è comunicare “hai presente quando dormi e sogni di correre ma non ci riesci? Ecco, bene, io per una volta ci vorrei riuscire”. Cult.

Ecco, tanto per non parlare a vanvera, il tag cloud dei termini usati dal gruppo negli ultimi due album, che parla molto più di tante analisi:

wordcloud thegiornalisti last

Anche quando parla della realtà, come in Milano-Roma, che descrive la vita a cavallo tra le due metropoli, veniamo a sapere che “riposo a Roma, sudo a Milano”, e il paragone vola impietoso all’Ivano Fossati di Milano, quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione.

Questo invece è il pop ai tempi di Instagram, quello in cui la propria donna si appella con “love mio”, i paragoni sono quelli con “la Nazionale del 2006” e il protagonista vorrebbe “mettere su un fisico bestiale, ma mi alleno solo per rimediare”, a differenza del Carboni di 25 anni fa il cui scopo almeno era bere e fumare.

Unica consolazione? La “grande truffa dell’indie rock” è ormai esposta in piena luce, il re è nudo e nessuno ormai potrà dirsi innocente nell’usare quest’etichetta, almeno fino a quando, ci si augura quanto prima, una nuova generazione torni a rivendicare quel termine e lo riporti a casa.

Intanto aspettiamo che Max Pezzali venga a salvarci.

Una risposta a "I Thegiornalisti e la grande truffa dell’Indie Italia"

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  1. AVVERTENZA PER CHI VOLESSE LEGGERE IL COMMENTO DI SOTTO
    Per motivi che non sto qui a spiegare non ho a disposizione tutte le lettere dell’alfabeto italiano, quindi le vocali accentate le faccio con l’apostrofo, grazie
    Thegiornalisti. Ascolta amico mio, ascolta la tua voce mentre leggi questo nome. Come lo leggi amico mio? Senti lo sciaquettio della saliva mentre ti dimeni nel tentativo di pronunciare il th inglese con annesso sputacchio? O lo leggi ‘’deggiornalisti’’ come se fosse un vicolo trasteverino? O forse sei uno che dei PRIVILEGIATI? Uno che il th lo maneggia come le fette biscottate al mattino, e se e’ cosi che ci metti sulle fette biscottate? Il burro? La marmellata? La nutella?
    Ti sarai accorto amico mio che questo commento e’ pieno di domande, d’altronde quale miglior risultato nello scrivere un articolo che aprire il campo alle domande, al dibattito. Ai neoprimitivi che ti riempiono il bloggo di schifezze indicibili e fanno salire le visite (mi sa che io sono uno di loro).
    Ebbene si, non ho una risposta alla tua recensione ma domande tante. Tante.
    Partiamo dalla prima (vedo difficilmente praticabile ogni altra opzione) – perche’ tanto odio? STOOOP cortesemente evitiamo ste parole odio, violenza ecc. senno annamo a fini a marce di protesta e appelli su twitter – rifacciamola:
    Partiamo dalla prima (vedo difficilmente praticabile ogni altra opzione) – perche’ tanti punti critici? Cosa non ami amico di questi ragazzi.
    Dici che non sono indie, ma, fai attenzione, Cristoforo Colombo ha cercato le indie per tutta la vita e la sua ossessione per le indie gli ha impedito di vedere che aveva scoperto l’America.
    Non e’ certo questo il tuo problema amico, perche’ a te sinceramente che siano indie non te ne frega un cosidetto – non ti ci vedo pio alfiere della indie music pronto a sputare su chiunque metta una nota di piano tra le chitarre o suoni in uno stadio. Non e’ da te.
    Non credo che il problema siano nemmeno i loro testi, a noi puoi dirlo, tu sei uno che appena ci giriamo si mette a cantare Chiwawa con la lacrimuccia agli occhi (ve la ricordate? Un duro colpo…)
    Ma il tuo piu’ grande atto di ingiuria e codardia e’ quando parli degli 883. Li vedo! Vedo le folle nella tua testa mentre scrivevi l’artcolo – orde di omini stilizzati ‘’bagno degli uomini’’ che gridano nella tua testa ’Ma come? Il MIO BLOGGER PREFERITO ascolta gli 883?’’ Ammettilo, hai avuto paura di quelle voci. E non sei riuscito ad andare fino in fondo. A Dire la verita’.
    E allora troviamolo questo coraggio amico mio e gridiamo a gran voce ‘’ Gli 883 erano meglio! Avevano le vene piene di sangue!’’. Non nasconderti dietro un dito e raccontaci le tue verita’. Le tue scomode verita’.

    Mi piace

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