Raymond Carver – Da dove sto chiamando: cose piccole ma buone

Si potrebbe dire: letto un racconto di Carver, letti tutti. E in parte sarebbe vero. Le sue storie, di solito oscillanti tra le cinque e le trenta pagine, sono incredibilmente simili in quanto a temi e personaggi: l’America di provincia, coppie di mezz’età, tensioni familiari, drammi casalinghi, abbondante uso di alcol, incomunicabilità, violenza verbale o fisica.

Quello che però spiega il piacere di leggere un best of lungo 500 pagine dei suoi migliori lavori, da lui selezionati nel 1988 poco prima della morte a cinquant’anni d’età, è il talento dell’autore per rendere ognuna di queste istantanee vera e emozionante a modo suo.

Carver ha iniziato la sua carriera nel 1976, con la raccolta Vuoi star zitta, per favore?, e nel giro di soli dodici anni si è imposto come lo scrittore di racconti dell’era contemporanea, probabilmente poco attraente per chi si aspetta storie mirabolanti e ricche di colpi di scena, ma sempre in grado di trovare l’emozione nella semplicità e nella ripetizione.

Carver è definito un minimalista, e non si può dissentire: i suoi personaggi parlano poco; conversano usando un tono colloquiale, semplice; anche i suoi narratori si sbilanciano poco, dicono solo quanto basta dei pensieri dei protagonisti, senza eccedere in descrizioni d’ambiente o esplorazioni psicologiche.

Eppure, come un pittore impressionista che con pochi tratti sfumati sappia fissare un paesaggio, Carver riesce miracolosamente a farsi bastare quel poco per creare storie ordinarie ma commoventi, banali ma toccanti, fredde ma che all’improvviso rivelano uno squarcio di umanità folgorante.

C’è Una cosa piccola ma buona, in cui un bambino viene investito da un’auto e la pena dei suoi genitori viene alleviata da un pasticcere, che per consolarli gli fa assaggiare i suoi dolci migliori: una cosa piccola ma buona, come dice lui.

C’è Con tanta di quell’acqua a due passi da casa, in cui un gruppo di amici organizza una tre giorni di pesca e quando casualmente trova il cadavere di una ragazza nel torrente pensa bene di restare per tutto il weekend a pescare come niente fosse prima di avvertire la polizia.

Racconti che sono diventati anche parte di un (bel) film del 1993, America oggi di Robert Altman, che ha saputo ricreare per immagini il cosiddetto Carver country, il Paese raccontato da Carver così tante volte e fatto di coppie male assortite, città sperdute, amore per la natura, roulotte, disperazione e birra in lattina.

Eppure, in questa desolazione del paesaggio e dell’anima, Carver sa trovare spesso una luce, un momento decisivo che spezza l’ordinarietà delle vite dei suoi protagonisti, spesso non con esperienze straordinarie, ma con un semplice evento fuori dalla routine, un’apparizione inattesa nella monotonia.

E’ il caso di Cattedrale, scritto nel 1983, un racconto che si può riassumere in pochissime parole: marito e moglie invitano a cena un vecchio amico di lei, che si dà il caso sia cieco, e l’uomo chiede al marito di aiutarlo a capire come sia fatta una cattedrale.

Sembra facile, ma il discorso si fa da subito ostico: “Mi sono rivolto al cieco e gli ho detto: ‘Tanto per cominciare, sono altissime’. Mi sono guardato intorno nella stanza in cerca d’aiuto. ‘Svettano nel cielo. Sempre più su. Puntate dritte al cielo. Alcune sono così grandi che devono avere questa specie di puntelli. Per sostenerle in aria, per così dire. Questi puntelli si chiamano archi rampanti. Per qualche motivo, mi fanno venire in mente dei viadotti. Ma magari tu non sai nemmeno che cosa sono i viadotti, eh?’”.

A partire da questo spunto, in cui come si può capire non succede davvero nulla di particolare, Carver riesce a farci immedesimare in questa situazione anomala, per certi versi imbarazzante, e a farla diventare un piccolo momento di illuminazione interiore, un’esperienza quasi spirituale.

Nel 1998 Alessandro Baricco ha “raccontato il racconto” in una puntata del programma televisivo Totem, e la sua lettura accompagnata da una band in sottofondo sembra cogliere perfettamente le emozioni di questa “cosa piccola ma buona”:

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