Philip Roth – Il teatro di Sabbath: taccuino di un vecchio sporcaccione

Mickey Sabbath ha 64 anni, vive nella tranquilla e monotona cittadina americana di Madamaska Falls, insegna drammaturgia all’università, è sposato con Roseanne e in giovinezza è stato un burattinaio di un certo successo. Mickey Sabbath è anche un vecchio satiro erotomane, è spinto da una fame di sesso insaziabile e per lui le convenzioni morali della società non hanno alcun valore; si è fatto le ossa nei bordelli sudamericani a quindici anni e da allora ha avuto e tradito innumerevoli donne, l’ultima un’immigrata croata cinquantenne, Drenka.

Il teatro di Sabbath (1995) di Philip Roth inizia con la morte di quest’ultima, e con la successiva caduta nell’abisso per l’omonimo protagonista, che si vede privato della sua amante più generosa, probabilmente l’unica con la quale era riuscito a realizzare tutte le sue fantasie più scabrose. “Cadere nell’abisso” è però poco corretto, perché Mickey Sabbath nell’abisso ci è caduto da una vita intera, almeno da quando durante la Seconda Guerra Mondiale suo fratello maggiore Morty è morto nei cieli del Pacifico e sua madre non si è più ripresa dal lutto, di fatto condannandolo alla solitudine.

Il suo modo di reagire è stato lasciare il natìo New Jersey (l’imprescindibile New Jersey di quasi ogni romanzo di Roth), imbarcarsi su un mercantile e girare il mondo scoprendo le gioie del sesso da Buenos Aires a Roma. Dev’essere stato dopo queste prime esperienze di vita, così diverse da quelle dei suoi coetanei, che Sabbath non è stato più lo stesso, sviluppando una passione per il teatro e un carattere dionisiaco che rifiuta ogni norma: sarcastico, avido, misantropo e disincantato di fronte a tutto.

Sabbath però, nonostante tutte le sue malefatte e tutti i suoi pensieri irriferibili (che Roth ci descrive con minuzia), non si riesce ad odiare, forse perché in fondo è tutto ciò che ognuno vorrebbe essere: libero da ogni restrizione, in grado di fare e dire qualunque cosa i suoi istinti, soprattutto i più bassi, lo spingano a fare e dire.

Ecco così che una studentessa lo denuncia per molestie, il suo matrimonio (una finzione sopravvissuta alle sue molteplici amanti) è sempre più insopportabile, uno dei suoi pochi amici lo becca a provarci con la moglie e nel quadro si introduce un elemento che resterà presente per tutto il libro: la morte. Quella dell’amante Drenka; ma anche quella di un suo vecchio amico, che lo spinge a fare un viaggio a New York per il funerale; quella di suo fratello Morty, sacrificato per la patria; quella di sua madre, chiusa nel suo dolore senza più essere in grado di dare affetto al figlio rimasto; senza parlare della sua stessa morte, che vista l’età e i vari lutti che lo colpiscono è un fantasma sempre presente al quale Sabbath reagisce con un’overdose di vita, e quindi di sesso.

Quasi trent’anni dopo quel successo di scandalo che gli aveva dato la fama, Lamento di Portnoy (1969), Roth con quest’opera della maturità (considerata da molti il vertice della sua produzione insieme a Pastorale americana) sembra immaginare una versione anziana del personaggio protagonista di quel libro.

Se lì veniva raccontato un giovane uomo cresciuto vittima di una madre castratrice e dedito a una frenetica attività autoerotica, qui si rappresenta il suo ideale seguito: un anziano che di anziano non ha nulla a parte l’artrite, ma che nella mente e negli impulsi è molto più giovane e ardito di tutta la società conformista e politicamente corretta che lo circonda. Sabbath (e Roth attraverso la sua voce) può permettersi di dire quello che noi non potremmo, di fare quello che sarebbe sconveniente perfino per i più libertini, di umiliarsi in modo imbarazzante ma anche di vivere appieno la sua vita, un po’ come un Walter White di Breaking Bad che perde ogni freno inibitore e decide di vivere la vita solo secondo le proprie regole.

E Roth gli dà voce senza alcuna censura, raccontando una figura indimenticabile, un uomo ossessionato dall’antico binomio di eros e thanatos, capace di discutere senza sosta con un becchino della tomba che dovrà ospitarlo ma allo stesso modo di masturbarsi in piena notte sulla lapide della sua amante.

Il modo in cui la sua vita mentale viene esplorata, in un romanzo in cui per il resto non succede moltissimo, è il testamento di quanto Philip Roth fosse un narratore geniale, riuscendo a tenere incollati per quattrocento pagine ai pensieri di un uomo disgustoso, deplorevole, vizioso ma assolutamente irresistibile, e forse un po’ invidiabile nella sua assoluta libertà.

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