Mi consigli un film? – Vol. 20

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Se un film tra quelli recensiti vi incuriosisce, provate a dare un’occhiata all’app JustWatch per scoprire se per caso sia disponibile su Netflix, Prime Video, RaiPlay, Infinity o altre piattaforme di streaming (non mi pagano per la pubblicità!).

Di seguito le recensioni di: Cortesie per gli ospiti, Listen to Me Marlon, La febbre del sabato sera, The Place, Tonya.

Via al volume 20! (qui l’archivio con tutte le altre puntate)


Cortesie per gli ospiti (The Comfort of Strangers)

Paul Schrader, 1990

Uno dei film più affascinanti visti da parecchio tempo, e dico “affascinante” e non “bello” perché la sua imperfezione e irrisolutezza fanno quasi arrabbiare, ma il fascino e il mistero del film continuano ad aleggiare a lungo nonostante tutto (Mulholland Drive di David Lynch è probabilmente un’opera con caratteristiche simili).

La storia si può racchiudere in poche parole: la giovane e sexy coppia britannica Rupert Everett-Natasha Richardson è a Venezia per una vacanza in cui possano ritrovare il proprio rapporto, e lì fa casualmente conoscenza con una coppia più anziana (gli immensi Christopher Walken e Helen Mirren) che, con modi a metà tra il cordiale e l’inquietante, li trascinerà in un mondo oscuro e malato.

L’ambientazione in una Venezia di nebbie e misteri è la stessa di A Venezia… un dicembre rosso shocking (Nicolas Roeg, 1973), il passo lento e vuoto d’azione è quello dell’Avventura di Antonioni, e l’incontro-scontro tra due coppie molto diverse anticipa Luna di fiele di Polanski (1992, già recensito qui). Paul Schrader però aggiunge una bellezza sensoriale memore di quella del suo American Gigolò fatta di corpi sensuali, palazzi nobiliari, vestiti Armani, interni lussureggianti, carrellate eleganti, musiche penetranti di Angelo Badalamenti e luci calde di Dante Spinotti.

Il resto invece è un incubo che ricorda molto Lynch, e per il quale il merito va attribuito a metà a Ian McEwan, dal cui romanzo omonimo è tratto il film, e Harold Pinter, drammaturgo premio Nobel che lo ha adattato in una sceneggiatura. La faccia e i toni da alieno di Walken sono perfetti per dialoghi antinaturalistici, lasciati non spiegati, che ricordano il Frank Booth di Dennis Hopper in Velluto blu o il cinema di Peter Greenaway, e il tutto, a metà tra horror psicologico e cartolina, lascia un’impressione duratura pur spiazzando e deludendo sul finale.

Listen to Me Marlon

Stevan Riley, 2015

Marlon Brando (1924-2004) è probabilmente l’icona del divo hollywoodiano novecentesco per eccellenza: insieme a James Dean, ancora oggi è a lui (così come a Marilyn per la controparte femminile) che si fa riferimento quando si pensa a un attore giovane, bello e notissimo.

Talmente sono diventati iconici il suo nome e il suo volto che forse il Brando attore è ormai una reliquia del passato, e se i suoi ruoli più maturi come nel Padrino, Ultimo tango a Parigi o Apocalypse Now sono ancora visti, i film che l’hanno reso l’attore più dirompente della sua epoca come Fronte del porto, Un tram che si chiama desiderio o Il selvaggio sono ormai anticaglie da archivio.

Ecco quindi che guardare questo documentario britannico significa conoscere Brando non solo come attore, ma come uomo, in una maniera così intima e immersiva che sembra quasi di spiarlo dal buco della serratura del suo psicanalista. Il regista Stevan Riley ha infatti avuto accesso all’enorme tesoro di circa 300 ore di audiocassette registrate da Brando come hobby e autoterapia nel corso di molti decenni, e il film non è che la loro sintesi unita a interviste d’epoca, cosicché in tutto il film è solo e soltanto Brando a parlare.

Il risultato è un tuffo in una mente lucidissima e profonda, tormentata all’inverosimile e totalmente cosciente del suo gioco da “buon truffatore” per apparire come un divo e non come il pensatore senza autostima che era, uno che odiava il suo personaggio brutale Stanley Kowalski perché ci rivedeva il padre violento e non aveva nulla a che fare col suo carattere.

“Devi riuscire a bloccare il movimento del popcorn verso la bocca, la gente deve smettere di masticare”: è questo il suo diktat come attore, ma perfino delle sue scene più celebrate, come il dialogo col fratello in Fronte del porto (poi ripreso da De Niro in Toro scatenato) dice che non era poi recitata così bene, ma il pubblico la premiò perché tutti in fondo si sentono dei falliti, tutti avrebbero potuto essere “a contender” senza riuscirci.

Alla fine ci si sente quasi depressi per contagio, visto il tono inflessibile con il quale il protagonista si giudica senza sosta e trasmette un senso profondo di insoddisfazione implacabile, ma si è comunque grati di aver avuto l’occasione di entrare per due ore nella mente di un un fine psicologo che non ha mai smesso di autoanalizzarsi, e nel frattempo è anche diventato l’attore più famoso del mondo.

La febbre del sabato sera (Saturday Night Fever)

John Badham, 1977

Difficile dire qualcosa su un film che ormai ha trasceso da decenni il suo status di opera cinematografica per dare vita a un immaginario, a un suono, a mille imitazioni, a una frase di uso comune.

Se però ci si pone con occhi curiosi di fronte al film che rese John Travolta una star dalla mattina alla sera, si può scoprire che ciò che ne è rimasto (la colonna sonora disco dei Bee Gees, il vestito bianco col dito al cielo, le luci strobo della pista da ballo) è in realtà una parte piuttosto ridotta del tutto, che non ne dà affatto una sintesi veritiera.

Il personaggio di Tony Manero, commesso in un negozio di vernici nella Brooklyn italoamericana che nel fine settimana riscatta la sua vita misera diventando il re del dancefloor, è infatti parente stretto di Rocky Balboa o del giovincello di Karate Kid, con la pista che prende il posto del ring, ma allo stesso tempo è anche figlio della New Hollywood più ruvida e nichilista.

Il linguaggio sboccato infatti è all’altezza di Tarantino, e in tutto il film si trovano episodi oggi decisamente disturbanti di omofobia, razzismo e soprattutto sessismo che fanno assomigliare Travolta e i suoi compari più simili ai mostri di Gomorra o ai gangsta rapper di Straight Outta Compton che a eroi per adolescenti.

Senza contare poi sottotrame a base di stupri, morti, crisi d’identità, gravidanze sgradite, squilibri familiari e perfino uno scontro di classe in ambito romantico tra Manero e la sua compagna di balli che evita (quasi) ogni topos trito e ritrito preferendo evidenziare l’arretratezza di chi non si è mai spinto al di fuori del proprio quartiere. A volte il dramma spinge un po’ troppo sul kitsch e questo impedisce il salto di qualità completo a “film serio”, ma stiamo pur parlando di un successo per adolescenti discotecari, e non di un drammone da festival.

Impossibile anche per il rocker più trucidi non lasciarsi prendere dalla colonna sonora, e molto divertente col senno di poi la ragazza che dopo un bacio a Travolta fa: “Oddio, ho baciato Al Pacino!”, considerato il fatto che nel giro di un anno quell’attore sconosciuto sarebbe diventato probabilmente ancora più popolare dell’originale.

The Place

Paolo Genovese, 2017

Purtroppo tendo ad avere un certo pregiudizio negativo rispetto al cinema italiano più mainstream, ma sono il primo ad incuriosirmi quando qualcuno si presenta con un’idea originale come l’ambientare un intero film in un bar e rendere protagonista una figura misteriosa che potrebbe essere Dio o il diavolo. Ovviamente il mondo sa come deluderti, e così scopri che in realtà di originale c’è poco, visto che il tutto è ripreso pari pari dalla serie statunitense The Booth at the End, ideata da Chris Kubasik nel 2011.

Paolo Genovese, reduce dall’enorme successo di Perfetti sconosciuti, ci ha messo perlomeno il coraggio di puntare su un tale soggetto per il ritorno al cinema, e il risultato è tendenzialmente più che buono anche se al botteghino fu un flop. La storia vede Valerio Mastandrea nei panni di un uomo senza mestiere e senza nome che, costantemente seduto al tavolino del bar “The Place”, che gli funge da ufficio, riceve come una sorta di psicologo nove personaggi bisognosi del suo aiuto. Aiuto che consiste, molto mefistofelicamente, nel garantirgli di esaudire un loro desiderio purché compiano un’azione, ogni volta diversa, generalmente immorale o per loro molto difficile da affrontare.

L’intero film non è altro che la rappresentazione dei dialoghi ricorrenti e dell’evoluzione dei compiti affidati da Mastandrea ai suoi “clienti”, che includono la crème del cinema italiano, da Giallini a Rohrwacher, da Borghi a Papaleo (manca solo Favino, forse distratto). Mantenere tutto su un piano astratto e misterioso non è abituale per il cinema italiano (viene forse in mente Una pura formalità di Tornatore), e tenere incollati allo schermo senza mai cambiare ambiente è ancora più difficile, ma il film si perde un po’ nel finale, quando la ripetitività fa capolino e manca una risoluzione veramente sorprendente che lo avrebbe promosso a pieni voti.

Tonya (I, Tonya)

Craig Gillespie, 2017

Per gli spettatori italiani che non siano appassionati di pattinaggio su ghiaccio (e dubito siano la maggioranza), il nome di Tonya Harding non dice nulla, ma negli anni Novanta questa campionessa nata a Portland nel 1970 fu dapprima una stella dello sport olimpico, e poi divenne una sorta di simbolo di infamia e autosabotaggio.

Partita dalle piste più provinciali d’America, e cresciuta in ambiente che è riduttivo definire white trash, tra roulotte, ignoranza, armi e cattivo gusto, Harding era tutto fuorché corrispondente all’immaginario dell’eterea pattinatrice, ma un notevole talento e una determinazione ancora più forte la portarono fino alle Olimpiadi.

Tutto prese un’altra piega quando, all’apice della carriera, lei, suo marito e alcune conoscenze poco raccomandabili si resero protagonisti di uno scandalo sportivo che ne segnò per sempre la carriera.

Margot Robbie sulla carta era una scelta di casting rischiosa, vista la difficoltà nel far credere allo spettatore che una con quella faccia potesse essere una sfigata volgarotta senza futuro legata a un marito bruttarello e pure violento. L’attrice australiana però si dimostra molto più che un fisico da urlo, e si merita una candidatura all’Oscar per come regge il film, coadiuvata dall’ottima madre da incubo Allison Janney (Oscar come non protagonista).

Lo stile alterna ricostruzione storica e finte interviste documentaristiche ai protagonisti, il montaggio è scorsesiano e vorticoso, i personaggi sono verosimili (seppur assurdi), la riproposizione di vestiari e scenari raffinata, e il tutto mette un’immediata voglia di andarsi a vedere i filmati originali.

Poi, però, dall’”incidente” in poi il ritmo cala, si fa meno comico e diventa un po’ troppo già visto, con una seconda parte che purtroppo non riesce a fare di Tonya un personaggio tragico quanto un Jake LaMotta al femminile. Ma il talento c’è.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio)

2 risposte a "Mi consigli un film? – Vol. 20"

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  1. A questo giro visti più della metà (ovvero gli ultimi tre della lista). Da segnalare una curiosità: il regista de La Febbre del Sabato Sera è il fratello di Mary Badham, la piccola Scout de Il Buio Oltre la Siepe! The Place lo vidi alla Festa del Cinema di Roma e se ben ricordo mi piacque ma senza esaltarmi (non l’ho mai più rivisto). Tonya visto anch’esso alla Festa del Cinema (e poi rivisto al cinema): l’ho amato moltissimo, Margot Robbie è strepitosa (e che attrice che è la Janney, straordinaria anche in West Wing)

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    1. Bentornato, carissimo! Ah, pensa, su Badham non ne avevo idea… Sì sì, mi ricordo quando li vedeste infatti, credo fosse lo stesso anno. Invece ti consiglio molto vivamente i primi due: ho già detto tutto nelle recensioni su pregi e difetti, ma entrambi mi hanno colpito come non capitava da un po’.

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