Parigi, 28 maggio 2018 | Racconto

Quello pubblicato di seguito è il racconto con il quale ho avuto l’onore di vincere il XVIII Concorso letterario “Lo Scrittoio”, edizione 2020, sezione A tema libero. Un sentito ringraziamento ai giurati, all’Associazione culturale Lo Scrittoio e a chiunque vorrà leggerlo.


Parigi, 28 maggio 2018

Il ragazzo aveva coraggio, questo non si può negare. Con la precisione di un orologiaio svizzero si era smarcato da due avversari, aveva calcolato la lunghezza necessaria della rincorsa, si era librato in volo per un attimo interminabile e aggrappandosi al canestro aveva infilato la palla in rete. Schiacciata da manuale, punto-partita e vittoria.

“Ma che cazzo fai, si può sapere?” – questo fu l’applauso che lo accolse – “Lo hai capito che il basket è uno sport di squadra o devo spiegartelo ogni santa volta? Qui non siamo alla Scala, le primedonne possono starsene a casa!”.

“Sì, coach, scusi”, rispose Mamoudou, “Ma proprio non ho resistito”.

“Adesso tornate in posizione e ricominciamo. E ricordatevi che stiamo preparando i passaggi, quindi vorrei anche vedere qualche cazzo di passaggio ogni tanto!”.

La voce, che dietro il tono burbero nascondeva una certa ammirazione per la trasvolata in solitaria del ragazzo, era quella di Jean-Luc Rameille, ex stella della pallacanestro locale che ora passava le sue giornate da pensionato come allenatore per i ragazzi del centro migranti del 19mo arrondissement.

La qualifica di allenatore in realtà era totalmente simbolica, visto che la squadra cambiava pressoché ogni settimana, e i mezzi in dotazione erano semplicemente due palloni da basket, un campetto in cemento e due canestri sgangherati. L’idea però gli piaceva: da quando passeggiando col cane nei pressi di casa aveva notato quei ragazzi africani sfidarsi nei tiri liberi, il suo occhio da ex professionista era tornato in azione, e ci era voluto poco perché, prima sedendo silenzioso su una panchina fuori dalla rete, poi chiedendo di poter entrare, aveva cominciato a trattare quei ragazzi come i “suoi” ragazzi.

Lo stesso si poteva dire di loro: se inizialmente avevano guardato con sospetto quell’estraneo con la pelle bianca come un lenzuolo e gli occhiali da presbite, pian piano gli ospiti del centro avevano cominciato a prenderlo in simpatia, e quando avevano sbirciato su Internet le sue credenziali, la simpatia si era tramutata in rispetto, tanto da fargli meritare l’appellativo di “coach” e permettergli le sue sfuriate senza lamentele.

Il ragazzo, Mamoudou, era uno di loro, e Jean-Luc l’aveva da subito adocchiato come uno che avrebbe potuto avere un buon avvenire, magari anche nei campionati maggiori, se la vita gli avesse riservato un trattamento migliore. Così non era stato, e anche se adesso si trovava a Parigi, nel cuore della stellata e prosperosa Europa, quel ragazzo di ventidue anni la Torre Eiffel l’aveva vista solo da lontano, mentre conosceva bene la sua stanza condivisa con altri tre coetanei e il quartiere poco signorile che li ospitava.

Da venti giorni era approdato lì, nella zona più multietnica della città – un aggettivo che alle guide turistiche piaceva utilizzare per non doverla definire semplicemente “povera” –, e nonostante le sue condizioni di vita non fossero certo delle migliori, col suo materasso appoggiato al pavimento ringraziava ogni giorno Allah di essere ancora vivo.

A ventidue anni aveva vissuto ciò molti suoi coetanei francesi, con le loro polo firmate e le barbe folte, avevano letto forse solo da bambini nei romanzi d’avventura: viaggi nel deserto con i mezzi più improbabili, addii travestiti da arrivederci, desolazione, morte, fame e la capacità di apprezzare ogni singolo momento di quella pur così frastornante vita.

Era partito dal Mali due anni prima, dal minuscolo villaggio di Mukhtar, dove ormai orfano di padre e senza nessuna prospettiva di un futuro senza fame né guerra, aveva preso la decisione di seguire le orme di suo fratello maggiore, Djiby, che tre anni prima aveva tentato la sorte verso la mitizzata Europa.

Prima di quei giorni, le sue preoccupazioni si limitavano allo studio nella piccola scuola locale e ai suoi giochi coi compagni, che lo vedevano immancabilmente arrampicarsi su ogni superficie possibile. Singe, “scimmia”, lo chiamava Ali, il suo compagno di banco quando lo vedeva raggiungere la cima di un albero al doppio della velocità degli altri ragazzini, e per Mamoudou quel soprannome era un orgoglio.

Non avrebbe certo immaginato, quasi quindici anni dopo, di arrivare nella Terra Promessa dopo aver peregrinato a piedi sulle strade di Francia e sentirsi chiamare così con tono tutt’altro che amichevole da due passanti, mentre tra altri insulti e sguardi carichi di disprezzo entrava a Parigi.

Mamoudou però non difettava in coraggio, e quel giorno, dopo la partitella quotidiana con gli amici del basket, fu ripagato per il suo gesto atletico solitario dal coach Jean-Luc, che prendendolo da parte senza farsi sentire dagli altri gli disse: “Ogni volta mi fai incazzare, ma una schiacciata così non la vedevo da parecchio”. “Come farebbe se non ci fossi io a farla divertire, eh, coach?”, fu la risposta piena d’orgoglio del ragazzo, prima di essere sommerso di insulti bonari dall’allenatore.

Ormai era quasi l’una, e dichiarato chiuso l’allenamento quotidiano per il troppo caldo, Mamoudou si incamminò da solo per un giro nei paraggi, il tempo di sgranchirsi le gambe con una camminata prima del pranzo comune al centro d’accoglienza.

Il 19mo arrondissement scorreva davanti ai suoi occhi come tutti gli altri giorni, tra i lavoratori che si avviavano in pausa pranzo e i tanti suoi connazionali che si arrabattavano per sbarcare il lunario evitando perquisizioni da parte della géndarmerie, la cui vista ancora gli provocava ogni volta un certo timore.

Fu in quel momento, mentre passeggiava distratto, che sentì le prime urla: grida impaurite, piene d’angoscia, che dalla sua sinistra diventavano più forti man mano che aumentavano le voci. Quando lo sguardo seguì istintivamente il rumore, Mamoudou vide solo un capannello di gente che guardava in alto, indicava col dito e si portava le mani ai capelli. Un incendio? Un suicida? Gli bastò sollevare la fronte per capire di che si trattava, e in quel momento il cuore saltò un battito.

Un bambino, che a giudicare dall’altezza avrà avuto sì e no tre o quattr’anni, era appeso con le mani all’esterno di un balcone al quarto piano di un condominio, completamente sospeso nel vuoto se non per quelle piccole mani che poco ancora avrebbero resistito.

Come fosse finito lì o perché non fosse sorvegliato non erano domande da farsi in quel momento: era necessario agire, ma nessuno lì intorno sembrava capace di far altro che disperarsi. Chiamare i pompieri? Sarebbero arrivati troppo tardi. Stessa cosa per l’ipotesi di sfondare la porta dall’interno dell’appartamento: troppo tardi.

Mamoudou lasciò che queste idee gli passassero per la mente per un attimo fugace, e poi fu l’istinto a prevalere con tutta la sua forza sulla ragione: quel bambino aveva bisogno d’aiuto ora, e c’era un solo modo per farlo. Come quando tanti anni prima si arrampicava sui rari alberi del suo villaggio, prese la rincorsa verso l’edificio e in un salto che avrebbe conquistato anche coach Jean-Luc spiccò il volo verso il balcone del primo piano.

La folla che si era ormai radunata nei paraggi per un attimo si unì in un “Oooh” collettivo, tra stupore, paura e ammirazione: quel ragazzo lo stava davvero facendo, come se quella non fosse Parigi ma il set di un film d’azione con bambolotti e reti di protezione.

E invece il ragazzo faceva sul serio: aggrappatosi al balcone del primo piano, si issò in piedi sulla sottilissima balaustra, rischiando come un acrobata sul filo, e da lì saltò di nuovo per aggrapparsi sulla balaustra superiore, quella del secondo piano.

Come sorretto da una forza misteriosa, Mamoudou non pensava: agiva. Ecco così che la paura per la sua vita in quel momento passava in secondo piano, e nella mente correvano come flash solo le tante immagini di morte e sofferenza che aveva visto fino ad allora: sui barconi, nel deserto e anche nel cuore d’Europa. Sentiva che questa volta non doveva andare così, ed era determinato a fare la sua parte.

Il bambino era ancora lì, pericolosamente mobile mentre tentava di tenersi aggrappato, e ormai Mamoudou, con un altro gesto da acrobata, era già arrivato al terzo piano, tanto che con la mano poteva quasi sfiorarlo. Erano passati solo pochi secondi da quando aveva spiccato il volo dalla strada sottostante, ma sembravano un’infinità: alzò lo sguardo e lui era lì, vicino e incredibilmente fragile. Pregò dentro di sé “Fa’ che non molli la presa proprio ora”, e una frazione di secondo dopo si allungò per l’ultimo sforzo: aveva appena afferrato la balaustra del quarto piano, l’aveva scavalcata e ora finalmente poteva guardarlo negli occhi.

Non era chiaro chi dei due fosse più impaurito quando gli sguardi si incrociarono, ma qualcosa scattò tra di loro, un legame che non si sarebbe più infranto per tutta la vita: il ragazzo e il bambino, come in un Giudizio Universale, si toccarono, e una mano afferrò l’altra per sollevare il piccolo corpo e portarlo in salvo.

Le urla di gioia esplosero, l’applauso arrivò fragoroso fin lassù, e per una volta Mamoudou si sentì come i suoi idoli dopo un canestro straordinario, uno di quelli per cui perfino gli avversari si alzano ad applaudire, sul quale nemmeno l’allenatore più severo avrebbe avuto da ridire. Il bambino sorrideva, ancora incredulo della sua disavventura, e gli teneva forte la mano, una mano che in quel momento nessuno sarebbe riuscito a separare dalla sua.

Poi fu tutto un vortice di facce, suoni, parole e flash: sconosciuti che lo acclamavano, giornalisti che lo fotografavano, troupe che chiedevano un’intervista, voci secondo cui il Presidente in persona lo avrebbe ricevuto all’Eliseo, e secondo cui suo fratello lo avrebbe riconosciuto guardando il video della sua impresa su Internet.

Tra tutte le voci e le facce, però, quella che gli fece più piacere fu quella familiare del suo allenatore, anche lui attratto dalle voci verso il condominio e con un viso incredibilmente solcato da una lacrima: “È stata la tua volata in solitaria più bella”, gli disse, e tanto bastò.


Testo di Guglielmo Latini

Immagine di copertina: Anna Kapustina from Pexels

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