Mi consigli un film? – Vol. 8

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Via al volume 8! (qui l’archivio con tutte le altre puntate)

Ready Player One

Steven Spielberg, 2018

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Mi rendo conto che il paragone potrebbe apparire anomalo, ma nei confronti di Steven Spielberg ho sentimenti simili a quelli che nutro per Nanni Moretti: due autori che amo profondamente nelle loro prove più fantasiose, ironiche e in qualche modo adolescenziali in spirito, ma che mi sembrano sprecati quando vogliono per forza fare gli adulti.

Nel caso di Spielberg, nell’ultima parte della sua carriera si è diviso equamente tra film “troppo per bambini” (Le avventure di Tin Tin, Il Grande Gigante Gentile) e film “troppo per adulti” (Lincoln, Munich, Il ponte delle spie), trascurando di puntare su blockbuster con un’anima, di quelli che battono ogni record: insomma, film alla Spielberg.

Ready Player One sembra fatto per rispondere a chi come me aveva sete di quel tipo di prodotto: un budget illimitato, un protagonista adolescente che dice perfino qualche parolaccia, un’infornata di riferimenti alla cultura pop, un futuro in cui un tipo che somiglia a Gianroberto Casaleggio ha creato un videogioco grande come il mondo.

Il problema è che il film stesso finisce per essere un videogioco, e per buona parte della sua durata guardiamo fondali senza una parvenza di realtà, facciamo corse in macchina come fosse Need for Speed e ci immedesimiamo negli avatar computerizzati dei protagonisti invece che nei loro corpi reali.

Apparentemente è il sogno di ogni nerd: due ore di citazioni e autocitazioni, da Ritorno al futuro a King Kong, da Jurassic Park alla Febbre del sabato sera, che a volte sono un trip notevole per come aprono mondi nuovi in contesti già conosciuti (vedi la sequenza nell’Overlook Hotel di Shining), ma che spesso affollano lo schermo con tanti pixel e poca anima.

Poi certo, il tocco magico di Steven si sente nel creare personaggi che superino le due dimensioni non solo nella grafica ma anche nel carattere, però il tutto mi ha riportato alla mente il dimenticato film per bambini anni ’90 Pagemaster – L’avventura meravigliosa con Macaulay Culkin, e non so quanto sia un bene.

Toys – Giocattoli (Toys)

Barry Levinson, 1992

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A quanto pare, il protagonista Robin Williams parlò di questo film come “Fellini che incontra Fisher Price”, e direi che non c’è definizione migliore. Il problema, semmai, è che il risultato non è particolarmente apprezzabile né dai fan di Fellini né dai clienti affezionati della Fisher Price, ovvero i bambini.

La storia è quella di un eccentrico magnate del commercio di giocattoli che, sul letto di morte, decide di affidare la sua azienda al fratello militare arcigno e guerrafondaio, sperando forse che questo lo renda un uomo migliore. Il secondo motivo della scelta anomala è che l’alternativa sarebbe stata affidare il patrimonio ai suoi due figli (interpretati da Williams e Joan Cusack), che però sono uno più svitato dell’altra, completamente persi nell’infantilismo e incapaci di gestire anche loro stessi.

C’è di mezzo una trama che coinvolge videogiochi violenti, una critica alla guerra, un’esaltazione della bontà infantile e giocattoli usati come alleati prima di Toy Story, ma il problema è che nulla di tutto questo risulta particolarmente divertente, commovente o retto da qualche logica.

Levinson imita in tutto e per tutto Spielberg e la sua eterna infanzia, caricando a pallettoni le fantasie bambinesche di Hook – Capitan Uncino, ma in questo caso il problema è che le geniali, surreali e coloratissime scenografie di Ferdinando Scarfiotti, ispirate a Magritte e Depero, sono molto più interessanti di personaggi troppo strambi per essere amati. Insomma, più utile come materiale per salvaschermi che come intrattenimento cinematografico.

Si salva solo Robin Wright nella parte dell’unica figura non cartoonesca del film, ma non si spiega perché dovrebbe essere attratta da un Williams bloccato ai dieci anni più di quando recitava in Jack, e il risultato è che la scena in cui amoreggiano somiglia a un adescamento di minore.

La giostra umana (O. Henry’s Full House)

H. Koster, H. Hathaway, J. Negulesco, H. Hawks, H. King, 1952

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William Sydney Porter, scrittore diventato celebre con lo pseudonimo di O. Henry (1862-1910), è un nome pressoché sconosciuto in Italia, dove la sua invenzione più nota resta la locuzione “Repubblica delle banane”. Negli Stati Uniti, al contrario, è la figura simbolo dell’autore di racconti (ne scrisse circa 400), molti dei quali sono entrati nell’immaginario collettivo e rappresentano bene un’America del primo Novecento raccontata in ogni sua classe sociale, come se la sua opera fosse un grande affresco della vita dell’epoca.

I suoi racconti sono l’esatto contrario di quelli di Joyce o di Raymond Carver: se in quei casi spesso è l’atmosfera a fare il racconto, con storie senza conclusione né morale, in O. Henry c’è quasi sempre un incastro perfetto e un colpo di scena risolutivo che mostra l’ironia del destino rispetto alle vicende narrate.

Questo film del 1952 è la versione cinematografica a episodi di cinque suoi racconti, uniti dalla prestigiosa cornice di uno scrittore premio Nobel e non estraneo al cinema, John Steinbeck (Furore, La valle dell’Eden), che dal suo studio ne tesse le lodi e introduce le storie narrate.

Ogni racconto, preso separatamente, è piacevole, e il doppiaggio dell’epoca rende ancora più simpatici i personaggi, ma come per tutti o quasi i film a episodi, alla terza o quarta ripartenza subentra la stanchezza. I migliori sono il primo, con uno straordinario Charles Laughton vecchio clochard dalla parlantina forbitissima, e l’ultimo, “Il dono dei magi”, che riprende con un’attitudine edificante in stile La vita è meravigliosa quello che è probabilmente uno dei racconti di Natale più graziosi di sempre. Qui un link se aveste voglia di leggerlo, ora o sotto Natale.

Piraña

Joe Dante, 1978

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C’è poco da aspettarsi da un film che si chiama Piraña: probabilmente la sua attrazione principale saranno dei pesci, e probabilmente non staranno buoni in un acquario, ma mangeranno un po’ di gente.

E’ esattamente quanto succede qui, e la storia riprende quelle di tanti altri successi horror, con l’avidità dei politici che vogliono tenere le spiagge aperte come ne Lo squalo e gli esperimenti del governo sui pesci modificati geneticamente come più tardi in Blu profondo e simili. D’altronde, dopo che nel 1975 il film di Spielberg aveva battuto ogni record d’incassi della storia del cinema, parecchi produttori avevano gli occhi a forma di dollaro e sfornavano imitazioni con molteplici varietà ittiche quali Barracuda (1978), L’orca assassina (1977) e L’ultimo squalo (1981).

In questo caso il tutto però ha una decisa attitudine da B-movie, e non è un caso che sia il decano dei film a basso costo Roger Corman a produrre: quindi personaggi senza psicologia, finali abborracciati, presenza di ex star dell’horror come la mitica Barbara Steele (in quei giorni vista anche ne Il demone sotto la pelle di Cronenberg), e tette mostrate in abbondanza anche quando la trama non lo richiederebbe.

Curiosità: la saga di Piraña portò fortuna, visto che il film segnò l’esordio di un regista niente affatto male come Joe Dante (che pochi anni dopo con Gremlins avrebbe realizzato un horror decisamente più originale), e il suo seguito, Piraña paura (1982) fu l’esordio di tale James Cameron, uno che sempre in ambito marittimo anni dopo fece un filmettino dimenticato chiamato Titanic.

The Beatles: Eight Days a Week – The Touring Years

Ron Howard, 2016

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Documentario d’alta fascia, essendo firmato da Ron Howard, che racconta gli “anni in tour” dei Beatles, ovvero quelli tra il 1962 e il 1966, in attesa che tra qualche mese esca The Beatles: Get Back di Peter Jackson, che invece userà filmati inediti risalenti all’ultimo album dei fab four, Let It Be.

Diciamo da subito che personalmente mi è difficile non associare i Beatles a qualcosa di puro, bello e gioioso: dall’assolo di trombino di Penny Lane al Ringo Starr stonato sul finale di All You Need Is Love, dalle scorribande giovanili viste in Tutti per uno (1964) ai costumi festosi sulla copertina di Sgt. Pepper’s, perfino le loro cose più sperimentali, introspettive e minori hanno in sé un granello di perfezione.

Per chi volesse tuffarsi appieno nel mondo Beatles, però, era già uscita nel 1995 l’Anthology, documento-monstre sia audio che video che ripercorreva la loro intera storia con tanto di interviste ai tre membri superstiti, e che a tutt’oggi è il documentario da guardare sull’argomento.

In questo caso ci si concentra sulla prima metà della loro carriera, ovvero quella che dal Cavern Club di Liverpool li portò a riempire (primo caso nella storia del rock) gli stadi del mondo, prima che nel 1966 lo stress per essere sballottati in giro come pacchi non gli facesse decidere di smettere coi concerti.

Le immagini delle ragazzine urlanti le abbiamo viste mille volte (anche se qui sono di più e in più alta definizione), ma risultano più emozionanti le fotografie e le registrazioni audio dallo studio di registrazione: quando John e Paul provano un’armonia in coro e ci rendiamo conto che è l’embrione di Eight Days a Week, l’effetto è notevole. Allo stesso modo è emozionante ascoltare le testimonianze di Whoopi Goldberg, Elvis Costello e altri vip anzianotti che raccontano l’impatto liberatorio che anche a livello sociale ebbe l’Avvento dei quattro di Liverpool.

Forse, non coprendo il mio periodo preferito, non potevo chiedere troppo, ma fa un bell’effetto, dopo un’ora e mezzo di John, Paul, George e Ringo sbarbatelli e in divisa, vederli a bruciapelo nel finale suonare sul tetto nel 1969, capelloni, barbuti e vestiti da hippie, a dimostrazione di quanto fossero riusciti a cambiare in così poco tempo, e quanto fosse cambiata la società anche a causa loro.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio)

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