Mi consigli un film? – Vol. 5

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Via al volume 5! (qui l’archivio con tutte le altre puntate)

Il falò delle vanità (The Bonfire of the Vanities)

Brian De Palma, 1990

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Se si escludono un paio di capolavori come Pulp Fiction e L’esercito delle dodici scimmie, tendenzialmente la regola per capire se un film con Bruce Willis è valido consiste nel guardargli i capelli: se è calvo, si rischia; se mostra la stempiatura, si può stare più tranquilli, e Trappola di cristallo, L’ultimo boyscout, Il sesto senso, Sin City, Il quinto elemento, Die Hard –  Duri a morire, Ancora vivo, Armageddon e Moonrise Kingdom stanno lì a dimostrarlo.

Nel Falò delle vanità Bruce ha i capelli, e nonostante questo film sia stato bollato come un disastro dai critici dell’epoca e decretato un fiasco totale dal pubblico, credo che meriti comunque di far parte della parte “alta” della rimpianta filmografia willisiana.

Seconda considerazione: ma quant’erano belli i tempi in cui Bruce Willis, Tom Hanks e Melanie Griffith potevano recitare nello stesso film? Oggi invece sembra che anche il cinema americano si sia molto “muccinizzato” nell’usare sempre le stesse compagnie di giro, un po’ legati ai film indipendenti, un po’ ai film d’autore, un po’ a quelli d’azione, ma nel 1990 potevamo ancora avere un cast del genere.

Cast d’eccezione (ci sono anche Morgan Freeman e F. Murray Abraham) e regia di spicco (Brian De Palma) perché si tratta dell’adattamento dell’omonimo best seller del 1987 di Tom Wolfe, che si era affermato come uno dei migliori e più spietati ritratti della New York dell’epoca, fatta di broker, cene di gala, media sciacalli ed enormi diseguaglianze sociali. In questo senso, il film fa parte insieme a Wall Street, American Psycho, Le mille luci di New York e The Wolf of Wall Street di un ideale pantheon del “greed is good”, in cui ricchezza, spietatezza, frivolezza e cinismo nella New York da bere diventano un tutt’uno.

A partire dalla storia di un Tom Hanks ricchissimo rampante che si ritrova nei guai per aver investito un povero abitante del Bronx mentre se la spassava con l’amante, si instaura una catena di eventi tragicomici che lo porteranno dalle stelle alle stalle, dipingendo nel frattempo un ritratto acido e grottesco di una società senza più morale, in cui avvocati, preti, politici e giornalisti non pensano che al proprio guadagno.

De Palma, facendo a gara con l’amico movie brat Scorsese di Quei bravi ragazzi (uscito lo stesso anno), apre le danze con un piano-sequenza da sballo, permettendosi addirittura il lusso di far partire una voce off a un certo punto come per sfoggiarlo con tutta la nonchalance del mondo. Per il resto, dopo un grande primo tempo il film si perde per strada insistendo troppo sulla stessa nota, ma è comunque un documento gustoso di un’epoca sia storica che cinematografica.

Grasso è bello (Hairspray)

John Waters, 1988

Hairspray

Il titolo originale, “lacca”, sembra fare il verso a un altro film ispirato a prodotti per capelli, ovvero la brillantina di Grease, e in effetti questo di John Waters ne è un po’ la versione più consapevole e umoristica.

Waters, a partire dagli anni Settanta, si era fatto una fama di cineasta underground dedito a scandalizzare gli spettatori, utilizzando come primattrice il travestito Divine e realizzando commedie folli in cui poteva capitare di vederla ingurgitare escrementi di cane senza trucchi di scena.

Nel 1988, però, il “Papa del trash” sceglie di abbassare un po’ i toni e buttarsi per la prima volta su una commedia non vietata ai minori, che risulterà poi il suo più grande successo, visto che ne verrà tratto un musical e che nel 2007 lui stesso ne dirigerà una nuova versione cinematografica con John Travolta protagonista en travesti (Hairspray).

La trama è un mix anomalo di commediola per ragazzi alla American Graffiti e critica sociale, con una cittadina anni Sessanta in cui una ragazza piuttosto in carne riesce a diventare la star di un programma televisivo in cui si ballano successi pop, e allo stesso tempo si batte per far sì che i neri possano raggiungere la parità di diritti contro i bigotti della città. Lottando contro cheerleader gelose, adulti razzisti e stereotipi sulla sua forma fisica, trionferà come reginetta dei balli.

Manca un climax degno di questo nome, qualcosa che sia all’altezza degli altri “balli della scuola” del cinema (da Ritorno al futuro a Carrie), ma il tutto è talmente colorato, pieno di ottima feel-good music e ricco di simpatia istintiva che gli si perdona anche la troppa inconcludenza di fondo. Senza dimenticare che vede la presenza di Debbie “Blondie” Harry come attrice, il che garantisce punti in più a qualsiasi film.

L’albero degli zoccoli

Ermanno Olmi, 1978

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Diciamo tutto da subito per evitare bugie: trattasi di film di tre ore con attori non professionisti che interpretano contadini bergamaschi di fine Ottocento parlando in stretto dialetto locale, ed essenzialmente svolgendo solo attività quotidiane senza una trama vera e propria.

Se state ancora leggendo, potreste voler sapere che il film ha anche vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 1978, ed è pressoché unanimemente considerato un documento irripetibile di uno stile di vita che in tanti abbiamo dimenticato, nonché un esempio di cinema di pura umanità e verità. Inoltre, Al Pacino lo considera uno dei suoi film preferiti.

Si tratta di una di quelle opere che poco si adattano ai nostri tempi di multitasking, distrazioni e attenzione limitata, perché probabilmente solo immergendosi totalmente in quest’atmosfera contadina, perdendosi tra suoni che tutti i non bergamaschi non capiranno, e vivendo quasi in tempo reale le attività di una cascina di campagna, si può veramente sentire la forza del film e restarne commossi. Per talmente tanta parte del film siamo confinati in questa campagna nebbiosa, che quando vediamo le strade di Milano, piene di signore ben vestite, carabinieri a cavallo e palazzi, l’effetto è straniante, come se ormai avessimo dimenticato che là fuori la Storia che leggiamo sui libri continuava a svolgersi.

Il film sembra invece voler remare contro lo spettatore in quanto a mancanza di concessioni commerciali: la fotografia è opaca e dura come quella di un documentario, la mancanza di un protagonista o di caratteri ben sviluppati rendono difficile l’identificazione, e qualunque amante degli animali trasalirebbe nel vedere un’oca o un maiale uccisi in diretta senza nessuna edulcorazione.

La sua forza è nella vicinanza umana, nell’empatia verso queste figure che erano i nostri antenati, così poveri e ignoranti eppure così saggi, dignitosi e seri. Non si può non provare un moto di compassione e vicinanza quando vediamo due sposini che, quasi come i Promessi sposi, arrivano a Milano dalla campagna in viaggio di nozze e il loro soggiorno è in un convento di suore, nel silenzio e nell’assenza di frivolezze.

Tre ore che sembrano opporsi, nella loro crudezza e nel ricordarci cosa vuol dire una vita dura, a tutti i narcisismi contemporanei, ma che forse si rivelano un’esperienza troppo mortificante – e, sì, noiosa – per chi non abbia voglia di entrare completamente nel mondo del film.

Jay & Silent Bob… Fermate Hollywood! (Jay and Silent Bob Strike Back)

Kevin Smith, 2001

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Guardando questo film non ho capito se fossi io ad essere molto più giovane e tollerante in quanto a gusti cinematografici quando vidi l’opera prima di Smith, Clerks (1994), o se effettivamente quel film fosse molto, ma molto meglio di questo suo seguito. Per dare una risposta dovrei probabilmente riguardare Clerks, ma penso che preferirò rimanere con un buon ricordo senza rischiare di affrontare la dura realtà.

Questo film, del 2001, si inserisce in una sorta di “universo” in stile Marvel creato dal regista Kevin Smith, che qui interpreta anche uno dei due protagonisti, Silent Bob, ovvero la metà di un duo di spacciatori di bassa lega che passa il suo tempo fuori da un minimarket del New Jersey. In pressoché tutte le sue opere (l’ultima è del 2019, Jay e Silent Bob – Ritorno a Hollywood) questi personaggi, insieme ad altri, sono protagonisti o fanno comunque capolino, e il clima generale è quello di un mondo di nerd assoluti, in fissa con fumetti, saghe di fantascienza, droghe e soprattutto il sesso femminile, di cui si parla con toni che in terza media sarebbero già considerati infantili.

In questo caso i due del titolo partono dal natìo New Jersey e si imbarcano in un road trip verso Hollywood con lo scopo di fermare l’adattamento cinematografico dei loro personaggi. Il tutto è condito da apparizioni di divi reali come Ben Affleck, Mark Hamill, Matt Damon e Carrie Fisher, convinti dall’allora onnipotente Harvey Weinstein (il film è prodotto dalla Miramax), e quando le battute non includono parti anatomiche e rumori intestinali, ci si dedica a una satira delle manie dei divi hollywoodiani che solo i divi in questione possono apprezzare.

Se dovete buttare un’ora e mezzo, American Pie (con cui condivide la presenza di Shannon Elizabeth, lì indimenticabile come Nadia) in confronto sembra Roma città aperta.

Gli invasati (The Haunting)

Robert Wise, 1963

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Titolo italiano pessimo per un film che in realtà è tratto dallo stesso romanzo di Shirley Jackson che ha generato anche la recente serie di Netflix The Haunting of Hill House e il film anni ’90 Haunting – Presenze.

In un cinemascope in bianco e nero molto elegante, il prologo ci mostra le varie tragedie e morti premature che hanno colpito gli abitanti di una villa del New England, ormai disabitata vista l’infinita serie di sfighe che sembra generare.

Visto che però ogni horror ha bisogno di qualche personaggio dotato di poco buonsenso, un professore di antropologia decide di entrarci insieme a tre “assistenti”, tra cui due donne con capacità da sensitive, per stabilire una volta per tutte se la casa sia effettivamente infestata o se siano solo leggende.

Il film è notevole nel riuscire a creare un’atmosfera di tensione senza mostrare praticamente mai nulla (regola d’oro dell’horror di cui Spielberg farà tesoro per Lo squalo). Anche le immagini sono molto stilose, ma le reazioni isteriche delle donne e i loro atteggiamenti teatrali sono davvero fuori tempo, ed è difficile identificarsi con personaggi che si comportano continuamente in modo irrazionale senza mai fare ciò che farebbero tutti.

Curioso il fatto che subito prima il regista avesse sbancato con West Side Story, un film che in quanto a colori, ampiezza del cast e atmosfere è quanto di più diametralmente opposto si possa immaginare.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio)

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