The Irishman: quei bravi, vecchi ragazzi

Chi era Jimmy Hoffa?

Per molti italiani, e anche per molti giovani d’oltreoceano, questo nome è pressoché sconosciuto, ma c’è stato un tempo lontano – gli anni Sessanta – in cui Hoffa era addirittura “più famoso dei Beatles”.

Difficile immaginarlo, perché Hoffa non era né una rockstar né un divo del cinema, bensì un sindacalista. In particolare, Hoffa fu il presidente dell’International Brotherhood of Teamsters, il sindacato statunitense degli autotrasportatori, e nel tempo ottenne un potere tale da rivaleggiare sia con i fratelli Kennedy che con la mafia italoamericana.

La sua figura, e soprattutto il finale misterioso della sua vita, sono stati a lungo parte dell’immaginario statunitense, e hanno incrociato il cinema già più di una volta, per esempio con F.I.S.T. di Norman Jewison (1978), con Sylvester Stallone, con Hoffa – Santo o mafioso? di Danny DeVito (1992), con Jack Nicholson, e anche parzialmente con C’era una volta in America di Sergio Leone (1984).

Nel 2019 Martin Scorsese ha deciso di riesumare questo personaggio ormai perduto nel tempo, l’ha affidato ad Al Pacino (per la loro prima collaborazione in due carriere cinquantennali), poi ha coinvolto come co-protagonista il suo compare di sempre Robert De Niro, ha convinto Joe Pesci a tornare alla recitazione dopo vent’anni, ha affidato ad Harvey Keitel una piccola ma significativa parte e ha messo il tutto in 209 epici minuti chiamati The Irishman.

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Joe Pesci, Al Pacino, Martin Scorsese, Harvey Keitel e Robert De Niro alla presentazione del film. © 2019 Firstpost

La sua ultima fatica, al cinema solo il 4, 5 e 6 novembre e poi dal 27 novembre su Netflix, è ispirata a un libro di Charles Brandt del 2004, I Heard You Paint Houses, basato sulle conversazioni dell’autore con Frank Sheeran, l’irlandese del titolo che di Hoffa fu amico e complice, e che nel libro spifferò vari segreti dei quali non conosciamo l’attendibilità.

Sheeran, qui interpretato da De Niro e morto nel 2003, fu anche un sicario di Cosa Nostra per buona parte della sua (stranamente) lunga vita, e il film guarda la Storia americana dagli anni Cinquanta in poi coi suoi occhi, quelli di un malavitoso della Pennsylvania entrato per caso in contatto con la criminalità, che pian piano si fece strada fino ai gradi più alti e agli omicidi più prestigiosi.

Il primo incontro con Sheeran è in una casa di riposo, mentre, ormai vicino alla fine, decide per la prima volta di raccontare le sue malefatte, ora che tutti quelli che doveva proteggere sono già morti, e quasi tutti per arma da fuoco. Ecco che quindi, seguendo i suoi ricordi, siamo catapultati negli anni Cinquanta, al tempo in cui Sheeran era solo un reduce dalla Seconda guerra mondiale che tentava come poteva di sopravvivere, e assistiamo al suo primo incontro con Russell Bufalino (Joe Pesci), mafioso locale, che vedrà in lui un soldato leale, privo di dubbi etici e poco incline alle domande.

Da lì in poi, la storia di Sheeran è, come ha scritto un recensore, quella di un “Forrest Gump del crimine organizzato”, visto che il suo coinvolgimento con la malavita lo porterà a contatto con i più grandi fatti di sangue d’oltreoceano, dall’attacco statunitense alla Baia dei Porci all’assassinio di JFK, dal Watergate a un noto omicidio di mafia come quello di “Crazy Joe” Gallo, e non da ultimo con Jimmy Hoffa.

The Irishman è principalmente la storia di questa lunga vita, spesa al servizio di un potere superiore senza mai veramente interrogarsi sulle proprie azioni, attraversando vicende fondamentali di una nazione senza nemmeno la scusa della brama di potere, ma semplicemente restando un soldato fedele, eseguendo gli ordini in una versione post-nazista della “banalità del male”.

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Jimmy Hoffa (Al Pacino) e Frank Sheeran (Robert De Niro) © 2019 Netlfix US, LLC. All rights reserved.

Recensire questo film come un’opera a sé stante, limitandosi ad analizzare i suoi pur lunghissimi 209 minuti di durata, non è impresa facile, perché si tratta di un film il cui valore estetico non può prescindere dal suo valore simbolico, dalla sua potenza come rappresentazione finale – e quindi nostalgica – di un intero mondo cinematografico.

Forse il critico più efficace per giudicare questo film sarebbe un ipotetico “spettatore vergine”, magari un giovane che abbia conosciuto Robert De Niro solo nelle vesti di Nonno scatenato o papà Byrnes di Ti presento i miei, che conosca Martin Scorsese solo per la sua recente polemica con la Marvel, e che si ricordi Joe Pesci solo come membro dei “banditi del rubinetto” di Mamma ho perso l’aereo.

Chi però abbia avuto la fortuna di conoscere e apprezzare l’universo creato nei decenni dal regista italoamericano e dagli attori di questo film, non può che guardarlo facendo un continuo gioco di paragoni e riferimenti, finendo spesso per restare ammaliati più da quello che il film rappresenta piuttosto che da quello che racconta.

D’altronde non è facile scrollarsi di dosso cinquant’anni di immaginario, ed è indubbio che Martin Scorsese di immaginario ne abbia creato tanto, fino al punto di chiedersi come fosse il gangster movie prima che il regista entrasse sulla scena hollywoodiana all’inizio degli anni Settanta.

Per dire: se in un film entra in scena un tipo losco al rallentatore con un riff degli Stones in sottofondo, quel film è di Scorsese. Se c’è un narratore che in voce off vi parla confidenzialmente mentre sullo schermo si sussegue qualche movimento di macchina spettacolare, è Scorsese. Se c’è un caratterista con una faccia tipicamente italiana che ha un soprannome tipo Frankie il Siculo, Freddie Senza naso, Pete il Killer o Jimmy Due volte, è Scorsese. Se De Niro, anche quando a settant’anni si sputtana in qualche commedia di terz’ordine, dà comunque l’impressione che da un momento all’altro potrebbe scaricarvi una calibro 38 addosso, è grazie a Scorsese.

Anche sugli attori c’è poco da commentare: quando un cast comprende contemporaneamente Al Pacino, Robert De Niro, Joe Pesci e Harvey Keitel è come dire che, dal Padrino alle Iene, da Quei bravi ragazzi a Scarface, da Toro scatenato a Taxi Driver, l’intera storia del cinema è racchiusa in quei quattro ormai anziani e fragili corpi.

Ecco: The Irishman è tutto questo, ma anche qualcosa di diverso.

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Pacino e De Niro in uno scatto promozionale per Il Padrino – Parte II (1974)
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Joe Pesci e De Niro in Toro scatenato (1980)

Innanzitutto c’è il fattore tempo: per quanto sembri incredibile, l’ultima volta in cui Scorsese, De Niro e Joe Pesci hanno lavorato insieme è stato per Casinò, del 1995, e da allora il regista ha preferito affidarsi al volto angelico di DiCaprio, Pesci si è ritirato dalle scene e De Niro è campato di rendita sul suo passato da leggenda riuscendo ad accettare ruoli indecenti su ruoli indecenti.

Questo significa che non vedremo De Niro fare flessioni a torso nudo come in Taxi Driver, che la faccia di Al Pacino ormai assomiglia solo lontanamente a quella che aveva nel Padrino, e che perfino lo stile del film sembra rallentare rispetto al passato, evitando il barocchismo e la frenesia di titoli scorsesiani antichi come Quei bravi ragazzi e anche recenti come The Wolf of Wall Street.

Salvo rare (e per questo apprezzatissime) eccezioni, qui sembra mancare il gusto del pezzo di bravura anche fine a se stesso, lo sfoggio di tecnica, la scena madre, per preferire invece un racconto lento, realistico, che a volte sembra più adatto a una miniserie che a un film.

Semmai, i riferimenti sono altri: Gli spietati (1992) di Clint Eastwood, per esempio, in cui un genere come quello del western veniva rivisitato sostituendo degli anziani ex-eroi ai giovani pistoleri, e smitizzandone i valori più tradizionali. Oppure, restando nell’ambito del mafia movie, la serie dei Soprano (1999-2007), che tra le altre cose offriva un approccio molto naturalistico, terra terra, agli stereotipi dei gangster italoamericani, privi di alcun glamour e spesso afflitti da problemi molto più banali delle faide tra famiglie. Qui come in quegli esempi, i protagonisti sono tutti anziani, bolsi, poco eroici, e anche quando sembrano aitanti, è solo perché sono stati spesi milioni di dollari per ringiovanirli digitalmente, spesso senza fare miracoli.

Basti pensare alla prima scena, un elaborato movimento in steadycam in cui Scorsese cita il se stesso di Goodfellas. Solo che nel film del 1990 la macchina da presa seguiva due protagonisti giovani e belli mentre entravano al Copacabana club, tra cocktail e astanti in smoking, mentre qui ci muoviamo all’interno di una casa di riposo per anziani.

Da questo punto di vista il film, pur non facendo pesare in alcun modo la sua durata monumentale, soffre un po’ di questa scelta di sobrietà, e tranne che per poche eccezioni, ogni scena sembra svolgersi al rallentatore, con le luci più basse e con una colonna sonora smorzata rispetto alle prove scorsesiane del passato.

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Russell Bufalino (Joe Pesci) e Frank Sheeran (Robert De Niro). © 2019 Netlfix US, LLC. All rights reserved.

Vedere De Niro e Pacino lontani dai loro anni migliori all’inizio fa quasi male, pensando a quello che ne sarebbe uscito nel caso di una collaborazione datata anni Settanta, ma il loro talento, per quanto affievolito dagli anni e diluito dalle tante recenti interpretazioni di maniera, è ancora lì, e non sarebbe una sorpresa se almeno uno dei due rimediasse un altro Oscar. I due non si fanno la guerra sullo schermo perché saggiamente interpretano personaggi molto diversi: Hoffa è un istrione egocentrico, bonario ma anche capace di sfuriate mostruose, ed è un personaggio che si adatta perfettamente alle corde da urlatore di Pacino; Sheeran, al contrario, è taciturno e quasi privo di emozioni, capace di uccidere o picchiare brutalmente senza rimorsi, e anche in questo caso De Niro è l’attore perfetto, in grado di ritrovare la furia quasi autistica di Travis Bickle, incapace di riconoscere la follia nelle sue azioni.

Una sorpresa ulteriore è Joe Pesci, che dopo essere passato alla storia come interprete di psicopatici omicidi in grado di uccidere per una battuta fuori posto, alla veneranda età di 76 età si reinventa come boss affabile, mai sopra le righe, mai violento, un vero e proprio membro della mob royalty, l’aristocrazia della mafia, in grado di decidere della vita o della morte di qualcuno con poche parole allusive (“C’è da sistemare quella faccenda”, “Deve capirlo”, “E’ così e basta”).

Quello che rimane alla fine di un film del genere è quindi la sensazione di aver assistito non solo a un racconto, coi suoi pregi e i suoi non invisibili difetti, ma anche – e forse soprattutto – a un ultimo spettacolo, un last picture show di un’era irripetibile, quella del cinema italoamericano degli anni Settanta, che qui vede i suoi protagonisti riuniti insieme: in questo senso la presenza, seppur minima, dell’Harvey Keitel di Mean Streets non è casuale, ma sembra voler aumentare ulteriormente il senso di famiglia e di circolarità.

E’ inevitabile: vediamo Al Pacino seduto in una veranda vicino al lago e pensiamo al Michael Corleone pensoso del Padrino – Parte II; vediamo De Niro in divisa militare torniamo con la mente a una scena del Cacciatore, oppure lo vediamo abbandonarsi per un lunghissimo attimo commovente al rimorso e lo ricordiamo disperato nei panni di Jake LaMotta mentre grida “Io non sono un animale!”.

Così come nel film una giovane infermiera dei nostri giorni vede una vecchia foto di Hoffa e non sa chi sia quell’uomo che un tempo era stato “più famoso dei Beatles”, forse anche queste facce verranno dimenticate e sostituite, ma è bello poterle applaudire ancora finché possiamo. Al di là dei ruoli dimenticabili, dei film malriusciti, delle carriere macchiate, quella che scorre nel sangue di questi attori, e di questo regista, è una delle epoche più felici del Cinema del Novecento, e per questo The Irishman rimarrà in ogni caso un’opera-testamento da conservare in una teca, l’ultima occasione di vedere questo mucchio selvaggio cavalcare per l’ultima volta verso il tramonto.

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