Il caso Bundy: se Netflix fa empatizzare con un serial killer

Guardare il documentario di Netflix Conversazioni con un killer: Il caso Bundy (Conversations with a Killer: The Ted Bundy Tapes, 2019) può essere in un certo senso – in un senso piuttosto lato – un’esperienza piacevole: il piacere di uno spettatore che guardi un thriller pieno di colpi di scena e dal finale ignoto, oppure un horror in cui l’assassino sia (come sempre) il personaggio più interessante.

Il problema è che, così come in molti film di finzione, si può finire per fare segretamente il tifo per il cattivo, sperare che sfugga alla giustizia o rimanere affascinati dalla sua capacità fuori dal normale di riuscire nei suoi intenti criminali. Però qui non ci sono il Freddy Krueger di Nightmare o il Norman Bates di Psycho a prendersi la scena: il protagonista assoluto di questo documentario in quattro episodi non è frutto della fantasia di qualche sceneggiatore, ma ha un nome e un cognome ben radicati nella realtà: Ted Bundy.

A questo punto chi ha il pallino della criminologia non potrà non sentire un brivido lungo la schiena, perché Bundy non è stato solo un serial killer, ma probabilmente il serial killer per antonomasia. Non di quelli in stile “matto del villaggio” di cui chiunque sospetterebbe, e nemmeno un esagitato alla Charles Manson, ma l’incarnazione di un male tanto inquietante quanto apparentemente invisibile, l’american psycho per eccellenza che cela la sua follia dietro un velo di assoluta normalità, se non di brillantezza. Una brillantezza che però avrebbe prodotto, nel corso di soli quattro anni (1974-78), circa 30 vittime, tutte giovani donne intorno ai vent’anni, spesso violentate, mutilate e soggette ad atti di necrofilia.

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Facendo ordine: Theodore Bundy nacque nel 1946 a Burlington, Vermont, e diventò un uomo definito dai più come socievole, simpatico e di bell’aspetto, che conseguì una laurea in Psicologia prima di iscriversi a Legge, e nel frattempo partecipò come organizzatore alla campagna per la rielezione di Nixon nel 1972, lavorò a un centralino telefonico a sostegno degli aspiranti suicidi di Seattle e visse per diverso tempo con la sua fidanzata e la bambina che questa aveva avuto da una precedente relazione.

Una vita apparentemente normalissima per un trentenne dalle grandi ambizioni e dalla parlantina convincente, di quelli sui quali solo a posteriori, dopo aver saputo, può scaturire qualche dubbio e tornare alla mente qualche sparso episodio premonitore.

Se ci limitiamo agli episodi confermati, la follia (sempre che si possa chiamare tale) omicida di Bundy ha inizio nel 1974, quando ha 28 anni, e nel giro di pochissimo tempo si manifesta in modo inarrestabile: da gennaio a luglio scompaiono nello stato di Washington otto ragazze, tutte giovani studentesse intorno ai 18-20 anni.

In più di un caso i testimoni parlano di un bel ragazzo con un braccio ingessato e un maggiolino Volkswagen che si presenta alle ragazze come Ted. Alcuni mesi dopo, i resti decomposti di molte delle ragazze scomparse vengono trovati a poca distanza tra loro in una zona montuosa poco distante da Seattle.

Le vicende biografiche di Bundy ci dicono che intorno a questo periodo si trasferisce a Salt Like City, nello Utah, per iscriversi a un’università locale (ironia della sorte: studiava Legge), e nel giro di poche settimane la storia si ripete. Scompaiono in tre, ma stavolta la polizia grazie a una testimone riesce a catturarlo.

A questo punto la storia di Bundy esce dall’ambito dell’immaginato e diventa qualcosa di pubblico, perché a febbraio ’76 inizia un processo, e il sospetto, nonostante si dichiari innocente, viene condannato e rinchiuso nella prigione di Aspen, Colorado.

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Qui però avviene la prima vicenda da film: Bundy, durante una distrazione delle guardie, riesce a evadere, e per sei giorni vaga nei paraggi finché non viene riacciuffato. Ai poliziotti che lo trovano, dice sorridendo che “era una giornata troppo bella per non uscire”. Sei mesi dopo, un’altra storia che in un film sarebbe stata troppo inverosimile: Bundy evade di nuovo, e fugge in Florida, dove nel giro di poco tempo uccide altre vittime, sempre ragazze, finché nel ’78 non viene di nuovo arrestato.

Il vero show, se così si può dire, inizia in questo momento, perché il nuovo processo, questa volta per omicidio, viene per la prima volta trasmesso dalla tv statunitense e Bundy, col suo atteggiamento seducente, affascina una vasta platea che vuole capire se quello che ha davanti in primo piano è davvero un mostro. Esattamente quello che si sarebbe ripetuto quindici anni dopo con O.J. Simpson.

Non solo: il documentario pesca a piene mani nelle immagini d’archivio del processo, ma può contare anche su una seconda fonte altrettanto inquietante quanto affascinante: le registrazioni audio effettuate mentre Bundy era in carcere, nel 1980, tratte da numerose ore di interviste da lui concesse ai giornalisti Stephen Michaud e Hugh Aynesworth.

Queste non fanno che mantenere lo spettatore sulla sottilissima linea rossa tra fascinazione e repulsione, perché Bundy appare tutt’altro che folle, e per diverso tempo non confessa nulla, continuando a professarsi innocente. La svolta avviene quando i reporter gli propongono di parlare come se, da laureato in Psicologia, stesse “ipotizzando” che genere di persona avrebbe potuto compiere quegli omicidi, e quindi parlarne in terza persona, evitando così ogni imputazione.

Ecco quindi che Bundy sta al gioco, e comincia a usare frasi come “Una persona di questo tipo avrebbe…”, o “Consideriamo la possibilità che questo individuo…”, finendo per analizzare psicologicamente questa figura e “ipotizzando” un interesse nella pornografia poi sfociato in sadismo, e un’“entità” che gli parli e gli suggerisca di uccidere.

Lo sentiamo addirittura smontare l’idea del killer come entità separata dalla società, quando dichiara candidamente: “Le persone non si rendono conto che gli assassini sono in mezzo a loro. Sono quegli stessi individui che apprezzano, ammirano, a cui vogliono bene e insieme a cui vivono, ma che da un giorno all’altro potrebbero trasformarsi nelle persone più cattive immaginabili”

Un’esperienza che consente l’innaturale immedesimazione di chi guarda con chi si è macchiato di delitti ignobili (in totale si parla di circa 30 donne uccise), e che riporta alla mente la lettura di American Psycho (1991) di Bret Easton Ellis, il cui protagonista Patrick Bateman non a caso collezionava biografie di Bundy.

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Anche il processo ha di per sé dell’incredibile: Bundy, sostenuto da un’autostima inscalfibile e sorretto dai suoi studi di giurisprudenza, decide di difendersi da solo, e addirittura denigra i suoi avvocati d’ufficio di fronte alla corte. In aula mantiene quasi sempre un’apparente normalità, che solo a momenti rivela qualcosa di più, che sia il suo grosso papillon totalmente fuori luogo, il suo narcisismo appagato dal ruolo di star oppure il suo morboso insistere, in quanto avvocato, nel farsi descrivere le scene dei delitti dai testimoni. Addirittura a un certo punto chiede in diretta a una sua vecchia amica e sostenitrice di sposarlo, questa accetta e durante una visita in carcere rimane incinta.

Il fatto che lo scrittore Thomas Harris, futuro autore del Silenzio degli innocenti, fosse presente come cronista al processo, non stupisce quando vediamo Bundy bloccato su una sedia come Hannibal Lecter, intento a farsi fare un’impronta dei denti dalla polizia con lo scopo di verificare che combaci con i segni di un morso sul corpo di una vittima. Senza contare che Buffalo Bill, l’altro killer del Silenzio degli innocenti, avvicinava le sue vittime con la stessa scusa di Bundy: chiedere aiuto con un finto braccio ingessato.

Non è mia intenzione rivelare come finisca il processo, anche perché chiunque può verificarlo tramite una semplice ricerca online, ma è indubbio che, in particolare per chi non ne conosca l’esito, la visione di Conversazioni con un killer sia, in modo macabro e morboso, molto simile a quella di un thriller che incolli alla poltrona.

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Il documentario in fondo non fa che portare a un livello di coinvolgimento molto più alto quello che aveva già fatto un altro prodotto Netflix, Mindhunter (2018), in cui si ripercorreva la vera storia del detective dell’FBI Robert Ressler, il primo a coniare il termine “serial killer” proprio negli stessi anni della vicenda Bundy.

In quella serie gli agenti cercavano la collaborazione di killer già imprigionati per capire come catturare quelli ancora in azione, e anche qui si scopre che, in questo continuo ping pong tra apparente normalità e follia, Bundy aiutò l’FBI a catturare il cosiddetto Green River Killer, poi identificato in Gary Ridgway. Anche qui il contatto diretto, faccia a faccia, con una presunta incarnazione del male, produce un brivido ambiguo e in questo caso più forte perché non si tratta di una ricostruzione fittizia.

La storia raccontata in questi quattro episodi è sì un riepilogo accurato di eventi reali, è sì un ritratto di un uomo insondabile, ma è soprattutto un interessante esempio di come funzioni la mente di uno spettatore cinematografico (o in questo caso televisivo): dategli un eroe abbastanza piacente e amichevole, fategli superare insidie e ostacoli da parte dei cattivi, ed ecco che in un attimo sarete senza volerlo a fare il tifo per lui, anche se sapete che quello che state provando è profondamente sbagliato.

D’altronde, come disse a Bundy il giudice che decise l’esito del suo processo, con parole fin troppo cordiali: “Non ho nessuna animosità nei suoi confronti. Lei è un giovanotto brillante. Sarebbe stato un buon avvocato e io sarei stato lieto di vederla praticare la professione davanti a me, ma lei ha scelto di prendere un’altra strada, amico”.

E quel giudice era probabilmente molto più all’erta di noi spettatori nel valutare Ted Bundy.

6 risposte a "Il caso Bundy: se Netflix fa empatizzare con un serial killer"

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  1. Non so dare un giudizio sull’impostazione di un prodotto come questo, e non tanto perché non l’ho visto (altre serie, seppur di fiction, pongono da un’altra angolazione il medesimo problema: pensa soltanto a Dexter); riconosco però la pericolosità che metti in luce e, d’istinto, desidero qualcosa di nuovo. Non dico di moralistico, ma di apertamente morale, che non lasci lo spettatore da solo con i propri interrogativi ma gli offra del materiale, di stampo e orientamento diversi, con cui cominciare ad affrontarli.
    Della serie su O.J. ho visto una parte. Da questo punto di vista m’è sembrata ben fatta, nonostante restasse accattivante per il gioco tra legge e criminale, vero o presunto, che hai descritto. Tu che ne pensi?
    Ti segnalo poi che, seppur attraverso una certa “rimasticazione” (un libro ispirato ad una storia vera, da cui ha attinto Hitchcock per Psycho) anche in questo caso il serial killer è esistito veramente; ed è tristemente abbondantemente noto pure lui: Ed Gein.
    Secondo il Morandini Hitchcock sarebbe stato fedele al libro che ne racconta la devianza, ma quanto sia stato fedele quel libro alla realtà non saprei dire:
    https://www.mymovies.it/film/1960/psyco/

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    1. Il tuo è un desiderio legittimo, ma personalmente non credo che in questo caso ci siano delle colpe televisive o un plagio delle menti, d’altronde Bundy è un personaggio reale, quindi se vogliamo lasciarci affascinare non possiamo dare la colpa alla fantasia di uno sceneggiatore. Su O.J. ti consiglio di vedere, oltre alla serie con John Travolta & co., anche il documentario “O.J.: Made in America”, molto crudo ma estremamente ben fatto, un vero e proprio spaccato sociologico sull’America dell’epoca.

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