The Office, o dell’inutilità del lavoro

Se ci fosse un palmarès delle serie tv che negli Stati Uniti hanno spopolato ma da noi  sono quasi sconosciute – tranne che per i coraggiosi nerd esploratori della materia -, The Office si aggiudicherebbe sicuramente uno dei premi maggiori.

Un destino, questo, che la accomuna a titoli come Seinfeld (1989-1998), Curb Your Enthusiasm (2000-2011) e in parte anche I Soprano (1999-2007): serie che negli USA hanno segnato l’immaginario collettivo, con battute entrate nel linguaggio comune e personaggi riconoscibilissimi, ma che da noi in pochissimi hanno visto. Colpa del pubblico italiano dai gusti diversi? Delle reti televisive che non le hanno programmate a dovere? Dei diritti di sfruttamento? Le ragioni sono ignote, ma è un fatto che The Office, andata in onda dal 2005 al 2013, in Italia sia stata trasmessa in modo saltuario e disordinato sui canali satellitari, e solo oggi sia fruibile nella sua interezza grazie alla sua presenza su Amazon Prime Video, il servizio di streaming del colosso dell’online.

Per inquadrare in poche parole-chiave la serie in questione a favore di chi, come molti in Italia, non l’avesse mai vista, si potrebbe dire: serie comica (ma senza risate preregistrate), remake statunitense di una serie britannica, episodi da 20 minuti, stile mockumentary, 9 stagioni, protagonista principale Steve Carell, cast allargato di semisconosciuti nei panni degli impiegati dell’ufficio del titolo.

Carell, che negli anni è diventato l’attore blasonato (anche in ruoli drammatici) che è oggi, si è fatto notare per la prima volta proprio in questo ruolo, che oltretutto a detta di chi scrive è molto, molto più divertente e ricco di sfumature dei vari personaggi comici da lui interpretati in 40 anni vergine, Anchorman o Un’impresa da Dio.

Nella serie, Carell interpreta Michael Scott, quarantenne “manager regionale”, o più semplicemente capufficio, di una ditta che produce carta, l’immaginaria Dundler-Mifflin. Nella prima puntata capiamo che c’è una troupe – sempre invisibile e muta – che sta realizzando un documentario sul suo ufficio, e dunque tutta la serie è girata con uno stile da cinéma vérité intervallato da momenti in cui, a turno, i personaggi parlano in camera come in un confessionale da Grande Fratello.

La sede che Michael dirige è quella di Scranton, cittadina dimenticata da Dio in Pennsylvania, e i suoi sottoposti sono una quindicina di personaggi della più varia umanità, tutti (o quasi) uniti dal fatto di sopportare a fatica il suo stile manageriale. Ci sono Jim e Pam, trentenni di bell’aspetto ed eterni segreti innamorati, che assicurano la linea romantica; c’è Stanley, prossimo alla pensione e più interessato ai cruciverba che al suo lavoro; c’è Meredith, alcolista e ninfomane di mezz’età; c’è Angela, gattara che odia il genere umano; c’è soprattutto Dwight, il vice di Michael che racchiude in sé il peggio di ogni nerd: vestito con colori orribili e occhiali da maniaco sessuale anni Settanta, fan di Battlestar Galactica, coltivatore di barbabietole nel tempo libero, patito di armi, ossessivo, adulatore, prevaricatore e incapace di esternare sentimenti. Ma, incredibilmente, esilarante.

Insomma, in questo microcosmo c’è un po’ ogni tipo di collega che può essere capitato di incontrare a chiunque abbia mai lavorato in un contesto collettivo: il leccapiedi, l’arrivista, il pigro, lo stupido, l’algida, il saggio inascoltato, l’oca, il vanitoso.

Michael/Carell dirige questo gruppo molto eterogeneo con un piglio che lo differenzia notevolmente da altri “capi” archetipici di mille altri film o serie: è dispotico, ma anche premuroso; è incapace, ma dimostra lampi di grande inventività; è pieno di sé, ma anche profondamente insicuro; si crede un mago del business e un grande seduttore, e apparentemente nessun altro lo ritiene tale… ma anche in questi ambiti può riservare sorprese. Fondamentalmente non è un mostro inumano, ma uno sfigato completo che per qualche astrusa serie di motivi, primo tra tutti la sua tenacia implacabile, è riuscito ad arrivare a una posizione di comando, e si è convinto di avere davvero in sé le doti del leader.

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La sua filosofia è fatta di frasi altisonanti che non vogliono dire niente; il suo paternalismo nei confronti degli impiegati cela il fatto che sia lui ad essere considerato un bambinone mai cresciuto da loro; organizza giornate dedicate alle impiegate, ma poi il suo sessismo da terza media si esprime continuamente col tormentone “That’s what she said!” (in dialoghi tipo: “Non rendere questa cosa più dura di quello che già è” “E’ quello che ha detto lei!”, o “Non riesco a credere che tu sia venuto” “E’ quello che ha detto lei!”); la sua formazione non è quella di un ignorante completo, ma di chi si è fatto una cultura leggendo solo i titoli, di chi sa azzeccare il riferimento colto o alla moda ma ne parla per sentito dire, travisandone completamente il senso.

Vi ricorda qualcuno? Be’, da Donald Trump in giù (di cui ovviamente Michael ha un libro sullo scaffale), probabilmente tutti abbiamo incontrato un capo del genere nella nostra vita. Persone non del tutto stupide ma solo apparentemente convincenti, che si credono leader illuminati ma di cui tutti sparlano davanti alle macchinette del caffè, sedicenti intrattenitori che mettono in imbarazzo chi deve ascoltare quotidianamente le loro battute, apparenti adepti del politicamente corretto che però scherzano sulla collega grassa o il collega gay, che intanto subiscono a denti stretti.

Un genere di comportamento che, visto in una sitcom, fa ridere perché ci rendiamo conto di quanto sia sbagliato e imbarazzante, e perché in qualche modo è catartico per chi, comune mortale senza ruoli di comando, vede ridicolizzato chi spesso nella vita reale la fa franca, mantenendo posizioni che non meriterebbe affatto.

La “trama” di The Office sta tutta nelle dinamiche che si creano tra questo capo e una quindicina di personaggi dell’ufficio giorno dopo giorno, episodio dopo episodio, con qualche variazione di tanto in tanto per dare una sterzata alla monotonia del racconto. Ma d’altronde da una sitcom non ci si aspettano ogni volta avventure sorprendenti: la sua riuscita sta proprio nella sottile variazione su un canovaccio sempre uguale, che nel tempo porta gli spettatori più fedeli a prevedere ogni singola mossa dei suoi protagonisti.

Se poi vogliamo trovare una chiave di lettura un po’ più prodonda al di là delle – comunque abbondantissime – risate, la possiamo trovare nella rappresentazione di un mondo, quello dell’”ufficio”, che da più di un secolo a questa parte abbiamo interiorizzato come qualcosa di assolutamente normale e invariabile, ma che in realtà di normale ha ben poco.

I soggetti che popolano la sede della Dundler-Mifflin sono infatti costantemente impegnati in attività che, paradossalmente, hanno ben poco a che fare col lavoro in senso stretto, la fatica, la creazione di valore aggiunto: i loro PC hanno spesso il classico Solitario acceso, le loro occupazioni quotidiane sembrano girare intorno a pratiche burocratiche, mail in copia condivisa, fotocopie, noiosi file Excel e pranzi servili con i clienti per evitare che si rivolgano a un’altra azienda.

Per non parlare delle varie convenzioni a cui ormai non facciamo caso: la giacca e cravatta obbligatoria, il ruolo frequente della donna come segretaria, la pantomima delle riunioni motivazionali, la gerarchia sovrana che, come nel caso di Dwight, fa sì che ci si batta perché sul proprio biglietto da visita ci sia scritto “Assistente manager regionale” e non “Assistente del manager regionale”.

E’ il terziario, bellezza: rendere normalissima l’idea di passare 8 (o più) ore della propria giornata seduti davanti a un computer, in mezzo a persone spesso odiate, a svolgere mansioni il più delle volte inutili, che solo unite alle mille altre mansioni inutili dei colleghi contribuiscono in modo indefinito a fare il Bene della Megaditta.

In che modo questo genere di attività sia stata collettivamente accettata come la forma di lavoro più diffusa è un mistero, e non è un caso che, dalla riduzione delle ore settimanali al lavoro da casa, dagli uffici più informali alla maggiore importanza dell’industria della creatività, al giorno d’oggi qualcosa sembri lentamente cambiare.

Ma finché non saremo tutti proprietari, unici dipendenti e capi assoluti di un chiosco sulla spiaggia ai Caraibi, liberi da servilismi fantozziani e superiori immeritevoli, The Office sarà un’ottima maniera per consolarsi della commedia dell’assurdo che viviamo ogni giorno andando a lavoro.

The Office è disponibile in 9 stagioni su Amazon Prime Video, in lingua originale con sottotitoli italiani.

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