Woody Allen – A proposito di niente: Era meglio il film

Non è la prima volta che Woody Allen racconta la sua vita. Si può dire, al contrario, che siano cinquant’anni che non fa altro: l’infanzia in una chiassosa famiglia ebrea a Brooklyn (Radio Days), l’amore eterno per la sua città (Manhattan), il rapporto sentimentale con Diane Keaton (Io e Annie), i dubbi di un regista di successo a cui si rimprovera l’ambizione (Stardust Memories), e più avanti di un regista ormai anziano stroncato in patria ma amato in Europa (Hollywood Ending). In mezzo, un’infinità di indizi disseminati qua e là sul suo duraturo rapporto con la psicanalisi, la nostalgia per la prima metà del Novecento, la passione per il jazz, per le tragedie scandinave alla Cechov o alla Bergman e per gli amori extraconiugali.

La sua autobiografia A proposito di niente, uscita nel 2020 per La nave di Teseo in Italia, più che una manna di rivelazioni inedite è uno strumento per capire quanto di lui corrisponda effettivamente all’immagine che è passata all’immaginario collettivo attraverso i suoi film.

La risposta è tendenzialmente “molto”: le pagine dedicate agli anni della scuola sembrano davvero una novelization di Radio Days, con un padre sempre impegnato in loschi traffici e una madre iper-apprensiva, così come il suo sminuirsi costantemente e definirsi un buono a nulla baciato dalla fortuna sembrano quelli di sempre, ma ciò che sullo schermo destava un fastidio passeggero per i suoi tic caratteriali può assumere proporzioni nettamente maggiori in quattrocento pagine di libro.

Allen infatti sembra riservare alle sue sceneggiature il suo lato più brillante, e lasciare per la sua prosa non cinematografica una certa superiorità mascherata da scarsa autostima, una diffusa misoginia, una tendenza a devitalizzare ogni grande emozione e fondamentalmente a presentarsi come l’anziano asociale che per timidezza non rivolge la parola ai suoi attori senza rivelare molto del genio della commedia e dell’osservazione umana che vi si nasconde dietro. Inoltre, infarcisce il testo delle sue battute meno riuscite, più adatte a un cabaret per famiglie anni Cinquanta che al presente, eccettuando qualche perla come “Il resto è storia – ma questo vale anche per l’Olocausto” o “Ho sempre odiato la realtà, ma è l’unico posto dove si trovino gustose ali di pollo”.

È un peccato, perché Allen è invece molto bravo a ricreare, con uno stile che a volte ricorda quel grande descrittore di comunità che era Philip Roth, il mondo della sua infanzia e dei suoi primi anni di carriera, quando abbandonò il sogno di fare l’allibratore o il giocatore di baseball per capire che il suo forte era la comicità. Tutte le pagine relative ai suoi anni d’apprendistato dai più grandi battutisti dell’epoca, che già in tenera età lo adottarono come futura promessa, sono ricche di pathos ed entusiasmo sincero, ma sembra che per Woody sia impossibile non passare a una modalità di eccessiva (e probabilmente falsa) modestia quando deve parlare di sé.

Ecco così che, quando davvero la sua carriera comincia a decollare, inizialmente con film strettamente comici nei primi anni Settanta, e poi con opere più personali a partire da Io e Annie (che gli fruttò quattro Oscar mentre lui suonava il clarinetto in un jazz club), il lettore si sente poco partecipe dell’ascesa al successo e vede invece solo un uomo che giura continuamente di essere un mediocre e un asociale ai confini con l’autismo nel suo distacco dai sentimenti degli altri.

Per capirci: prima si lascia andare a un lungo elenco di film che non ha mai visto o libri che non ha mai letto, a dimostrazione che, nonostante ormai da decenni sia l’esempio massimo di un certo tipo di radical chic, “un paio di occhiali non bastano a rendere colta una persona, e tanto meno intellettuale”; poi, come niente fosse, butta lì di essere stato fidanzato non solo con Diane Keaton (cosa nota), ma di aver avuto flirt anche con due delle sorelle di lei, come se questo non generasse il minimo turbamento morale: “le tre sorelle Keaton: tre donne belle e meravigliose. Complimenti al DNA di famiglia”.

Veniamo a sapere poco delle sue ispirazioni, del mistero della creazione o delle sue scelte stilistiche e narrative, come se il suo tono fosse simile a quello che apparentemente usa con gli attori dei suoi film: questa è la storia, non ci sono particolari motivazioni da scovare, buona la prima e via al prossimo film.

Se però fino ai primi anni Novanta le vicende raccontate si mantengono nell’ambito della curiosità per la vita tendenzialmente piacevole di una star del cinema, a un certo punto la lettura si fa più scomoda e divide in due i suoi lettori: chi crede alle accuse che lo vogliono molestatore della figlia adottiva Dylan Farrow quando la bambina aveva 7 anni, e chi no.

L’autore mette innanzitutto le mani avanti per chi lo vuole seduttore di minorenni e razzista nei suoi cast: dichiara di non “aver fatto avance di nessun tipo a nessuna attrice in predicato per una parte in un mio film”, che “tra le numerose donne con cui ho avuto delle relazioni nel corso dei decenni, quasi nessuna era molto più giovane di me”, e che “per quanto riguarda le questioni razziali, sono sempre stato un progressista, a volte anche qualcosa di più”.

Allen passa poi pagine su pagine a riportare testimonianze dell’epoca, a fornire prove giuridiche e a togliersi numerosi sassolini ai danni dell’ex moglie Mia Farrow e di suo figlio, il giornalista Ronan Farrow, noto per aver portato alla luce le accuse contro Harvey Weinstein, e convinto accusatore del padre. Si possono leggere frecciate come “Sandy vide in più occasioni Mia dormire nuda con Satchel (che adesso si chiamava Ronan) fino a che questi ebbe undici anni. Non so se qualche antropologo abbia qualcosa da dire in merito” e “A lui, certo, sta bene che le donne dicano la verità, basta che sia la verità approvata dalla mamma”.

Certo è che, per chi non crede alla sua colpevolezza, è triste leggere delle varie star contemporanee, da Emma Stone a Timothée Chalamet, che dopo aver recitato nei suoi film gli hanno voltato le spalle rinnegando la collaborazione. Senza dimenticare che la casa editrice Hachette (già di per sé non tra le più note) ha deciso di non pubblicare questo libro dopo averne ottenuto i diritti, poi acquistati per gli Stati Uniti dalla Arcade Publishing.

Che si sia a favore o contro le argomentazioni di Allen, la lettura di queste pagine, che poi coincidono con quelle dedicate, negli ultimi trent’anni della sua vita, alla relazione intrapresa con un’altra figlia adottiva della Farrow, Soon-Yi, somigliano più a un thriller giudiziario o a un dramma di tradimenti famigliari piuttosto che a un film di Woody Allen che vorremmo vedere.

Il sapore che rimane alla fine è quello di un uomo più geniale nei suoi (vecchi) film che nello scrivere la storia della sua vita, che segue almeno parzialmente la mancanza d’ispirazione delle prove registiche degli ultimi trent’anni. Da Woody Allen non ci si aspetta forse una biografia parente di quella (ottima) di Keith Richards, ma la sensazione è che il suo apparente senso della modestia abbia finito per fargli credere davvero che quella che ha vissuto sia stata in fondo una vita “abbastanza banale”, il cui “momento più eccitante della giornata è la passeggiata nell’Upper East Side”.

E qualunque fan dei suoi film sa che non è stato così.

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