Mi consigli un film? – Vol. 19

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Se un film tra quelli recensiti vi incuriosisce, provate a dare un’occhiata all’app JustWatch per scoprire se per caso sia disponibile su Netflix, Prime Video, RaiPlay, Infinity o altre piattaforme di streaming (non mi pagano per la pubblicità!).

Di seguito le recensioni di: L’ultima seduzione, Il processo ai Chicago 7, Non per soldi… ma per amore, Sadismo, Palla da golf.

Via al volume 19! (qui l’archivio con tutte le altre puntate)

L’ultima seduzione (The Last Seduction)

John Dahl, 1994

Ci sono generi cinematografici che sembrano non conoscere mai crisi, e ce ne sono altri che rimangono indissolubilmente legati a una certa epoca, escludendo qualche sporadico successo in anni successivi. Vale per il western, che tra gli anni ’40 e ’60 è stato onnipresente ma in seguito, a parte gli exploit di film come Balla coi lupi (1990) o Gli spietati (1992), è diventato un po’ troppo retrò; e vale anche per il noir, quel mix di storie da thriller, investigatori, donne fatali, tradimenti e pessimismo, che hanno avuto il loro picco negli anni ’40 per poi sparire un po’ dalle scene, eccettuando forse Brivido caldo (1982) con un’ottima Kathleen Turner.

L’eccezione che conferma la regola è questo cult anni Novanta, con protagonista assoluta una Linda Fiorentino strepitosa che da sola resuscita la figura della femme fatale, con in più il gusto di dire e fare ciò che nei film anni ’40 non era consentito dalla censura.

Ambientata a New York, la storia inizia con la sua Bridget Gregory (bizzarramente somigliante alla cantante Elisa) che insieme al marito farmacista Bill Pullman riesce a vendere delle droghe nei bassifondi e a ottenere in cambio un gruzzolo a molte cifre. Quando però il maritino riporta il malloppo a casa, lei, totalmente priva di scrupoli morali, scappa con i soldi e si dirige in auto verso la provincia più profonda. Obbligata a restare sottotraccia nella cittadina di Beston in attesa di ottenere il divorzio, e sicura di farla franca ricattando il marito, la donna intrattiene rapporti con un giovanotto locale e lo tiene in pugno coi suoi modi da vamp di città impassibile e spregiudicata.

Ovviamente, come in ogni buon noir che si rispetti, l’innocente provinciale finirà per soccombere al suo fascino e a cacciarsi in guai molto grossi. La storia in sé però conta fino a un certo punto: in fondo si tratta di un b-movie che uscì addirittura prima sulla tv via cavo che al cinema, ma i dialoghi e il carattere di Bridget sono così oltraggiosi che è impossibile non rimanerne perversamente affascinati.

Esempi? Lei che lecca un mazzo di banconote o spegne la sigaretta sulla torta dell’amante con scritto “Con amore, nonna”; scambi come “Sei sempre avvocato?” “Sì, e tu sei sempre una puttana?”, “Allora va’ a farti fottere!” “Ci sto. Domani sera, alle 8”, “Devo succhiarti l’uccello per avere un drink?”. Un’ora e mezzo di puro intrattenimento, con assenza totale di morale, ottime musiche jazz e un’atmosfera di bassa qualità che lo rende un ottimo guilty pleasure.

Il processo ai Chicago 7 (The Trial of the Chicago 7)

Aaron Sorkin, 2020

1968: il mondo è in fiamme. In Europa si fanno le barricate, e negli USA i college vengono infiammati dai leader della protesta radicale contro il Sistema e in particolare contro l’escalation di reclutati (e di morti) in Vietnam, nonché contro il presidente appena eletto ma già detestato Richard Nixon. L’apice degli scontri tra due mondi inconciliabili viene raggiunto in agosto a Chicago, quando la convention nazionale del Partito Democratico diventa l’occasione per una sommossa che ancora oggi dagli americani è ricordata come la madre di tutti gli scontri manifestanti-polizia, un po’ come da noi può essere successo agli episodi di Valle Giulia commentati da Pasolini.

La politica reazionaria di Nixon e dei suoi uomini però non si limita a reprimere violentemente la protesta: nel 1969 otto tra i principali leader della sinistra radicale (che poi diventeranno sette quando uno verrà escluso dal processo) vengono chiamati in tribunale con l’intento di farne degli esempi per tutta la gioventù ribelle. Il film di Aaron Sorkin, uscito su Netflix il 16 ottobre, riprende i fatti del ’68 soltanto in flashback, e per il resto si concentra interamente sulle fasi di quello che sarà ricordato come “il processo ai sette di Chicago”: d’altronde Sorkin è colui che ha scritto Codice d’onore (“Tu non puoi reggere la verità!”), quindi se ne intende di drammi ambientati in un’aula di tribunale.

Come per i Quattro di Gilford raccontati nell’ottimo Nel nome del padre di Jim Sheridan (1993), con cui condivide molto, il cinema di denuncia ispirato alla realtà risulta sempre emozionante nel descrivere il farsi della Storia, l’arroganza del potere costituito (qui nella persona del giudice, un grande Frank Langella) e l’eroismo dei buoni. Se poi ci metti gli anni ‘60, gli hippies, il rock, è difficile non coinvolgere.

Un grande prodotto di intrattenimento impegnato, che forse non diventa mai veramente epico perché preferisce non dimenticare i toni umoristici, ma può contare su un cast che rimedia a qualsiasi mancanza: quando hai tra gli altri Sacha Baron Cohen, Eddie Redmayne, Mark Rylance, Frank Langella, Michael Keaton e Joseph Gordon-Levitt tutti al top, il successo è pressoché assicurato.

Non per soldi… ma per amore (Say Anything…)

Cameron Crowe, 1989

Ambientato a Seattle, come spesso succede nei film di Cameron Crowe, questo fu l’esordio del regista ex giornalista per Rolling Stone e il primo grande trionfo di celebrità per John Cusack, faccia da schiaffi irresistibile già 11 anni prima di Alta Fedeltà.

Vorrei poter dire lo stesso del film, ma in realtà questa storia di amore adolescenziale mi ha deluso non poco, visto che più di una volta l’avevo vista inclusa nelle classifiche delle migliori commedie sentimentali di sempre. I protagonisti sono il sopracitato Cusack nel ruolo di Lloyd, ragazzo spigliato e sensibile che si innamora della secchiona del suo liceo, una Ione Skye che come aspetto anticipa Lana Del Rey di una ventina d’anni, ma che in quanto a personalità fa rimpiangere moltissimo la Winona Ryder del coevo Schegge di follia (già recensito qui).

Da sfigato che la guarda da lontano, Cusack riesce a conquistarla e i due passano insieme la fatidica estate prima del college, ma tra i due si insinua una sottotrama drammatica a dir poco risibile riguardante agenti del fisco che indagano sul padre di lei, colpevole di fare la cresta sugli introiti della sua casa di riposo per anziani (!).

Il personaggio del padre sembra davvero esageratamente presente, possessivo, quasi incestuoso, e non si capisce cosa c’entri con il resto della storia a base di feste alla American Pie, colonna sonora rock (come sempre in Crowe) e scene eccessivamente melassose come quella celeberrima (ma molto deludente nei fatti) di Cusack con uno stereo alzato sopra la testa che sotto la pioggia fa partire In Your Eyes di Peter Gabriel.

Il trench lungo di Cusack è forse la cosa migliore del film, che invece fa sorridere quando nel doppiaggio compaiono termini anni Ottanta come “squinzia”, “sfitinzia” e “pirla”.

Sadismo (Performance)

Donald Cammell, Nicolas Roeg, 1970

Giorni folli quelli degli anni Sessanta, in cui poteva capitare che si facessero film come questo, in cui trovare come attori Mick Jagger dei Rolling Stones e Anita Pallenberg (moglie del suo chitarrista Keith Richards), una Londra swingin’ che rimanda a Blow Up di Antonioni e una malavita che ricorda moltissimo quella surreale e cool che Guy Ritchie avrebbe fatto sua trent’anni dopo.

La storia vede un giovane criminale piuttosto poco simpatico, James Fox, che per un regolamento di conti fatto contro il parere dei suoi “superiori” della mala londinese si ritrova a doversi nascondere in un appartamento subaffittato a una misteriosa rockstar (Jagger, ovviamente) e alle sue amanti.

Il confronto tra questi due mondi porterà a conseguenze a metà tra il drammatico e l’orgiastico, con scene a base di funghetti allucinogeni, sequenze in stile videoclip in cui Jagger canta per minuti interminabili, e noia decadente tra threesome, ambiguità sessuale e autodistruttività.

Il tutto con uno stile anch’esso psichedelico, con scene di desaturazione del colore e un montaggio spezzato e complesso che riprende quello di Senza un attimo di tregua di John Boorman (1967) e anticipa quello di A Venezia… un dicembre rosso shocking, sempre di Roeg.

Molto audace, sia in quanto a sensualità (Jagger e Pallemberg fascinosi come non mai) che in quanto a stile, ma rimane l’impressione di aver assistito a un gran pastrocchio in cui c’è poco oltre allo sfoggio di grande libertà creativa e morale.

In colonna sonora molto country-blues acustico che ha poco a che fare con lo stile del film, e c’è perfino un pezzetto di Ry Cooder che anticipa la sua stessa colonna sonora di Paris, Texas di 15 anni.

Palla da golf (Caddyshack)

Harold Ramis, 1980

Nell’ultimo volume di Mi consigli un film? mi ero sottoposto alla tortura di guardare il primo successo di Bill Murray, Polpette, e per dargli una seconda possibilità mi sono buttato sul film immediatamente successivo della sua filmografia, molto amato negli USA ma da noi pressoché ignoto.

Il regista è Harold Ramis, che come attore è stato tra i mitici Ghostbusters e come regista avrebbe fatto di meglio dando il via alla saga con Chevy Chase di National Lampoon’s Vacation e sempre con Murray ci avrebbe regalato il classico Ricomincio da capo.

Anche qui come in Polpette a fare da cornice è un luogo specifico: lì un campeggio estivo, qui un club di golf frequentato da avventori di varia estrazione; e anche qui non c’è un vero protagonista ma un cast corale, che vede come principali interpreti Murray nel ruolo di un tuttofare impegnato in una lotta demenziale contro una marmotta (animale evidentemente importante nella sua carriera), Chevy Chase come fighetto campione di golf e il vecchio stand-up comedian Rodney Dangerfield in quelli di un parvenu che scandalizza gli altri membri del club.

Ci sono alcune scene decisamente surreali e infantili, come siparietti di nuoto sincronizzato, la marmotta (meccanica) che balla o un vescovo colpito da un falsissimo fulmine, ma per il resto il livello dell’umorismo è anche peggio, con gli attori troppo spesso messi in ombra da storielle di amori adolescenziali.

Unica curiosità degna di nota: una scena tratta da una sfida a golf ha dato vita all’ormai celebre meme del vecchio bilioso nella foto qui sopra.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio)

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