Jay McInerney – Le mille luci di New York: le vie della perdizione sono infinite

“Sei in un nightclub e stai parlando con una ragazza rapata a zero. Il locale è lo Heartbreak oppure il Lizard Lounge. Tutto diventerebbe più chiaro se potessi fare un salto in bagno a sniffare una bella riga di Tiramisù Boliviano. Una vocina dentro di te insiste che questa epidemica mancanza di chiarezza è già il risultato di un eccesso di biancolina. La notte ha ormai girato quell’impercettibile chiavetta con cui si passa dalle due alle sei del mattino.”

Bastano pochissime frasi, espresse in seconda persona singolare, perché la prima pagina di Le mille luci di New York (Bright Lights, Big City, 1984) renda benissimo l’idea dell’atmosfera del libro che seguirà, e dell’atmosfera mentale del suo protagonista. Protagonista che non ha un nome, visto che Jay McInerney riesce a non nominarlo mai in 150 pagine, ma che sappiamo avere 24 anni e lavorare presso una prestigiosa rivista culturale newyorchese nei primi anni Ottanta. Il fatto che l’autore in quel periodo avesse esattamente quell’età e svolgesse esattamente quella professione prima di esordire con questo romanzo non è puramente casuale.

Come dice lui stesso a un certo punto: “Senza entrare nei particolari, lasci capire che il tuo lavoro è estremamente importante e difficile. In passato riuscivi a convincere anche te stesso, oltre agli altri, ma ormai non ci metti più l’anima, in questo discorso”. Il protagonista infatti ha, o aveva, ambizioni da scrittore, ma il suo ruolo presso la rivista (che si può facilmente desumere essere il New Yorker) è quello di responsabile della verifica dei fatti, o del fact-checking, per dirla all’inglese. Questo fa sì che le sue mansioni comprendano il verificare un resoconto del pranzo annuale dell’Associazione Esploratori Polari, e quindi (in un’epoca pre-internet) consultare enciclopedie e fare telefonate per scoprire se il Pinguino Imperatore sia effettivamente commestibile.

Oltre a questo, il narratore è anche un uomo (o meglio dire un ragazzo, vista anche la sua allergia alle responsabilità) perduto, che ha perso la madre da circa un anno e di recente è stato lasciato dalla moglie, una modella ormai irreperibile se non sulle riviste patinate. Volontariamente lontano dalla famiglia, involontariamente lontano dall’amore, apparentemente lontano da un lavoro che gli dia la soddisfazione a cui ambisce. Questo stato d’animo fa sì che dopo le noiose giornate passate in ufficio (dove arriva puntualmente in ritardo), si lasci regolarmente tentare dal suo amico Ted Allagash per fare mattina nelle discoteche più à la page di New York e lasciarsi andare per cercare il piacere nell’intorpidimento dei sensi.

Lì, tra le bright lights della big city, il ragazzo (che ci immaginiamo con la faccia paracula ma innocente di Michael J. Fox, che nel 1988 è stato protagonista della versione cinematografica) si lascia accalappiare da ogni possibile tentazione. La preferenza è per la “polverina che ha reso famosa la Bolivia”, che in quegli anni è parte imprescindibile dello starter pack di ogni yuppie che si rispetti. Se però il nostro narratore condivide diversi vizi (non quelli omicidi, fortunatamente) con il Patrick Bateman protagonista di American Psycho, il suo lasciarsi andare a una spirale autodistruttiva non è come in quel caso il segno di un’indifferenza psicotica nei confronti del mondo, ma semmai il segno di una forte sensibilità che è stata colpita troppo forte dalle vicende della vita.

Tra una scenata pubblica per riconquistare la moglie a una sfilata di moda, un’incursione notturna alla sede della rivista con un furetto vivo e una vita in cui non si va mai a letto presto, McInerney lascia al suo protagonista uno spiraglio di redenzione attraverso il confronto con i propri demoni e la possibilità di un ritorno all’innocenza, seppur a patto di toccare il fondo.

Un romanzo che sprizza vitalità da tutti i pori, scritto con uno stile spumeggiante, ironico ma non cinico, ritratto di un’epoca precisa, con i suoi status symbol e le sue manie, ma al di là della patina anni Ottanta un racconto universale su un uomo perduto che solo toccando l’abisso riesce a ritrovare se stesso.

mille luci

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