Mi consigli un film? – Vol. 13

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

All’interno: Nel fantastico mondo di Oz, Hitchcock/Truffaut, Brood – La covata malefica, Superman, Risky Business – Fuori i vecchi… i figli ballano.

Via al volume 13! (qui l’archivio con tutte le altre puntate)

Nel fantastico mondo di Oz (Return to Oz)

Walter Murch , 1985

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Intorno alla metà degli anni Ottanta dev’essere successo qualcosa – forse una sniffata collettiva di troppo – che ha fatto dare di matto buona parte degli sceneggiatori di film per bambini dell’epoca. All’improvviso un pargoletto che volesse godersi una rassicurante avventura di evasione poteva ritrovarsi davanti un David Bowie in pantacalze ladro di neonati (Labyrinth), un sacerdote indiano che strappava il cuore dal petto di sacrifici umani (Indiana Jones e il tempio maledetto), Anjelica Huston che si trasformava nella strega più orribile della storia del cinema (Chi ha paura delle streghe?) e, last but not least, questo anomalo seguito del Mago di Oz.

Il primo del 1939 l’abbiamo visto tutti: Dorothy, Toto, le scarpette rosse, la strada di mattoni gialli, la strega dell’Ovest (quella già spaventosa all’epoca, va detto) e la placida colonna sonora di Over the Rainbow. Bene, quando nel 1985 il signor Walter Murch (un dio del montaggio cinematografico, con un cv che fa impressione) decide di esordire alla regia e tornare sui libri di L. Frank Baum, pensa bene di buttare all’aria tutto ciò che ci era familiare.

Ecco quindi che Dorothy torna sì nel magico mondo di Oz, ma l’ambiente è piuttosto cambiato dall’ultima volta, e stavolta si trova davanti, nell’ordine: una regina malvagia che ha una galleria in cui custodisce decine di teste di donna da indossare a seconda dell’umore; dei “ruotanti” metà uomini e metà quadricicli; un cattivissimo Re degli Gnomi che non si capisce perché si chiami così, visto che non è uno gnomo ma una roccia antropomorfa presa pari pari da La storia infinita.

Tra strizzate d’occhio a Guerre stellari (l’uomo meccanico Tik Tok è un perfetto incrocio tra C1-P8 e D-3BO) ed effetti speciali animatronici di serie B in stile Scontro di titani, c’è molto del fantasy anni ‘80, ma i protagonisti sono piuttosto antipatici, e l’ibridazione tra film per bambini e il post-apocalittico di Mad Max finisce per risultare traumatica per i bambini e interessante soltanto come fantasia dark per gli adulti.

Hitchcock/Truffaut

Kent Jones, 2015

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Ci sono libri che ogni giovane aspirante cinefilo prima o poi incontra sulla sua strada: tra questi, a partire dal 1966, occupa un posto d’onore Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut.

Il libro-intervista è ancora memorabile per due diversi motivi: innanzitutto fu scritto da un giovane ma già affermato Truffaut che a sua volta svolgeva la professione di regista, e che quindi conosceva in prima persona ogni problematica tecnica o effetto drammaturgico citato dall’intervistato; inoltre, perché Truffaut era stato uno dei “giovani turchi” dei Cahiers du cinéma che negli anni Cinquanta a Parigi avevano per primi affermato che quanto il signor Hitchcock faceva non era vile commercio ma Arte cinematografica della più pura.

Questo documentario, scritto con l’influente critico francese Serge Toubiana, parte dall’idea decisamente golosa di rievocare la genesi e la realizzazione di quel libro, portandoci attraverso foto e soprattutto registrazioni sonore dell’epoca direttamente nella stanza in cui per diversi giorni il giovane Truffaut intervistò il Maestro lieto di essere legittimato come Autore.

Nel film danno la loro opinione personaggi più che eminenti come Martin Scorsese, Wes Anderson, David Fincher e Richard Linklater, ma l’operazione è più una ricostruzione storica che un vero e proprio companion del libro che possa traslare visivamente quanto si dice nel testo. Chiunque lo abbia letto avrà infatti sognato (o magari l’avrà fatto via YouTube) di avere davanti agli occhi le tantissime sequenze descritte nel dettaglio da Hitch e Truffaut, ed è un peccato che solo pochissime, e di sfuggita, vengano mostrate col commento dell’autore in diretta. Chissà, magari rientrerà nei contenuti speciali del dvd.

Brood – La covata malefica (The Brood)

David Cronenberg, 1979

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Al giorno d’oggi, David Cronenberg è un autore rispettatissimo, che soprattutto a partire dagli anni Duemila è riuscito – inaspettatamente – a ottenere, oltre alla stima incondizionata della critica, anche un notevole successo di pubblico grazie a pellicole ricche di star quali A History of Violence, La promessa dell’assassino (entrambi con Viggo Mortensen), A Dangerous Method (Keira Knightley) o Cosmopolis (Robert Pattinson).

Nel 1979, però, Cronenberg era solo un giovane autore canadese che si era fatto notare principalmente per una scena raccapricciante de Il demone sotto la pelle (1975) in cui la ex reginetta del gotic horror Barbara Steele veniva attaccata in vasca da bagno da una disgustosa sanguisuga uscita dallo scarico.

Qui siamo sempre in ambito horror, ma i nemici non sono animali, bensì strani bambini deformi, che cominciano ad uccidere diverse persone legate in qualche modo a un losco psicanalista e a una terrorizzante donna che questi ha in cura.

L’esplorazione del tema della maternità malvagia, sottolineata da una scena con un neonato che tocca vette di disgusto visionario, sarebbe stata interessante, ma purtroppo il film risulta spaventoso solo nel gran finale, posticipando i brividi per buona parte della sua durata, e fino ad allora i ragazzini malefici fanno davvero poco per spaventare davvero.

Superman

Richard Donner, 1978

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In una scena cinematografica contemporanea che praticamente sopravvive esclusivamente grazie ai supereroi in tutina aderente, è strano pensare che fino al 1978 il business delle tutine aderenti fosse stato praticamente ignorato da Hollywood.

Va detto che però, una volta che c’erano, i produttori non badarono a spese per portare sul grande schermo il personaggio della DC Comics creato nel 1938 da Jerry Siegel e Joe Shuster: nel cast misero gente pluripremiata come Marlon Brando, Gene Hackman e Ned Beatty; alla musica il John Williams reduce da Guerre stellari (che di fatto riciclò lo stesso tema); alla sceneggiatura Mario Puzo (autore del Padrino), e garantirono effetti speciali oggi molto datati ma allora notevoli.

Evidentemente, però, quest’abbondanza non fece bene al risultato, perché il film è davvero uno strano esemplare di prodotto “drammaturgicamente sbagliato”, che rispetto anche ad altri successi dell’epoca sembra costruito senza rispettare le regole hollywoodiane sullo svolgimento di una storia.

Per dire: inizia con un prologo lunghissimo (probabilmente solo per giustificare i milioni dati a Brando), e dopo un secondo prologo con un attore sconosciuto che interpreta Clark da adolescente, passano ben CINQUANTA minuti non solo prima che si veda il costume di Superman, ma prima che questi assuma le fattezze definitive di Christopher Reeve.

Una cosa del genere è ammissibile (forse) in C’era una volta in America, ma in Superman è semplicemente assurda, e il tutto prosegue con strani sobbalzi tra gag comiche con un gigioneggiante Hackman cattivone da operetta, scene romantiche decisamente kitsch, salvataggi sul filo del rasoio e battute anche simpatiche come: “No, grazie, non bevo mai quando volo”.

Un po’ come il primo Guerre stellari, che si concedeva tempi veramente lunghi prima di far partire l’azione, il film sembra una sorta di lunghissimo prologo a Superman II (1980), che a questo punto vedrò anche solo per capire se si tratti di un film “normale”. Molto brava e anomala per gli standard hollywoodiani la Lois Lane di Margot Kidder, e anche Reeve ha la giusta autoironia, seppure in un film che a volte sembra la parodia di se stesso.

Risky BusinessFuori i vecchi… i figli ballano (Risky Business)

Paul Brickman, 1983

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Forse sarà un mio problema, ma trovo davvero difficile empatizzare con un personaggio interpretato da Tom Cruise. Perché, diciamolo, Tom Cruise è probabilmente la star di Hollywood più preconfezionata degli ultimi trent’anni: bello, infrangibile, privo di ironia (tranne in 5 minuti di Tropic Thunder), adepto di Scientology, e sostanzialmente impegnato in ogni singolo film della sua carriera a fuggire da esplosioni alle sue spalle mentre è intento a salvare il mondo.

E’ quindi una sorpresa notevole ritrovarsi a guardare un film con Tom Cruise… e trovarlo simpatico. Questo probabilmente perché il film è del 1983, quando Cruise era ancora uno sbarbatello al primo ruolo da protagonista, e i suoi contratti prevedevano ancora qualche sfumatura di goffaggine e umanità.

Il film in sé, poi, è una commedia adolescenziale interessante nel suo virare dalle abituali situazioni da liceali per introdurre discorsi pungenti sul capitalismo e sulle differenze di classe: Joel è uno studente di buona famiglia lasciato solo dai genitori a casa per qualche giorno, e come un Kevin McCallister più scafato, gira con la Porsche di papà e finisce per intrecciare una relazione con una ragazza squillo meno facoltosa ma più abile di lui come affarista (una Rebecca De Mornay da urlo).

C’è un po’ tutto un genere cinematografico, anche se forse non al suo meglio assoluto: Joel sembra il fratello maggiore del Ferris Bueller di Una pazza giornata di vacanza (1986), e il film anticipa anche i discorsi esistenziali sulla vita di Breakfast Club (1985), senza tralasciare scene piccanti e dialoghi espliciti come in Fuori di testa (1982).

Entrata nel mito la scena di Cruise che, home alone, balla da solo Old Time Rock’n’Roll di Bob Seger, anche se l’ironia è che il resto del film sia invece punteggiato da musiche lugubri dei Tangerine Dream che sembrano rubate a Blade Runner più che a una commedia per liceali.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio)

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