Pillole di Coolturama: Rubrica per lettori in pausa caffè

Come qualche lettore affezionato avrà notato, il formato più frequente su Coolturama è quello del long form, ma per fortuna di autore e lettori, non tutti gli argomenti necessitano di pagine su pagine, ed ecco quindi una nuova rubrica più snella che ha lo scopo di condividere cose delle più varie senza la pretesa di dare informazioni esaustive sugli argomenti trattati.

Uno spazio informale simile a una chiacchiera da ufficio ai distributori automatici, dove da un amico ci si può far offrire un caffè e magari cogliere al volo una segnalazione per una canzone da ascoltare, un articolo da leggere, un programma da guardare o una foto da usare come salvaschermo.

Come direbbe l’agente Cooper in Twin Peaks: “Una volta al giorno, tutti i giorni, fatti un piccolo regalo. Non programmarlo e non andarlo a cercare, ma… lascia che arrivi. Può essere una camicia vista in un negozio, un sonnellino nel tuo ufficio, oppure due ottime tazze di caffè nero fumante”.

Oppure una Pillola di Coolturama.

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Visto che questo blog, come la maggior parte dei blog che non si occupino di cucina o fotografia, non è che un’estensione del piacere di scrivere, inizierei col consigliarvi un articolo dell’Espresso che parla esattamente di questo, scritto da uno che di scrittura se ne intendeva: Edmondo Berselli.

Saggista, editorialista, commentatore di politica così come di musica, costume o televisione, Berselli è a mio parere un raro esempio (mi viene in mente Umberto Eco) di intellettuale “elastico”, a tutto tondo, raffinato ma mai paludato, capace di non prendersi sul serio e di affrontare una miriade di argomenti col solo trait d’union di uno sguardo brillante e una scrittura mai piatta.

Sono ricorsi da poco i dieci anni dalla sua morte, e per celebrarlo il Gruppo Gedi ha fatto uscire in edicola dall’8 aprile una raccolta di suoi articoli, Cabaret Italia, che vi consiglio insieme al gustoso antipasto di questo «Giornalista io? Sono solo uno che scrive», che è un riassunto autobiografico della sua maniera di vedere il giornalismo e una piccola raccolta di dritte sul mestiere. Qui l’articolo.


Sono giorni difficili e deprimenti per molti, e se c’è un antidepressivo naturale, questo risponde al nome di Charlie Chaplin. Per non so quale motivo – probabilmente per il tanto tempo passato dalla realizzazione, oppure perché qualcuno se ne è fregato dei diritti d’autore -, in rete è possibile guardare decine dei suoi film gratuitamente, e il sito Open Culture ci ha fatto il favore di elencarli tutti con tanto di link per ognuno.

Si va dalle comiche dei primi anni, che durano pochi minuti, fino ai suoi lungometraggi-capolavoro, da La febbre dell’oro al Monello, che mischiano alla perfezione le lacrime dovute alla commozione e quelle dovute alle risate.

Trattandosi di film muti, che si affidano solo a qualche didascalia a intervallare il racconto, anche chi non è troppo ferrato con l’inglese può apprezzarli senza particolari problemi. Qui il link con l’elenco che rimanda a circa 60 suoi film presenti online.

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Il 79enne Bob Dylan (li ha compiuti il 24 maggio), dopo aver fatto uscire a sorpresa un “singolo” di 17 minuti alla fine di marzo (qui ne trovate testo, traduzione e riferimenti), ha fatto uscire un altro pezzo intitolato I Contain Multitudes. La durata è più ragionevole (4 minuti), ma forse anche la bellezza della canzone non è all’altezza dell’epica ballata che l’ha preceduta.

Rimane comunque il piacere di sentire Dylan elencare le sue contraddizioni, e citare verso dopo verso nomi improbabili ai quali si sente affine, da Indiana Jones ad Anne Frank, da Beethoven ai Rolling Stones, da William Blake a Edgar Allan Poe.

La citazione più importante, però, è quella del titolo (“Contengo moltitudini”), che rimanda al Canto di me stesso di Walt Whitman, una delle lunghissime e ipnotizzanti poesie che fanno parte del suo unico, epico e continuamente aggiornato libro, Foglie d’erba (1855-1892). In particolare, il passaggio è quello che recita:

Forse che mi contraddico?
Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico,
(Sono vasto, contengo moltitudini.)

Whitman è il poeta laureato d’America e il cantore della modernità, della fisicità, dell’avventura e della gioia di vivere, e consiglierei a chiunque di procurarsi una copia di Foglie d’erba per aprirne a caso una pagina di quando in quando e sentire tutta l’ebbrezza vitale che l’autore riesce a trasmettere. Probabilmente è meglio farlo a piccole dosi, prima che subentri la ripetitività dovuta ai suoi elenchi infiniti e al suo entusiasmo a volte jovanottiano per qualsiasi oggetto o persona, ma quelle piccole dosi saranno più che sufficienti.

Ecco un estratto dal Canto di me stesso citato da Dylan, per una boccata di energia vitale in questi giorni più che necessaria, e qui un podcast di mezz’ora con un’infarinatura sulla vita del poeta:

Io celebro me stesso, io canto me stesso,

E ciò che io suppongo devi anche tu supporlo

Perché ogni atomo che mi appartiene è come appartenesse anche a te.

Ozioso m’attardo e invito l’anima mia,

Ozioso mi attardo a mio agio e mi curvo a osservare un filo d’erba estiva.

La mia lingua, ogni atomo del mio sangue, prodotto da questa terra, da quest’aria,

Qui nato, da genitori nati qui, i loro padri e i padri dei padri nati qui parimenti,

Io, a trentasette anni e in perfetta salute, incomincio,

Sperando di non cessare che alla morte.

Credi e scuole in sospensiva,

Un poco indietro ritrattomi, contento di ciò che essi sono, ma non scordandoli mai,

Accolgo il bene e il male, lascio parlare a caso,

La Natura senza freno e con la nativa energia.

Case e stanze son tutte profumate, gli scaffali gremiti di profumi,

Io stesso inalo la fragranza, e la conosco e l’amo,

La sublimazione potrebbe inebriare anche me, ma io non lo permetto.

L’atmosfera non è un profumo, non ha la fragranza della sublimazione, è inodore,

E’ destinata per sempre alla mia bocca e io ne sono innamorato,

Andrò sulla scarpata presso il bosco, per mascherarmi, per denudarmi,

Sono pazzo dal desiderio di venirne in contatto.

Il vaporare del mio fiato,

Echi, increspature, soffocati sussurri, radice d’amore, filo di seta, biforcazioni, viticci,

La mia respirazione e inspirazione, il pulsare del mio cuore, il transito del sangue e dell’aria per i miei polmoni,

L’odore delle foglie verdi e delle foglie secche, e della spiaggia, e delle brune rocce marine, e del fieno nel fienile,

Il suono delle parole vomitate, della mia voce affidata ai refoli del vento,

Pochi labili baci, una stretta, qualche braccio proteso,

Gioco di luci e d’ombre sugli alberi, quando oscillano i flessili rami,

La delizia di trovarsi solo, o tra la folla per strada, o nei campi, o sui fianchi d’una collina,

La sensazione di salute , il trillo del pieno meriggio, il canto di me che mi levo al mattino e vado incontro al sole.

Credevi che mille acri fossero molto? Credevi che la terra fosse molto?

Ti sei esercitato tanto per imparare a leggere?

Ti sei sentito così superbo perché intendevi il senso delle poesie?

Fermati oggi con me, fermati questa notte, e tu capirai l’origine di tutte le poesie,

Possederai il bene della terra e del sole (sono rimasti ancora milioni di soli,)

Non riceverai più le cose di seconda, terza mano, non dovrai più guardare attraverso gli occhi dei morti, né nutrirti di spettri nei libri,

Non dovrai guardare attraverso gli occhi miei, né ricevere sensazioni per mezzo mio,

Percepirai d’ogni parte suoni e li filtrerai attraverso te stesso.

[…]

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Walt Whitman

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