Martin Eden siamo noi

Se c’è una caratteristica ricorrente del cinema italiano degli ultimi trent’anni, questa è, tristemente, la sua inguaribile medietà. Commedie (tantissime) medie, mai troppo ricercate e mai troppo volgari, con locandine tutte uguali e gli stessi attori che si danno il cambio; drammi medi con famiglie sfasciate, vecchie canzoni italiane recuperate ed estetica da fiction RAI; film d’autore medi che fanno la breve gioia dei frequentatori di cineforum per poi spegnersi nell’irrilevanza generale.

Quando però in questo grande calderone di medietà italica si insinua un film che abbia ambizioni maggiori, che parli un suo linguaggio personale e che nonostante questo abbia addirittura la possibilità di trovare un pubblico pagante, non si può che essere felici a priori, anche quando quel film non manchi di difetti e imprecisioni.

Martin Eden di Pietro Marcello, appena presentato alla 76esima edizione della Mostra di Venezia e vincitore della Coppa Volpi per il miglior attore grazie all’interpretazione di Luca Marinelli, rientra in questa categoria di film-panda, di quelli che anche quando le buone intenzioni superino il risultato meritano comunque un plauso per il coraggio.

Perché se c’è una cosa che in questo film non manca è proprio il coraggio. Innanzitutto nella scelta del soggetto di partenza: un romanzo del 1908 di un autore, Jack London, che dall’oggi sembra quanto mai distante, troppo antiquato o troppo infantile, con le sue storie di avventure per mare o i suoi classici per l’infanzia come Zanna Bianca e Il richiamo della foresta. Poi il coraggio nella scelta inaspettata di trasferire l’ambientazione da San Francisco a Napoli, col risultato straniante ma non fastidioso di un protagonista che mantiene il suo nome originale ma parla con accento partenopeo. Inoltre, nello stile visivo che mescola colore e bianco e nero, realismo e nouvelle vague, finzione drammatica e filmati d’archivio, riprese di eventi storici e filmini di famiglia. Infine, nell’idea pressoché inedita di non dare al film una precisa collocazione temporale, ma variare scenografia, abiti, musiche e oggetti al fine di creare un indefinito Novecento, dove un attimo può comparire una camicia nera e nella scena successiva un televisore anni Settanta, prima un treno contemporaneo e poi un abito da belle époque.

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Quello che invece rimane piuttosto fedele al testo di partenza è la trama: la storia di un marinaio spiantato e senza istruzione che, conosciuta per caso una ragazza dell’alta società, ha l’occasione di venire per la prima volta a contatto con i libri e la cultura. Un po’ per avere un terreno comune con lei così diversa, un po’ per vera passione e curiosità, un po’ per sfuggire con la fantasia dalla miseria della sua vita, l’Eden del titolo divora romanzi e poesie a getto continuo, e un giorno si dà una missione apparentemente impossibile per uno come lui che ha la quinta elementare: diventare uno scrittore.

Pieno di ideali romantici, Martin è dolorosamente consapevole della sua povertà di cultura che lo rende mutilato rispetto alla sua bella e al mondo borghese, ma con un’incoscienza ottimista da idiot savant si butta comunque nella scrittura e confida davvero nel successo, raccontando le storture del mondo che vive ogni giorno attraverso storie crude dal sapore neorealista.

I famigliari di Elena (nobile fin dal nome) vorrebbero aiutarlo a migliorare la sua condizione sociale – e quindi indirettamente renderlo presentabile come futuro marito della ragazza – ma lo fanno proponendogli lavoretti impiegatizi, più concreti rispetto ai sogni di gloria letteraria ma anche più dignitosi dello spaccarsi la schiena in mare. Il protagonista però fa orecchie da mercante: o la letteratura o la vita di espedienti, senza mezze misure. Ormai è troppo cresciuto culturalmente, rimpinzandosi anche di pamphlet politici sulla sua classe e sul suo sfruttamento, per diventare un obbediente miracolato della borghesia vacua che ha conosciuto.

Martin Eden rifiuta i liberali delle classi agiate, rinchiusi nei loro privilegi, ma sembra rifiutare – almeno parzialmente – anche le idee socialiste, facendo di un individualismo da self-made man, forse tanto statunitense quanto partenopeo, il proprio faro nella vita. Lottare, elevarsi, vincere, tutto con le proprie forze. Ma a che prezzo? Si può davvero trovare soddisfazione solo nella realizzazione personale, senza collettività? Si può essere così sognatori da credere che l’amore superi le gabbie sociali?

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Senza svelare altro sugli sviluppi della trama si può dire che, secondo l’antico adagio, bisogna stare attenti ai propri desideri perché potrebbero avverarsi, e il successo non sempre ha delle tempistiche ben calibrate. Si potrebbe dire lo stesso del film, che a un certo punto cambia registro in modo abbastanza repentino, inserisce nuovi personaggi e trascina un po’ troppo a lungo la fase declinante del protagonista.

Era Success il titolo provvisorio scelto da London per questa storia: una parabola di elevazione, apparente vittoria e delusione che ricorda da vicino quella dell’autore, anch’egli marinaio e “uomo del fare” che dalla fortuna letteraria uscì depresso e senza più stimoli.

London era riuscito, come e più di Hemingway, a unire quelle due anime spesso così poco conciliabili dell’uomo d’azione e dell’uomo di pensiero, scrivendo questo romanzo mentre per due anni solcava i mari tropicali a bordo della goletta Snark, e il suo eroe sembra seguire la stessa strada senza trovare un giusto equilibrio.

Nel caso dell’autore, la risposta era il socialismo, e il suo romanzo voleva essere una critica – forse troppo nascosta – dell’individualismo americano, di quel sogno che spesso si avvera solo per puro caso e che per le grandi masse di non vincitori a quella lotteria rimane un incubo quotidiano di aspettative tradite. Non è un caso che anche il massimo poeta della rivoluzione bolscevica, Majakovskij, avesse sceneggiato e recitato in un adattamento del romanzo per il cinema intitolato Non nato per il denaro.

E in questo senso Martin Eden siamo noi, intesi come chiunque faccia fatica ad accettare i compromessi del quieto vivere e insegua in modo anche incosciente e ridicolo le proprie aspirazioni, il protagonista come santo patrono dei sognatori, della tenacia, del rigore e forse anche della poca efficacia dell’erudizione nel risolvere i problemi della vita.

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Nelle mani di Pietro Marcello, il materiale “politico” viene messo in primo piano, con filmati d’epoca di adunanze sindacali e numerose disquisizioni teoriche sulle grandi ideologie del Novecento, dal socialismo all’anarchismo. Questo afflato però sembra essere meno potente rispetto ai momenti in cui il film si accende grazie al lirismo, a una bellezza plastica che sembra trasparire dai volti degli attori, alla fotografia che li illumina, ai loro vestiti d’epoca, alle frasi antiche e poetiche che declamano.

Lo stile pesca a piene mani dalle fonti più varie: in alcuni momenti i personaggi parlano in camera in primissimo piano come fossero usciti da Moonrise Kingdom di Wes Anderson; in altri le loro voci fuori campo e l’ambientazione altolocata ricordano L’età dell’innocenza di Scorsese (anche quella una storia d’amore impedito dalle convenzioni sociali); in altre fasi ancora c’è più un’aria da melodramma edificante che infatti ha fatto citare lo Zappatore di Mario Merola agli stessi autori.

Quello che invece non convince è la scelta, dovuta per metà a una cifra stilistica e per metà a ragioni di budget, di intersecare al racconto molte (troppe) sequenze d’archivio: il continuo alternarsi di realtà e finzione, bianco e nero e colore, è un espediente che sa troppo di amatorialità, di cortometraggio studentesco in cui le scene troppo costose vengono risolte in questo modo. Forse è il prezzo da pagare per un film in costume che sia anche poco accademico, ma un ricorso meno frequente a flashback dal sapore kitsch avrebbe giovato.

La stessa sensazione di uno scadimento nel saggio di fine anno viene dalle scene in cui si vogliono a tutti i costi inserire riferimenti espliciti alla politica contemporanea, come quando un losco figuro viene mostrato con una felpa con su scritto “Napoli”, in tipico stile salviniano. Una presa di posizione rispettabile, ma l’arte migliore e più duratura di solito è quella che allude, che suggerisce, non quella che dichiara in maniera pacchiana.

Da ultimo, di Luca Marinelli c’è poco da dire: è indubbiamente il cocco di mamma di pubblico e critica di quest’epoca, come potevano essere stati Elio Germano e Pierfrancesco Favino prima di lui, ma di fronte alla sua interpretazione non ci si può che accodare ai cori unanimi di giubilo. Il suo Martin Eden è intensità pura, un eroe bello e senza macchia che sembra appartenere più alla Hollywood in bianco e nero che al presente e all’Italia. Inizialmente pare quasi una reincarnazione dell’Henry Fonda-Tom Joad di Furore, innocente e idealista, poi sul finale trova una decadenza luciferina che fa pensare all’Al Pacino strafatto di Scarface o al Petroliere fuori di testa di Daniel Day-Lewis: in ogni caso, una benedizione per il cinema nostrano.

 

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