Mi consigli un film? – Vol. 10

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Via al volume 10! (qui l’archivio con tutte le altre puntate)

I diavoli (The Devils)

Ken Russell, 1971

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Come si può notare anche solo dall’immagine qui sopra, non si tratta della nuova serie tv con Borghi e il dottore di Grey’s Anatomy, ma di un vecchio film in territorio VM18 e decisamente sconsigliato ai cattolici più conservatori. Tutto quello che avreste sempre voluto sapere e non avete mai osato chiedere su suore possedute, blasfemia, orge a tema religioso e torture medievali è concentrato in questo paio d’ore.

L’aspetto interessante è che non si tratta di un porno o di un b-movie pecoreccio anni Settanta, ma di un’opera decisamente ambiziosa e stilisticamente eccezionale, oltretutto a opera di un regista come Ken Russell che si era convertito al cattolicesimo da adulto e non aveva intenzione di attaccarne i princìpi.

La storia prende spunto dal romanzo I diavoli di Loudun di Aldous Huxley (quello delle Porte della percezione patito di allucinogeni), pubblicato nel 1952 e a sua volta ispirato alla storia vera di un inquietante fatto reale avvenuto nel 1634 in una cittadina francese.

A Loudon si verificò infatti un caso collettivo di apparente possessione diabolica in un convento di suore orsoline, che a partire dalla madre superiora (una Vanessa Redgrave senza freni) accusarono il curato della città, Urbain Grandier (un altrettanto iconico Oliver Reed) di averle sedotte con l’aiuto del demonio fino a farlo processare per stregoneria.

La verità aveva più a che fare con le posizioni politiche scomode di Grandier, e il film più che un attacco al Cristianesimo è un attacco agli estremismi del potere terreno della Chiesa e a tutti gli abusi di potere che su basi inconsistenti possono distruggere un nemico che non li assecondi.

Russell, che pochi anni dopo avrebbe diretto una delirante versione musical del concept album degli Who Tommy, si può probabilmente mettere in un’ipotetica Trinità del visionario grottesco insieme a Fellini e Jodorowsky, e se il film nel complesso può risultare sadico e ripetitivo, c’è un talento vero nell’imbastire scene di puro eccesso misto a un’avanguardistica scenografia che mischia medioevo e fantascienza (a opera del futuro regista Derek Jarman).

E’ incredibile pensare che il film sia del 1971, visto il livello di blasfemia da tripla scomunica, e infatti è rimasto per decenni maledetto e tuttora non disponibile in versione completa. Reed è un perfetto mix tra un luciferino seduttore e un Cristo stoico, e la solitamente raffinata Redgrave è una indimenticabile badessa gobba e letteralmente assatanata nel suo desiderio non corrisposto.

I figli degli uomini (Children of Men)

Alfonso Cuarón, 2006

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C’è poco da dire su Alfonso Cuarón: è uno dei pochi registi contemporanei di cui si aspetta ancora un nuovo film come un evento, sapendo che, apprezzato o meno al 100%, sarà comunque il risultato di una maniera di fare cinema totalmente personale, audace e incapace di scendere a compromessi.

E’ un peccato che sia così poco prolifico, ma si potrebbe dire lo stesso di Kubrick, e come lui è stato in grado di lasciare il suo marchio su progetti apparentemente diversissimi: il road movie sboccato di Y tu mamá también (2001), il mega-blockbuster per ragazzi Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (2003), l’adattamento dickensiano di Paradiso perduto (1998), la fantascienza-kammerspiel di Gravity (2013) e il neo-neorealismo messicano di Roma (2018).

In questo caso il genere affrontato è il film catastrofico post-apocalittico, partendo da un romanzo del 1992 di P.D. James che immaginava genialmente un futuro vicino (2027) in cui le donne siano ormai tutte sterili e non nascano bambini da 18 anni. Non solo, perché l’Inghilterra futuristica – ma non troppo – in cui è ambientato il film è anche un luogo minaccioso e ostile, un teatro di guerra urbana in cui convivono migranti trattati come animali, forze dell’ordine spietate e guerriglieri nemici del Sistema.

Cosa succederebbe, in un casino del genere, se comparisse una donna incinta?

Il film è un tour de force di altissima tensione quasi in tempo reale, che attraverso alcuni lunghissimi piani-sequenza tra i più elaborati della storia del cinema dà la precisa sensazione di trovarsi lì coi protagonisti, con uno stile che più che a Blade Runner guarda a La battaglia di Algeri e L’esercito delle 12 scimmie, e anticipa l’adrenalina costante di 1917.

Grandi protagonisti (menzione d’onore al vecchio hippie Michael Caine che ascolta Ruby Tuesday cantata da Battiato!), una Londra inaspettata, una forte carica politica che sembra puntare il dito sul presente, gustose strizzatine d’occhio in colonna sonora (i King Crimson, una rarità di John Lennon, la Hush dei Deep Purple poi utilizzata anche da Tarantino, il maiale volante dei Pink Floyd). Senza contare frasi che oggi fanno un po’ impressione come “Nel 2008 arrivò l’influenza pandemica” e “Il 2001, quel meraviglioso periodo in cui la gente si rifiutava di pensare che il futuro fosse alle porte”.

Difetto principale (che per molti sarà un pregio): pur di ottenere un effetto documentaristico e tenere alto il ritmo, i personaggi hanno poche occasioni per essere approfonditi, e pur di evitare lo “spiegone” o la scritta iniziale che aggiorna sulla situazione in stile Guerre stellari, per tutto il film si fa fatica a capire a cosa facciano riferimento, salvando così il realismo dei dialoghi ma disorientando non poco lo spettatore.

Andrej Rublëv

Andrej Tarkovskij, 1966

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Il cinema di Andrej Tarkovskij è un po’ come la Roma o Vasco Rossi: non si discute, si ama. Questa almeno è l’opinione più diffusa presso studiosi di cinema e critici, che in qualche modo nel corso del tempo ne hanno fatto un santino del Cinema d’Autore più ostico, mistico e cerebrale.

Personalmente ogni 4-5 anni mi concedo di tentare l’approccio a uno dei suoi film (tanto sono solo sette), e dopo aver avuto reazioni miste (più tendenti alla mancata comprensione che all’entusiasmo) a L’infanzia di Ivan, Stalker e Il sacrificio, mi sono sottoposto a queste tre ore dedicate alla vita di un monaco pittore del Quattrocento.

E avete immaginato bene: il tutto è allegro e leggero quanto poteva esserlo la vita di un monaco pittore del Quattrocento in Russia.

Il film è suddiviso in una decina di episodi, come fossero scene di un arazzo che narri la vita di un santo, e più che un biopic sul personaggio realmente esistito Rublëv, che in alcuni episodi compare solo tangenzialmente, è un affresco sulla Russia dell’epoca, sulla sua religiosità e sulla violenza che la permeava.

Il tutto è ricostruito con grande realismo, lo sforzo produttivo è hollywoodiano e la bellezza delle immagini innegabile, ma (consapevole dell’iperbole paradossale), siamo sicuri che con un cinemascope in bianco e nero anche un film di Franco e Ciccio non sarebbe visivamente esaltante?

Il problema è il resto: la noia abissale, i dialoghi eccessivamente filosofici e tetri, la difficoltà di affezionarsi perfino al protagonista, la sensazione non piacevole nel rendersi conto alla “fine prima parte” che ne manca ancora una seconda. Bello però l’episodio della costruzione della campana, un’impresa mastodontica che anticipa quella di Fitzcarraldo nella sua grandiosità cinematografica, un cinema di materia tra fango, funi e argento fuso.

Interessante anche la comparsa nel finale delle opere pittoriche reali di Rublëv, che con una bella trovata a sorpresa (un po’ come decenni dopo in Schindler’s List) ricordano che tutto ciò che si è visto ha un fondo di verità, ma ciò non giustifica tre ore di monaci con lo sguardo spiritato.

Uomini veri (The Right Stuff)

Philip Kaufman, 1983

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Scomparso nel 2018, Tom Wolfe è stato uno dei più bravi scrittori americani del secolo scorso, e non parlo tanto della bravura del narratore nell’intrecciare trame e costruire personaggi, ma più di quell’arte in via di estinzione dello scrivere ogni frase dandole un suo peso specifico e un gusto sopraffino, con inventiva inesauribile e occhio assoluto al dettaglio.

Per anni Wolfe è stato uno degli esponenti di punta del New Journalism insieme a gente come Hunter S. Thompson (Paura e disgusto a Las Vegas), ovvero quello stile di reportage frizzante ormai invisibile e scoraggiato dai giornali che faceva contemporaneamente letteratura e sociologia, scrivendo in modo barocco e implacabile del lato più frivolo della società.

D’altronde basta scorrere i titoli dei suoi reportage anni ’60-’70 per farsi prendere dalla curiosità: La baby aerodinamica kolor karamella, L’Acid Test al Rinfresko Elettriko, Radical chic: il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto, Il decennio dell’io e il terzo grande risveglio, Maledetti architetti.

Nel 1979 Wolfe, sempre curioso degli argomenti più disparati, scrive La stoffa giusta, un reportage in cui ricostruisce la storia della NASA e degli uomini del programma Mercury, ovvero la corsa allo spazio e la creazione da parte del governo statunitense del concetto di astronauta.

Questo film, uscito pochi anni dopo, parte da quel materiale per raccontare una storia di conquiste spaziali e soprattutto per capire chi fossero quegli uomini che, selezionati dopo infinite prove attitudinali, furono scelti per rappresentare l’America nell’ignoto spazio profondo.

La storia è quindi quasi la stessa di First Man di Damien Chazelle (che recensimmo quando uscì nel 2018), ma il film è un ibrido davvero strano tra le bravate machiste di Top Gun, un documentario sui test della NASA, una ricostruzione storica accurata e una miniserie, considerando la durata di tre ore.

Il cast dei piloti collaudatori che diventeranno astronauti è ottimamente assortito, con un giovane ma già carismatico Ed Harris, il Fred Ward di Tremors, il grande drammaturgo-attore Sam Shepard e un Dennis Quaid che imita perfettamente Jack Nicholson. Il loro microcosmo anomalo da comunità isolata nel mezzo del deserto fatta esclusivamente da dipendenti dell’aeronautica è interessante, l’approfondimento sulle loro mogli che assistevano periodicamente ai funerali dei mariti altrui morti durante un collaudo è toccante, e le scene spaziali davvero ben realizzate per l’epoca, ma l’insieme confonde molto per il frullato così variegato di stili diversi.

Un film di un’ora e mezzo o una miniserie sarebbero stati sicuramente meno spiazzanti, mentre così il risultato è un blockbuster a metà, rivolto non si capisce a quale pubblico.

I viaggi di Gulliver (Gulliver’s Travels)

Charles Sturridge, 1996

buona

Piccola deroga al titolo della rubrica, visto che non si tratta di un film in senso stretto, ma di una miniserie televisiva in due puntate da 90 minuti ciascuna. Il cast però è di tutto rispetto, con Ted Danson come protagonista e gente come Peter O’Toole, Omar Sharif, Mary Steenburgen e Geraldine Chaplin, e il notevole sforzo produttivo ha alle spalle la società di effetti speciali del creatore dei Muppet Jim Henson.

De I viaggi di Gulliver la maggior parte di noi conosce l’immagine iconica del protagonista tra i lillipuziani, che nel romanzo originale di Jonathan Swift (1726) è infatti il primo episodio, ma evidentemente in molti non siamo andati oltre, perché le avventure del medico naufrago sono in realtà molto più ampie.

Questo adattamento fu uno dei pochi, se non l’unico, a cercare di mantenere fedeltà al testo iniziale riportando tutti i viaggi del titolo, ed ecco quindi che l’ex barista di Cin Cin e futuro architetto celeste di The Good Place Ted Danson si ritrova dapprima tra i minuscoli abitanti di Lilliput, poi tra i giganti, poi tra i saggi dell’isola volante di Laputa e perfino nella terra dei cavalli sapienti noti come Houyhnhnms.

Ognuna di queste terre non è che un pretesto fantasioso per mettere alla berlina, attraverso un ribaltamento, i vizi e le insensatezze della classe dirigente dell’epoca e in generale dell’umanità, nel puro stile del satirista Swift, quello che aveva fatto la “modesta proposta” di mangiare i bambini poveri.

La tecnica scelta per raccontare i viaggi è interessante ma allo stesso tempo distrae lo spettatore e interrompe la narrazione, perché si alternano continuamente le avventure vissute nel corso di 9 anni di assenza dall’Inghilterra e le scene del suo ritorno a casa, in cui viene scambiato per pazzo e processato per i suoi racconti decisamente inverosimili.

Le scenografie rimangono molto belle e curate, e nella loro opulenza settecentesca ricordano Le avventure del barone di Munchausen di Terry Gilliam; gli effetti speciali risultano ormai piuttosto datati, ma per essere una produzione televisiva non somiglia comunque a certi telefilm che vedevamo su Italia Uno negli anni Novanta.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio)

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