Il re del trash: cos’è Tiger King e perché vi farà stare male

I più grandi successi tra le produzioni originali di Netflix hanno di solito degli ingredienti vincenti che li rendono irresistibili: due star affascinanti tra i giochi di potere di Washington (House of Cards), ragazzini e mostri in un recupero nostalgico degli anni ’80 (Stranger Things), rapinatori geniali con un tocco di populismo anti-banche (La casa di carta).

Diversamente, era meno facile prevedere che una serie documentaristica di sette puntate incentrata sui folli proprietari di alcuni zoo privati statunitensi, con un corollario di omicidi premeditati, braccia mangiate da tigri e figure così eccentriche che fanno sembrare Il banco dei pugni una riunione dell’Accademia dei Lincei, potesse diventare uno dei programmi in streaming più visti di sempre.

Parliamo di Tiger King: creato da Eric Goode e Rebecca Chaiklin, uscito il 20 marzo 2020 e finora accolto da un passaparola entusiasta, da endorsement di personaggi famosi e valanghe di meme che lo hanno portato ad essere visto da più di 34 milioni di spettatori nei primi dieci giorni dalla sua comparsa su Netflix.

Ma chi è il Tiger King, il “re delle tigri”? Questo assurdo titolo spetta a Joseph Schreibvogel, 57enne nativo del Kansas che nel corso della vita ha ripetutamente cambiato nome appellandosi via via Joe Maldonado, Joe Passage, Aarron Alex, Cody Ryan e infine Joe Exotic, l’appellativo col quale probabilmente passerà alla storia del trash.

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Joe è – o sarebbe meglio dire era – il proprietario e dittatore assoluto del Garold Wayne Exotic Animal Memorial Park di Wynnewood, Oklahoma, un ranch adibito a zoo in cui un pubblico pagante ed entusiasta entra a frotte ogni giorno per osservare scimmie, alligatori e soprattutto qualcosa come 227 felini tenuti in cattività. Tigri, leoni, leopardi e simili vengono continuamente fatti riprodurre per garantire che ci siano sempre dei cuccioli, che Joe utilizza per intrattenere bambini e adulti, tutti smaniosi di una foto-ricordo mentre accarezzano un animale selvatico.

D’altronde, non è un caso che negli ultimi anni sia diventata un cliché la foto-profilo di Tinder con tigre al fianco, visto che secondo gli autori del documentario per molte persone accarezzare un animale pericoloso è uno status symbol come possedere una Ferrari o fotografarsi alle Maldive. Il risultato è che, al momento, a fronte di circa 4.000 esemplari di tigri libere in tutto il mondo, nei soli Stati Uniti ne vivono 5-10.000 in cattività.

Se fosse tutto qui, si tratterebbe di un onesto documentario volto a svegliare il pubblico sul trattamento degli animali in questi zoo, ma non è affatto tutto qui. Il fatto è che Joe Exotic è probabilmente il personaggio più assurdo che si sia visto in tv da molti anni a questa parte, e anche solo descriverlo farebbe torto all’eccentricità e al senso di imbarazzo che sprigiona da ogni poro.

Joe è un fiero appartenente alla schiera dei rednecks, i bifolchi campagnoli degli stati del Sud solitamente razzisti, ignoranti e amanti delle armi, ma allo stesso tempo è un redneck decisamente anomalo: è gay, ha due mariti entrambi ventenni, è pieno di orecchini, ha i capelli biondi tinti con un mullet andato fuori moda nell’85 e veste come un cowboy che abbia Platinette come stilista. Ma questo è ancora solo la punta dell’iceberg.

Joe Exotic è un narcisista patologico dotato di una indubbia forza di volontà, che come Charlie Manson nel tempo si è circondato di una corte dei miracoli di ex tossici e galeotti che gli fanno da assistenti nel parco e ne osservano ogni ordine come fosse un guru. Ha pagato per anni una troupe televisiva per riprendere la sua quotidianità e i suoi sproloqui a base di cattivo gusto, armi, cibo avariato dato in pasto sia agli animali che agli assistenti, e registra videoclip di canzoni tremende cantando in playback sulla voce di un duo che le compone per lui.

Nel 2016, Joe si è candidato come presidente degli Stati Uniti (senza molto successo, a differenza di un altro narcisista patologico), e nel 2018 ha perseverato candidandosi come governatore dell’Oklahoma e prendendo più di 600 voti (fortunatamente è stato il candidato meno votato in assoluto).

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Ma non basta ancora: come ogni personaggio dei cartoon, Joe ha un arcinemico nella persona di Carole Baskin, una sessantenne della Florida che gestisce un “santuario per grandi felini” e che da anni si batte per far chiudere il suo zoo. Ah, Carole è anche sospettata di aver ucciso il suo ex marito, sparito nel nulla vent’anni fa lasciandole il santuario e diversi milioni di dollari.

Dopo aver mandato per anni in onda sulla sua web tv minacce esplicite, aver realizzato video in cui una sosia di Carole dà il cadavere del marito in pasto alle sue tigri e altri in cui un suo manichino viene fatto esplodere, Joe pensa bene che si possa architettare un piano per assassinarla davvero.

E qui mi fermo, perché non voglio svelare oltre, ma mi rendo conto che nonostante tutto non sono riuscito a trasmettere che una frazione del senso di malato, di disgustoso, di degradato e disagiato che può generare la visione di questi sette episodi. Immergersi nel mondo di Tiger King per una sessione di binge-watching è allo stesso tempo qualcosa di irresistibilmente attraente (come il sordido spesso è) e di nauseante, in grado di provocare un senso di malessere per fattori che spaziano dal trattamento dei poveri animali fino al colore delle camicie di Joe.

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Nel 1997 il grande critico musicale Greil Marcus aveva coniato il termine “old, weird America” per parlare dell’atmosfera emanata dai Basement Tapes di Bob Dylan & The Band, una serie di registrazioni casalinghe degli anni Sessanta in cui Dylan riprendeva antiche ballate folk e blues piene di personaggi strambi e inafferrabili. In Tiger King, sotto la superficie degli omicidi e dei videoclip imbarazzanti, scorre tutto un mondo fatto di quella “vecchia, stramba America” che la fa da padrona negli stati del Sud, in cui congregazioni religiose, rodei, negozi di fucili, roulotte, tatuaggi, incesti, droga, povertà, ignoranza, bigottismo e nazionalismo si fondono in un mix letale.

E’ il cosiddetto southern gothic, è la white trash, la “spazzatura bianca” con cui gli statunitensi di città denominano questa parte d’America che è come un parente imbarazzante che si vorrebbe tenere nascosto, ma che poi dà 600 voti a Joe Exotic e, più in grande, elegge Trump come presidente.

Joe, Carole e tutto il circo (è il caso di dirlo) che gli gira intorno sono disturbanti e al tempo stesso divertenti se abbiamo abbastanza pelo sullo stomaco da guardare il tutto come spettatori disincantati, ormai abituati ad anni di reality show estremi. Sono perfetto materiale da meme, ma sono anche persone reali con animali reali, soldi (molti) reali e sostenitori reali, e quando a un certo punto ci troviamo davanti a un funerale da operetta, in cui Joe fa battute hard sul defunto, ci ritroviamo a non sapere se ridere o rimanere allibiti per i parenti presenti.

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Il tutto rende la visione di Tiger King un’esperienza immersiva difficilmente dimenticabile, ma con l’augurio che si riesca a prenderne solo l’umorismo perverso che scaturisce dall’assurdità del tutto, senza farsi trascinare troppo a fondo nelle vite dei suoi protagonisti.

PS: dopo averlo visto, qui trovate il profilo più approfondito sulle vicende reali trattate nella docuserie (in inglese)

Tiger King è su Netflix dal 20 marzo. Foto: Netflix

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