Mi consigli un film? – Vol. 9

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Via al volume 9! (qui l’archivio con tutte le altre puntate)

The Vanishing (Spoorloos, anche noto come Il mistero della donna scomparsa)

George Sluizer, 1988

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E’ un peccato che sir Alfred Hitchcock abbia lasciato questa terra nel 1980, perché se fosse stato vivo per vedere questo thriller olandese a basso costo, ho la pressoché totale certezza che l’avrebbe apprezzato.

Si tratta a mio parere di uno dei thriller più sottilmente angoscianti di sempre, ma il film è talmente sconosciuto dalle nostre parti che è perfino difficile trovare certezze sul suo titolo italiano: probabilmente non è mai uscito al cinema in Italia, ed è passato solo al festival di Cattolica (!); alcuni siti e dizionari ne danno notizia come Il mistero della donna scomparsa, mentre in tv è passato, rarissimamente, col suo titolo internazionale The Vanishing. Complica ancora più le cose il fatto che nel 1993 lo stesso regista abbia realizzato un raro (ma anche qui già sperimentato da Hitchcock) auto-remake dal titolo The Vanishing – Scomparsa, rifacendo il film con attori americani ma con un esito a quanto si dice peggiore (ho saltato la visione).

Evitare di spoilerare il film è impresa ardua, ma penso ci si possa spingere a dire che inizia con una coppia di giovani fidanzati che fanno una gita in macchina e durante il viaggio si fermano in un autogrill. Lei va al bagno, e non torna più. Scomparsa nel nulla.

In un altro genere di film, probabilmente seguiremmo il fidanzato impegnato nelle indagini insieme alla polizia, e magari grazie a qualche commissario in gamba troveremmo in poco tempo la pista giusta fino a capire che fine abbia fatto. Qui no.

Siamo costretti, con effetti di pura sofferenza, a condividere la mancanza di risposte dell’uomo, che nonostante le sue ricerche non si dà pace sulla fine della sua ragazza. Almeno fino a quando qualcuno non lo contatta all’improvviso, e lì le cose diventeranno ancora più angoscianti.

E’ un film che trae la sua forza da quelli che potrebbero essere punti deboli per un thriller: attori sconosciuti dalle facce comuni, pressoché totale assenza di violenza,  niente soprannaturale, niente inseguimenti né esplosioni. Eppure vi assicuro che la sensazione diffusa di tensione e pericolo, soprattutto dopo il finale scioccante, farà sì che dormirete con difficoltà dopo averlo visto.

Alfie

Lewis Gilbert, 1966

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Devo ammettere che ho un debole per Michael Caine: che sia l’anziano e discreto maggiordomo Alfred nel Batman di Nolan, lo psicanalista di Vestito per uccidere di De Palma o il marito fedifrago in Hannah e le sue sorelle di Woody Allen, che faccia coppia con altri pesi massimi come Laurence Olivier ne Gli insospettabili, Sean Connery in L’uomo che volle farsi re o Harvey Keitel in Youth di Sorrentino (che detestai), il suo aplomb tutto british e il suo sorrisetto ironico danno sempre un tocco di classe. Poi certo, ha fatto anche Lo squalo 4, ma evitiamo di rivangare.

In questo film del ’66, Caine è al massimo del suo essere Michael Caine: affabile, spigliato, facente larghissimo uso di bleeding, bloody e simili aggettivi britannici, e totalmente in sintonia con la sua città, una Londra al culmine del suo essere libera, moderna, giovanile, insomma swinging.

Come se non bastasse, la caratteristica principale del film è che Alfie (ovvero Caine) si rivolge costantemente allo spettatore infrangendo la quarta parete, non udibile dai suoi compagni di schermo, come se fosse un Belmondo al quadrato di Fino all’ultimo respiro o una Fleabag di cinquant’anni fa. Insomma, un personaggio da Nouvelle Vague francese in salsa fish and chips, che regge da solo tutto il film, irresistibile per uomini e donne, anche se, va detto, uno stronzo vero.

Alfie è infatti un seduttore seriale inguaribilmente maschilista, l’antesignano di Barney Stinson, uno per cui le donne non sono women o girls ma sempre e solo birds (“pollastrelle”), non particolarmente dedito ad altri lavori oltre al dongiovannismo, secondo una filosofia di vita per cui “non devi finire per dipendere da nessuno”.

I problemi sorgono quando la sua rosea quotidianità a base di conquiste fugaci viene mostrata un po’ più da vicino, e quindi scopriamo che c’è la donna che ha avuto un figlio da lui cresciuto da un altro padre, la donna trattata come una schiava che gli fa le faccende di casa, la donna che sfrutta perché ricca, la donna che deve sottoporsi a un aborto clandestino per evitare che la sua avventura con Alfie diventi palese.

Soprattutto quest’ultimo caso è quello che fa aprire gli occhi al Casanova londinese sulla sua sostanziale inconcludenza nella vita, e forse il momento è fin troppo forte per questo genere di film, ma sta a lì a ricordarci che, anche se abbiamo parteggiato per lui per tutto il film perché “è simpatico”, le sue colpe non vengono affatto assolte. In un’epoca, gli anni Sessanta, in cui l’esaltazione del maschio conquistatore era all’ordine del giorno, questo film “finto maschilista”, è una piacevole sorpresa. “Know what I mean?”

The Trip/The Trip to Italy

Michael Winterbottom, 2010 e 2014

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The Trip, così come il suo seguito The Trip to Italy, è un oggetto ibrido a metà tra televisione e cinema, visto che è nato come miniserie di 6 episodi da 30 minuti per la BBC e poi, visto il successo nel Regno Unito, è stato condensato in un film presentato anche al festival di Toronto.

Per quanto riguarda la trama, direi che anche qui siamo in una terra di nessuno a metà tra Quattro ristoranti e Sideways, con due attori di mezza età, entrambi di una certa notorietà, che accettano l’incarico di fare un viaggio gastronomico in coppia nel nord della Gran Bretagna, spostandosi insieme di ristorante gourmet in ristorante gourmet. Vale lo stesso per The Trip to Italy, in cui alla grigia campagna inglese si sostituisce un road trip nell’assolato Bel Paese, e suppongo sia lo stesso anche per The Trip to Spain (2017) e The Trip to Greece (2020), episodi successivi che non ho ancora avuto occasione di vedere.

I due sono Steve Coogan e Rob Brydon, in Italia rispettivamente visti forse solo in Philomena e Stanlio & Ollio e in Blinded By the Light, ma che in Inghilterra sono due tra i comici più noti del paese, principalmente grazie alle loro apparizioni televisive dagli anni Novanta in poi. In The Trip non fanno altro che interpretare una sorta di versione leggermente modificata di se stessi, seguendo una trama che è principalmente un veicolo per la chimica attoriale che si crea quando si siedono a un tavolo.

Insieme formano una coppia di amabili burberi, costantemente intenti a pizzicarsi a vicenda, a sfidarsi a colpi di imitazioni di Michael Caine e Sean Connery o a discutere sulle minuzie più insignificanti, il tutto mentre addentano cibi di ottima fattura e magari riflettono più seriamente sulla vita.

Probabilmente moltissime battute sono di difficile comprensione per chi non conosca un po’ di cultura popolare anglosassone o l’inflessione di voce dei personaggi imitati, ma come un buon vino per accompagnare un pasto, i due appaiono così naturali da risultare sempre una piacevole compagnia, amici con cui vorremmo volentieri condividere un pranzo.

La tomba di Ligeia (The Tomb of Ligeia)

Roger Corman, 1965

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I film del trio Roger Corman (regista), Vincent Price (attore) e Edgar Allan Poe (ispiratore delle trame) sono un ottimo consiglio per chiunque ami le atmosfere dello scrittore statunitense e abbia un debole per gli horror vecchio stile a base di castelli gotici, gatti neri e colori accesissimi.

Dai racconti del maestro del terrore, Corman nel giro di un lustro nei primi anni Sessanta trasse una sfilza infinita di titoli, lavorando a ritmo continuo: Il pozzo e il pendolo, La maschera della morte rossa, I vivi e i morti (da La caduta della casa degli Usher), I racconti del terrore (da Morella, Il gatto nero, Il barile di Amontillado e La verità sul caso di Mr. Valdemar), I maghi del terrore (da Il corvo), Sepolto vivo (da La sepoltura prematura), La città dei mostri (da Il palazzo stregato) e per ultimo questo La tomba di Ligeia (da Ligeia).

Vincent Price (idolo di Tim Burton che da anziano avrebbe interpretato l’inventore solitario di Edward mani di forbice) qui è un nobiluomo dell’Ottocento che, in una tenuta della campagna inglese, vive da solo nel ricordo dell’amata moglie Ligeia, morta prematuramente. Nella sua vita arriverà un’altra donna che diventerà la sua seconda moglie, ma la ex consorte non sembra del tutto intenzionata a farsi da parte.

Le atmosfere lugubri, la brughiera inglese e le donne un po’ troppo urlanti ci sono tutte, ma per troppa parte del film la paura è rimandata, il che non lo rende uno dei migliori della serie. Price con cappello a cilindro e occhiali scuri da becchino è comunque sempre apprezzabile.

La mia cena con André (My Dinner with André)

Louis Malle, 1981

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Abbiamo parlato di The Trip, che fondamentalmente è una sequenza di pranzi e cene in cui due amici parlano tra loro, e quindi mi è venuta voglia di rivedere quello che è l’esempio massimo di questo genere di film: La mia cena con André, due ore in cui – c’è poco da spoilerare – due amici si siedono al tavolo di un ristorante e noi li ascoltiamo parlare tra loro fino alla fine della cena.

Sì, lo so, potreste esservi spaventati (o molto incuriositi, a seconda dei gusti), ma vi assicuro che, per quanto il rischio noia sia sempre a un passo, questo film è costruito con tale precisione millimetrica da non farci pesare né la claustrofobia dell’ambiente, né la mancanza d’azione, né la logorrea dei protagonisti.

I due amici sono André Gregory, regista teatrale e attore, e Wallace Shawn, anche lui attore (non potete non ricordarlo come ex fidanzato “omunculo” di Diane Keaton in Manhattan), che per mesi hanno registrato le loro conversazioni reali per trarne una sceneggiatura, fondamentalmente replicando sullo schermo il loro rapporto d’amicizia.

“Wally” è pigro, sedentario, tarchiato, stempiato e vorrebbe solo non dover pensare alle bollette, mentre André è alto, dandy e tornato a New York dopo anni di peregrinazioni in tutto il mondo, e non la smette di raccontare all’amico, con un’aria tra il simpatico, l’affascinante e l’insopportabilmente radical chic/new age, le sue avventure alla scoperta di se stesso. Quindi fattorie inglesi con esperienze mistiche, riti teatrali con Grotowski in Polonia, visioni da allucinogeni, il Tibet, il Sahara… Tutto il pacchetto dell’artista sperimentale che non si capisce come campi, contrapposto alle riflessioni più terrene di Wallace che forse si è pentito di aver accettato l’invito.

Gli attori-sceneggiatori, coadiuvati da Louis Malle alla regia, hanno fatto loro la lezione di quell’altro grande francese, Eric Rohmer, e hanno scommesso su un film di sole parole e filosofia, in grado di stimolare riflessioni, interrogarci su noi stessi, ridere e avere la sensazione, come per i film migliori, che questi due potrebbero essere due nostri amici che saranno sempre lì a disposizione per fare due chiacchiere.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio)

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