Mi consigli un film? – Vol. 1

Oggi diamo inizio a una nuova rubrica ispirata al notevole tempo libero di questi giorni di reclusione casalinga, e a uno dei suoi pochi lati positivi: il recupero compulsivo di classici e meno classici che per qualche motivo in tanti anni di cinefilia non ho mai visto (anche quando è impossibile pensare che qualcuno NON abbia mai visto certi film!).

In ordine sparso, ecco quindi il primo volume con cinque film dei più vari visti negli ultimi giorni. Ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicato in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Via al volume 1! (qui l’archivio con tutte le altre puntate)

2022: I sopravvissuti (Soylent Green)

Richard Fleischer, 1973

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Un film di fantascienza notevole anche se dimenticato, da parte di un regista incredibilmente eclettico e longevo, che nella sua lunghissima carriera ha diretto cose diversissime come 20.000 leghe sotto i mari (1954) della Disney, Conan il distruttore (1984) con Schwarzenegger eroe mitologico, Che! (1969) su Che Guevara, Il favoloso dottor Dolittle (1967) col medico che parla agli animali, Tora! Tora! Tora! (1970) su Pearl Harbor e l’horror tridimensionale Amityville 3D (1983).

In questo caso siamo nel futuro (ormai prossimo), e la situazione è piuttosto tragica: la natura è stata distrutta dall’uomo, le città sono sovrappopolate e l’umanità è divisa in classi ben distinte, tra ricchi che possono permettersi una vita piuttosto simile a quella degli anni Settanta e una grande maggioranza di poveri che vivono ammassati in palazzine fatiscenti e non hanno mai assaggiato cibo vero.

Charlton Heston, molto in parte come poliziotto rude ma onesto, indaga su alcuni misteri che lo porteranno a dare fastidio a gente in alto, secondo quel clima di paranoia e cospirazione tipico di tanto cinema anni Settanta. La cosa migliore del film sono probabilmente le scene col vecchio Edward G. Robinson, al suo ultimo film, che si commuove addentando dopo tanti anni una bistecca e guardando un filmato delle meraviglie naturali del pianeta, ormai perdute. In tempi di surriscaldamento globale e pandemia, un messaggio più attuale che mai sulla salvaguardia di ciò che diamo per scontato.

Barbarella

Roger Vadim, 1968

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Jane Fonda è un monumento dell’arte attoriale, due volte premio Oscar per Una squillo per l’ispettore Klute e Tornando a casa, nonché amabile nonnetta nel recente Grace & Frankie su Netflix, ma sarebbe disonesto dimenticare che è stata anche un grandissimo sex symbol. Be’, questa caratteristica è tutto ciò che la parte da protagonista in questo film richiede, benché condita da notevoli dosi di ironia e innocenza che probabilmente non fanno che aumentarne il fascino.

Barbarella, già personaggio dei fumetti, è un’eroina intergalattica che salta di pianeta in pianeta in un futuro imprecisato alla ricerca di un malvagio scienziato, Durand Durand (dice qualcosa? Sì, l’hanno ripreso da qui). La trama è solo un pretesto per bambini, anche se di bambinesco c’è poco nelle numerose scene erotiche, sempre però allusive e mai morbose, ma anzi ricche di un’innocenza da Eden che sembra allacciarsi benissimo alla liberazione sessuale dell’epoca e a un proto-femminismo fatto di donne eroiche e gaudenti.

Memorabile l’intero impianto di colorata follia Sixties, che poi ha fatto la fortuna di parodie come Austin Powers: gli abiti disegnati da Jean-Paul Gaultier, futuristici e allo stesso tempo tipicamente anni Sessanta con lo sguardo di oggi; la colonna sonora sbarazzina; il macchinario che uccide provocando orgasmi troppo potenti (parodiato nel Dormiglione di Woody Allen); l’apparizione a sorpresa di un improbabilissimo Ugo Tognazzi seduttore di Jane Fonda (!).

Il testamento del dottor Mabuse (Das Testament des Dr. Mabuse

Fritz Lang, 1933

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Secondo film sonoro del maestro tedesco che ci ha dato Metropolis (avete presente il video di “Radio Ga Ga” dei Queen, no?) e M – Il mostro di Düsseldorf, nonché colui che come attore ha interpretato il Regista per antonomasia nel Disprezzo di Godard, col suo sigaro, il suo monocolo e la sua teutonica autorevolezza.

E’ il seguito del Dottor Mabuse, del 1922, e avrà un ulteriore seguito addirittura nel 1960 (ultimo film di Lang) nel Diabolico dottor Mabuse. La trama ruota attorno a un commissario che cerca di risolvere una serie di anomali delitti e scopre che la mente dietro all’organizzazione criminale è… esatto, il Dottor Mabuse, genio criminale che però da anni è catatonico in un manicomio.

Il film è piuttosto dispersivo e tirato per le lunghe, e il Dottore in questione non ha un ruolo abbastanza ampio (è un po’ un Hannibal Lecter ante litteram, nel suo comparire poco ma sempre con una grande presenza scenica). Interessanti però sono le sue apparizioni, molto horror, e l’idea del pazzo geniale che guida a distanza una banda di scagnozzi, idea che lo stesso Christopher Nolan ha dichiarato di aver preso in prestito per il Joker/Heath Ledger del Cavaliere oscuro.

Impossibile poi non notare riferimenti critici all’avanzata della dittatura hitleriana (Lang emigrò subito dopo), il che rende Mabuse parente strettissimo dell’altro dottore del cinema tedesco, Caligari, come antesignano cinematografico della follia nazista (v. S. Kracauer, Da Caligari a Hitler. Una storia psicologica del cinema tedesco).

Ginger e Fred

Federico Fellini, 1986

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Probabilmente il film più “normale” di Fellini (per quanto un film di Fellini possa essere “normale”). I tipi eccentrici, le donne esageratamente truccate, i travestiti e i clown non mancano neanche qui, ma il tono generale è più accessibile, dolce e malinconico che in altre occasioni, senza puntare troppo su sesso, trasgressioni, fughe oniriche ed ermetismi vari come in passato.

Qui i due protagonisti Pippo Botticella e Amelia Bonetti (gli ottimi Mastroianni e Masina) sono due ex ballerini di second’ordine un tempo noti come Ginger e Fred (à la Rogers e Astaire), che dopo essersi separati come coppia artistica molti decenni prima, vengono richiamati in servizio per un’ultima apparizione da anziani presso una trasmissione televisiva di vecchie glorie.

E’ l’occasione per un ritrovarsi molto dolceamaro, con tutte le malinconie della terza età, ma il fulcro del film, fin troppo dichiarato, sembra essere la durissima critica all’emergente tv berlusconiana del tempo, rappresentata come più felliniana di Fellini nei suoi eccessi, nel suo trash, nel suo vivere di pubblicità lasciando da parte l’arte.

Non è un caso che durante una delle prime apparizioni televisive nazionali di Silvio Berlusconi (1986) – nel film rinominato cavalier Fulvio Lombardoni – Enzo Biagi lo interrogò anche sul film:

Io, Caligola (Caligula)

Tinto Brass, 1979

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(Sì, è davvero Helen “Regina Elisabetta” Mirren)

Nonostante il regista, non si può mettere questo film sullo stesso piano di tante sue fatiche successive più dedite alla glorificazione delle natiche femminili che alla costruzione di trame decenti o inquadrature eleganti. Si tratta allo stesso tempo qualcosa di meno e qualcosa di più: qualcosa di meno perché, almeno nella sua versione integrale, il film presenta delle scene esplicitamente pornografiche (a quanto pare aggiunte dal produttore Bob Guccione, editore della rivista erotica rivale di Playboy, Penthouse); qualcosa di più perché la sceneggiatura, pur rimaneggiata, venne scritta dal notissimo scrittore Gore Vidal, e perché è incredibile pensare a Tinto Brass che dirige attori del calibro di Malcolm McDowell (l’Alex di Arancia meccanica), Peter O’Toole (8 volte candidato all’Oscar, protagonista di Lawrence d’Arabia), John Gielgud (uno dei più grandi interpreti shakesperiani di sempre) e Helen Mirren (la regina Elisabetta di The Queen, premio Oscar).

Con McDowell che spinge l’acceleratore sul suo ghigno folle già visto con Kubrick, il film è una biografia molto libera della vita dell’imperatore romano noto per aver reso senatore un cavallo, nonché per atrocità varie ed eventuali. Ecco quindi sangue a palate, orge, evirazioni, stupri, macchine di tortura e incesti, il tutto tra colonne di marmo, centurioni e toghe.

Se non fosse lesa maestà, si potrebbe dire che anche il Satyricon di Fellini (1969) era fatto più o meno degli stessi ingredienti, e poteva risultare anche più noioso, ma pur riconoscendo il grande sforzo produttivo e il fascino perverso degli eccessi, il tutto è troppo lungo e spinto verso l’autoparodia per un apprezzamento sincero.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio)

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