C’era una volta… a Hollywood: Summer of ‘69

E ora quando ci ripenso

Quell’estate sembrò durare per sempre

E se potessi scegliere

Vorrei viverci all’infinito

Quelli furono i giorni più belli della mia vita

(Bryan Adams, Summer of ’69)

 

“Questa è una canzone che Charles Manson ha rubato ai Beatles. Noi ce la riprendiamo”. La frase veniva pronunciata da Bono Vox in un disco dal vivo degli U2, e faceva da introduzione a una cover della canzone in questione. La canzone era Helter Skelter, e nell’agosto 1969 queste due parole vennero scritte dopo un omicidio plurimo sulla parete di una casa di Bel-Air. Con il sangue delle vittime.

L’ultimo film di Quentin Tarantino, C’era una volta… a Hollywood, in fondo non è che un “riprendersi quella canzone” per via cinematografica: tornare su uno degli eventi di cronaca nera più scioccanti del Novecento, coverizzare l’intera atmosfera di quell’estate 1969 e restituire ai protagonisti di quella storia ciò che gli adepti di Charles Manson gli hanno rubato per sempre.

Interi libri, film e perfino podcast di successo sono stati dedicati a Charlie Manson e alla sua Famiglia, ma per chi non avesse familiarità con ciò che avvenne, questa potrebbe essere una brevissima sintesi dei fatti: Los Angeles, 1969; una comune hippie, guidata dal trentaquattrenne santone/musicista fallito Charles Manson e composta da giovanissimi facilmente influenzabili e dediti alle droghe, decide di iniziare una sorta di folle rivoluzione sociale uccidendo alcuni esponenti del jet set; la notte dell’8 agosto quattro di questi giovani, tutti ventenni, si recano presso la villa di Cielo Drive in cui vivono il regista polacco Roman Polanski e sua moglie, l’attrice ventiseienne Sharon Tate, all’epoca all’ottavo mese di gravidanza; tre dei giovani irrompono nella casa e uccidono ferocemente, con colpi di pistola e decine di coltellate, la Tate e tre suoi ospiti – Jay Sebring, Abigail Folger e Voytek Frykowski – oltre al passante Steven Parent; la sera dopo, il 9 agosto, gli stessi assassini e altri membri della Famiglia fanno irruzione nella casa losangelina del proprietario di supermercati Leno LaBianca, e uccidono barbaramente lui e sua moglie Rosemary; la polizia impiegherà molti mesi per identificare gli esecutori degli omicidi, e nel frattempo un intero Paese avrà perso la sua innocenza.

Sharon Tate col marito Roman Polanski

Charles Manson

“Fine dell’innocenza”: è una frase fatta che torna spesso, quando si parla del 1969. Sicuramente se ne parla per gli omicidi Tate-LaBianca, che da un giorno all’altro convinsero i benestanti di Bel-Air a chiudere a chiave le porte di casa e allarmarono l’America su cosa erano diventati quei ragazzini capelloni che potevano essere i loro figli. Quegli stessi figli che l’anno prima, in Vietnam, in un’altra perdita d’innocenza, avevano perpetrato il massacro di My Lai, uccidendo circa 500 civili tra cui donne e bambini.

Quell’anno anche la musica aveva perso la sua innocenza: a luglio c’era stata Woodstock, picco massimo dell’era hippie e dell’amore fraterno, e a dicembre ci sarebbe stato il funerale di quell’era: Altamont, il festival a San Francisco in cui, durante un concerto dei Rolling Stones, un ragazzo del pubblico venne ucciso a coltellate dalla security. La Summer of Love che finisce di colpo, il California Dreamin’ che diventa California Nightmare.

Infine, il 1969 può essere visto anche come la fine dell’innocenza di Hollywood, che in quell’anno smetteva di essere old e diventava New. Il film che simbolicamente segnò questo passaggio fu Easy Rider di Dennis Hopper, che a maggio vinse il premio come miglior opera prima a Cannes e sbancò i botteghini di tutto il mondo. Un filmetto costato due lire, interpretato da due giovani motociclisti capelloni e diretto da un giovane motociclista capellone, batteva negli incassi le star più blasonate e le produzioni più ricche, aprendo la strada a una generazione di movie brats che esordivano in quegli anni: Martin Scorsese, Steven Spielberg, Francis Ford Coppola, Robert Altman, Brian De Palma, William Friedkin e via dicendo.

Registi che, almeno nei loro anni ruggenti, hanno dato vita a un nuovo tipo di cinema che sembrava dire addio alla patina di “carino”, pomposità e bigottismo che avvolgeva Hollywood, per dare invece voce a una generazione moderna, disillusa, cruda, liberata.

Visto che il film di Tarantino ha nel titolo proprio Hollywood, non si può non pensare all’ironia del fatto che proprio lui, che di quella generazione di autori è il discepolo più noto, abbia voluto fare una pellicola che a ogni inquadratura sembra rinnegarli per rimpiangere invece il cinema (e la tv) precedente all’arrivo dei barbari. Perfino la colonna sonora, pur validissima, non punta sui grandi gruppi ancora oggi venerati, ma sembra godere nel piazzare pezzi e band oggi dimenticati che però all’epoca hanno avuto il loro passeggero momento di gloria.

Sì, perché C’era una volta… a Hollywood è fondamentalmente un film con due argomenti principali, uno reale e uno fittizio, uno concreto e uno astratto: il primo è la strage di Cielo Drive, il secondo è il concetto di decadenza artistisca e di cambio dei tempi, impersonato dalla carriera in discesa di un ex divo cinematografico chiamato Rick Dalton.

Dalton è Leonardo DiCaprio, e nonostante si possa ancora permettere una villetta proprio di fianco a casa Polanski, il suo è ormai un vivere di particine in serial televisivi di seconda categoria, ingaggi “alimentari” che gli fanno sentire addosso la pressione di essere sull’orlo dell’oblio per il grande pubblico. Quando lo devono vestire e truccare per una parte, lo conciano tale e quale a Dennis Hopper in Easy Rider, con i baffoni e la giacca a frange, anche se lui odia gli hippie e a un certo punto insulta un personaggio chiamandolo proprio “Dennis Hopper” (Hopper che, in perfetta linea col citazionismo generale, ha recitato uno dei più divertenti – e politicamente scorretti – monologhi scritti da Tarantino).

Suo migliore – anzi unico – amico è Cliff Booth (Brad Pitt), cinquantenne taciturno e tutto d’un pezzo che gli fa da controfigura, autista, elettricista e in generale provvede a bere cocktail con lui e a fargli ancora i complimenti di cui ha disperatamente bisogno.

Insieme si spostano da un set all’altro – nessuno particolarmente prestigioso –, parlano male degli hippie che hanno invaso le strade e in generale rimpiangono i bei tempi andati mentre le star del momento, tra cui Sharon Tate e suo marito, se la godono tra feste alla Playboy Mansion e successi al box office.

Nel frattempo, per le strade di L.A. e in un ranch fuori città, fanno la loro comparsa gruppi di inquietanti ragazze dallo sguardo spento, che rovistano tra i cassonetti, fanno l’autostop e chiamano “porci” i poliziotti, in un sinistro presagio di quello che avverrà.

Il grosso della trama di C’era una volta… a Hollywood è tutto qui, e stiamo parlando di un film di due ore e mezza. Tutta la pellicola si svolge in tre singoli giorni: l’8 e 9 febbraio e l’8 agosto ’69, e non si può dire che siano giornate in cui succede granché: vediamo Rick mentre, tra crisi di autostima e ritorni di forma recita sul set di una serie western; seguiamo Cliff mentre viene inaspettatamente in contatto con la Famiglia Manson; incrociamo Sharon Tate (Margot Robbie) che passeggia per Los Angeles e entra al cinema a vedere un suo film. Quando, dopo l’eccitazione concitata dei primi minuti, vediamo Brad Pitt togliersi la maglietta in pieno stile pubblicità sexy anni ‘90 e aprirsi una birra a portata di sguardo di Margot Robbie, sentiamo che la storia sta finalmente per partire, che i due innescheranno il meccanismo del film… E invece no.

A differenza di altri exploit tarantiniani, qui non troviamo né un’azione serrata che porti avanti gli eventi, con intrecci complessi e risoluzioni avventurose, né i celebri dialoghi che da Le Iene in poi hanno fatto la fortuna del regista. I veri momenti di bellezza sembrano essere le sequenze di raccordo, scene in cui non succede niente ma è un niente iconico: Margot Robbie in stivali bianchi e mise mozzafiato che cammina, anzi fluttua, sui marciapiedi della città; DiCaprio che vola in Italia per girare spaghetti western col “secondo miglior regista italiano del genere”, Sergio Corbucci (e in questo echeggia la sorte di Clint Eastwood, che dai serial western come Rawhide era diventato la star di Leone); Brad Pitt in camicia hawaiana e Ray-Ban che, accompagnato da qualche pezzo stra-contagioso alla radio, scorrazza per Sunset Boulevard in una Cadillac d’annata, in una sorta di versione real life di GTA – San Andreas. In questi momenti vorremmo essere lì al fianco dei protagonisti, vivere la loro vita e goderci quell’irripetibile spirito Sixties. Nel resto del film, non necessariamente… ma probabilmente due ore di Brad Pitt che guida suadente facendo l’occhiolino alle ragazze sarebbero state troppe.

Perché il resto del film, a livello narrativo, è fatto di lunghissime sequenze in cui Tarantino si parla addosso in modo logorroico senza dire niente, infiniti film-nel-film di cui sarebbe bastato anche il 10% e le ormai abituali sfuriate a forza di “cazzo!” a ripetizione. In generale, un prendere sul serio e dare spazio a dialoghi e situazioni che di profondo hanno ben poco, ma che vengono tirati irrimediabilmente per le lunghe, per poi invece offrire vari coiti interrotti quando sembra che qualcosa stia per accadere e invece l’azione si ferma. E’ così necessaria una particina per Kurt Russell che urla contro Brad Pitt? E’ necessaria una particina per Bruce Dern che non si ricorda chi sia Brad Pitt? E’ necessario far dire due battute in croce alla buonanima di Luke Perry? E’ necessario che, senza alcun motivo, ogni tanto irrompa una voce off (in originale lo stesso Kurt Russell) che fa da narratore onnisciente?

E’ un peccato perché è indubbio che i tre attori principali siano impeccabili e buchino lo schermo (menzione d’onore a Brad Pitt), ma verrebbe voglia di sentirgli in bocca i dialoghi di Vincent Vega e Jules Winnifeld, e non ripetitive battute per telefilm western. [Nota a margine per il pubblico italiano: sentire espressioni quali “minchia” e “pirla” in un film senza ambientazioni siciliane o lombarde è da dilettanti allo sbaraglio; NON sentire doppiati in italiano, ma lasciati in inglese, i dialoghi di radio e tv che irrompono continuamente a fare da collante alla storia è contrario all’idea stessa di doppiaggio come immersione completa nella realtà del film.]

Un film del genere sembra fatto più per apprezzare (o meno) i suoi livelli non narrativi, il suo dire qualcosa a noi spettatori più che far capitare qualcosa ai suoi personaggi. In questo caso i temi sono molti, e in alcuni casi Tarantino si toglie qualche soddisfazione. C’è una dichiarazione di uno dei killer che affibbia al cinema e alla tv la colpa di avergli instillato in corpo la violenza, accusa che dal ’92 il regista si sente ripetere. C’è la ragazzina-attrice di 8 anni che, serissima, sembra una diretta parodia di certe intellettuali purtroppo adulte, che preferiscono la parola “actor” ad “actress” e sprizzano estrema professionalità e distacco da tutti i pori. Oppure c’è la scena in cui Pitt dà un passaggio a una hippie (Margaret Qualley, figlia-rivelazione di Andie MacDowell) e tutto sembra far presagire un incontro sessuale, ma quando lei gli propone esplicitamente i suoi favori la risposta è chiederle in modo politicamente correttissimo la carta d’identità: una scena che nel clima di amore libero del 1969 sarebbe stata totalmente inverosimile, ma che è fatta apposta per stuzzicare le derive più estremiste di #metoo e affini con un “Visto? Non potete dirmi niente!”.

In questo senso, tutto il film sembra intriso di nostalgia per altri tempi e altri uomini: maschi alpha come Brad Pitt (personaggio e interpretazione ottimi, se solo dicesse e facesse di più), good ol’ boys alla John Wayne o al massimo Steve McQueen, che abituati ad avere come massimo riferimento un Frank Sinatra si vedono circondati da capelloni rivoluzionari e pacifisti. E in fondo il film è capace di farci adottare questo punto di vista ormai poco abituale rispetto alla generazione sessantottina: quello di chi non ha aderito alla moda e sembra avere delle buone ragioni per mantenere le vecchie abitudini, se le nuove vogliono dire vivere in una comune, seguire un guru folle e premeditare omicidi. Un approccio conservatore che ricorda il Philip Roth di Pastorale americana, anche in quel caso capacissimo di trasmettere lo sgomento e l’impotenza di una generazione di genitori che si era cresciuta in casa dei piccoli mostri.

C’è poi, ovviamente, la riproposizione in assoluto dettaglio di una città e di un’epoca, e questo per il regista significa poter dare sfogo a decine di ammiccamenti cinematografici, musicali, televisivi e di costume che ricreano alla perfezione l’intero universo del periodo. Ma non si può negare che chiunque abbia visto qualche episodio di Mad Men sa che anche con budget infinitamente minori si può raggiungere la stessa accuratezza, e magari darle una classe ancora maggiore grazie alla scrittura dei personaggi. Qui il citazionismo non è più, come in Pulp Fiction, una maniera sottile per fare da contorno a contenuti originalissimi: qui il citazionismo è l’unico contenuto. DiCaprio che, grazie a un trucco virtuale, “sostituisce” Steve McQueen in una scena de La grande fuga, è sicuramente divertente, ma è appunto solo un divertissement. DiCaprio che in uno dei suoi b-movie usa un lanciafiamme per uccidere dei nazisti è un’autocitazione spassosa di Bastardi senza gloria, ma che altro aggiunge? In generale, tutto sembra schiacciarsi su un dare troppa profondità a scene vacue, come Rick che piange per il suo destino di ex star in stile BoJack Horseman, e per il resto accontentarsi di scenette infantili da humor cartoonesco, come quando Cliff sfida a duello un arrogante Bruce Lee.

Ma arriviamo al punto principale, ovvero torniamo all’argomento di partenza: Charles Manson, Sharon Tate. Questo non è solo un film da apprezzare o criticare per le sue scelte estetiche, attoriali o di trama: questo è un film che si prende un enorme rischio dando una parte molto rilevante nella sua storia alla Storia con la S maiuscola, e in particolare a un evento che ha visto la morte violenta di cinque persone.

Non ci saranno spoiler, ma si può dire che Tarantino plasma la verità storica a suo piacimento e ne dà una sua versione eticamente molto discutibile, che trasforma il dramma in puro cattivo gusto, una barzelletta malriuscita in cui il gore e le fantasie di vendetta sembrano offendere pesantemente i fatti reali. Tarantino ci ha già abituati a riscrivere eventi realmente accaduti a modo suo: l’ha fatto con il nazismo, uccidendo Hitler in Bastardi senza gloria, e l’ha fatto con lo schiavismo, rendendo Django un trionfatore libero contro i padroni. Ma fin lì si trattava di argomenti generici, non di episodi specifici con una data e dei protagonisti precisi: qui invece abbiamo un evento di soli cinquant’anni fa, con cinque morti, un vedovo (Polanski) vivo e vegeto, e due degli assassini ancora in carcere. Purtroppo basta una rapida ricerca online per imbattersi nella rivoltante scena del crimine degli omicidi Tate, e ci vuole ancora meno per vedere le facce inquietantemente sorridenti delle adepte di Manson, vere incarnazioni del Male più puro. Tutto questo, per chi ne conosce la storia, non si riesce a ricondurre a puerili scene sparatutto degne del peggior Stallone o a combattimenti demenziali in stile Hot Shots!, perché anche con le migliori intenzioni il risultato è quello di modificare una realtà tragica rendendola un cartoon.

Nel voler scrivere una lettera d’amore, probabilmente molto sincera, a Sharon Tate, dipinta contemporaneamente come una sorta di angelo senza peccato, svampitella sexy ma anche intellettuale che regala al marito il libro da cui lui trarrà Tess, Tarantino finisce per offendere la sua memoria. E’ qui che il film, da un punto di vista che va oltre qualsiasi giudizio cinematografico, è umanamente sbagliato e di cattivissimo gusto: nel volersi prendere la libertà, concessa solo agli dei, di dare e togliere la vita a piacimento.

E’ un peccato perché le scene con le ragazze di Manson sono davvero terrorizzanti, e lo sono in parte per la bravura horror di Tarantino, ma soprattutto perché sappiamo che quei coltelli, quelle frasi (“Sono il diavolo e sono qui per fare il lavoro del diavolo”), quei passi verso quella casa in quella notte sono accaduti davvero, e guardarli è come avere piena consapevolezza che l’inevitabile si sta per compiere. E nessun “c’era una volta” può renderli una favola.

C’era una volta… a Hollywood è un film-videogioco di un regista bambinone mai cresciuto, un universo grande come una città in cui vorremmo anche noi guidare una Cadillac tra le insegne luminose dei cinema e sfoggiare la camicia hawaiana di Brad Pitt, ma di questo universo Tarantino sceglie di mostrare solo le parti meno interessanti, e quando finalmente decide di passare all’azione fa diventare un b-movie qualunque una storia che avrebbe meritato un regista un po’ più adulto e meno innamorato della sua onnipotenza.

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