Fenomenologia di Lundini, profeta del cringe

Uno spettro si aggira per la televisione italiana: lo spettro di Lundini.

Al suono di questo nome, il mondo già si divide nettamente in due: chi non ha la minima idea di chi sia, e chi nelle ultime settimane avrà probabilmente installato per la prima volta l’app di RaiPlay con l’intento di guardarsi in binge-watching ogni singola puntata del suo show Una pezza di Lundini.

Il programma, apparso proprio come uno spettro disturbatore nel sonnecchiante palinsesto di RaiDue, in un’indefinita seconda serata, è il veicolo attraverso il quale dal 7 settembre 2020 si è imposto all’attenzione di molti il comico romano Valerio Lundini, classe 1986, finora visto solo qua e là tra un Dopofestival, un Concertone del Primo Maggio e un lavoro dietro le quinte in radio coi suoi padrini Lillo e Greg.

“Una pezza” sta proprio per ciò che si immagina: la maniera colloquiale per indicare una toppa, un tappabuchi dell’ultimo minuto che nelle intenzioni di Lundini e del coautore Giovanni Benincasa il programma dovrebbe rappresentare, sostituendo trasmissioni fittizie che hanno protagonisti improbabili tipo “Alessandro Greco e Alfonso Cuarón” o l’intero parco-conduttori di Mediaset.

Lo show è quanto di più instabile e anomalo si possa immaginare: dura solo 20 minuti, un formato che di solito si adatta più alle sit-com che ai talk show; va teoricamente in onda il lunedì, martedì e giovedì, ma è sottoposto a cancellazioni e spostamenti continui; il cast fisso vede, oltre a Lundini e all’attrice Emanuela Fanelli come co-conduttrice, tre anziani signori sconosciuti rispondenti ai nomi di tenente Silvestri, signor Torpedine e signora Anna in veste di unico pubblico in studio.

Una puntata-tipo vede generalmente la presenza di un ospite introdotto dalle schede deliranti di Alessandro Gori (alias Lo Sgargabonzi) e intervistato da Lundini, sempre vestito con lo stesso professionale completo blu da conduttore serio, oltre a una serie di brevi contributi registrati che possono variare dalla triste storia di un uomo che non sa riconoscere i muri dai treni ad alta velocità a un ragazzo la cui fidanzata ha l’aspetto di Martufello.

Quello che però rende Una pezza di Lundini un unicum nel panorama stantio della tv italica è l’aver portato l’assalto di una piccola rivoluzione generazionale proprio fino al Palazzo d’Inverno della tradizione, quella Rai che siamo abituati a vedere come paradiso della lottizzazione, degli over-65 e del conservatorismo più bieco.

La rivoluzione in questione non è punk né ostentatamente ggiovane nei modi, anzi: Lundini è il primo a vantare ripetutamente la capacità di “far sorridere gli italiani senza neanche dire mai una bestemmia”, ed è praticamente impossibile trovare traccia di volgarità o di strizzatine d’occhio complici agli ospiti più apprezzati dalla fascia 15-24, che da Carl Brave ad Alessandro Borghi non mancano.

Quello che rende Lundini un alieno nella comicità nazionale è il suo essere contemporaneamente all’opposto sia dei comici che vanno per la maggiore che dei conduttori più blasonati: è l’anti-Brignano, ma anche l’anti-Amadeus; non fa battute su suocere e politici, ma neanche conduce immerso in un’implacabile patina di nazionalpopolare, quella che dà sempre l’idea che in tv gli anni Sessanta della bell’Italietta di un tempo non siano mai finiti.

Di più: la sua comicità è proprio all’insegna della metatestualità, visto che la risata scaturisce dall’imitare e amplificare, con impassibilità magistrale, ogni trucco della valigia del conduttore-tipo, dal trattare gli spettatori come fossero dei completi idioti (“veniamo dalla medesima città, che è Roma. Lo dico per chi non fosse di qui: nel Lazio, vicino Rieti”), al lisciare il pelo agli ospiti (“Questa è una cosa bella che ti rende la persona meravigliosa che sei”), dal dare ipocritamente spazio alle rivendicazioni femministe (le Voci di donna della bravissima Fanelli) e omosessuali (“Ho molti amici gay… Saranno venti, trenta”), fino allo sbracciarsi in ostentati complimenti paternalisti se si parla di diversamente abili (“Fagli le coccole!”).

Lo stesso Lundini, intervistato, ha dichiarato che a ispirare lo stile del suo personaggio, una sorta di conduttore in prova mandato allo sbaraglio a metà tra la professionalità più spinta e la sociopatia, siano stati i programmi pomeridiani di Pierluigi Diaco o Caterina Balivo, “’sti salotti con l’ospite in cui un po’ se piange, un po’ se parla”.

Nel parodiare un certo atteggiamento a metà tra l’ignorante e il paternalista di tanti “adulti” televisivi, il “giovane” Lundini mette in evidenza quanto sia gerontocratica la tv italiana, popolata da una fauna di ospiti sempre uguali da trent’anni, con i suoi volti da fiction e le sue starlette di seconda categoria, con le sue frasi fatte, il suo volemose bene alla romana e il suo voler addomesticare ogni energia meno ortodossa.

Questo non vuol dire però che Lundini sia un rappresentante orgoglioso dei giovani che lo riempiono di lodi sperticate tra i commenti di Instagram e YouTube: innanzitutto perché giovane in senso stretto non è (a riprova che, come già scritto dal New Yorker per i “boomer”, i portabandiera di una generazione sono sempre più vecchi di chi rappresentano), e poi perché in lui non c’è mai bullismo nei confronti di chi non lo capisce, ma semmai educata deferenza come un “grande professionista” Rai.

Per quanto gli sviluppi siano molto diversi, questo approccio cinico nello smontare la retorica tanto diffusa in tv in un liberatorio grido di “il re è nudo” lo accomuna sicuramente all’esperienza di Boris (2007-10), che infatti grazie ai servizi di streaming sta vivendo una seconda giovinezza con un pubblico ancora più giovane e desideroso di lesa maestà.

Rispetto a Boris, però, Una pezza di Lundini ha fatto tesoro di quel che è successo nel frattempo al gusto del pubblico millennial, che si è sempre più abituato, grazie ai social e alla proliferazione senza fine del concetto di meme, a una comicità nuova fatta di surrealtà, assurdità, impassibilità deadpan, rimandi di secondo (o terzo, quarto…) livello, nonché a quella categoria che anche in Italia ha ormai preso il nome di cringe, ovvero l’imbarazzo (non privo di umorismo) che si prova nel vedere qualcuno in una situazione socialmente anomala e umiliante.

È lo stesso cringe che ha fatto il successo di serie statunitensi come Curb Your Enthusiasm o The Office, in cui la smorfia interrogativa di Jim di fronte a qualche scena imbarazzante diventa la reazione collettiva del pubblico di fronte a ciò che, come un perturbante freudiano, viola la norma introducendo un elemento straniante, inaspettato e socialmente non accettato.

Lundini prende quindi il concetto di metatestualità, centrale nei meme perché in grado di distinguere i cosiddetti “normaloni” dai “dank memes” (in cui i normaloni diventano i conduttori “di primo livello” della tv nazionalpopolare), e lo mischia con un clima in studio in cui, tra pause prolungate, domande fuori luogo (“Il posto più strano dove hai ucciso?”) e cellulari che squillano, tutto concorre a dare l’idea di uno studiatissimo dilettantismo. Basti pensare che l’autore Giovanni Benincasa ha dichiarato esplicitamente: “Volevamo creare proprio l’effetto di quell’applauso triste. Eravamo alla ricerca di quel suono lì, che mette a disagio”.

Il disagio, l’imbarazzo, la confusione, il dadaismo come via alla comicità sono stati già analizzati da anni come una nuova forma dell’umorismo contemporaneo, tanto che testate anglosassoni parlano di “sense of humor dei millennial derivato da una mancanza di fiducia in un mondo crudele e surreale”, in cui emerge un “tangibile nichilismo”, e di una “scuola di comicità volta a riflettere la distribuzione frenetica delle informazioni in rete, caotica e assurda”.

All’estero è quindi già cosa nota, e gli esempi più eclatanti sono lo show su YouTube di Zack Galifianakis Between Two Ferns, lo storico Da Ali G Show di Sasha Baron Cohen e l’Eric Andre Show, in cui l’imbarazzo esibito dell’ospite è la fonte primaria di comicità, ma in Italia, per quanto ci siano stati grandi comici-intervistatori quali Luttazzi o Vergassola, difficilmente si era visto qualcosa del genere.

Semmai questo conduttore, “un personaggio con dei problemi, degli irrisolti”, che è capace di violenti scoppi d’ira perché un’ospite ha pronunciato le parole “va béne” con accento nordico, e che conosce così bene i codici della norma che li ripropone ironicamente dal primo all’ultimo, ricorda forse il Nanni Moretti di Ecce bombo (1978). Era lui in fondo che attraverso la comicità creava un divario generazionale, che divideva tra esegeti e perplessi, che si permetteva di toccare gli intoccabili (lì il “te lo meriti, Alberto Sordi!”, qui le battute su Totò clonato in un’”università del Cleveland”), che puntava il dito contro le cattive consuetudini dello show business (Manfredi e il product placement delle sigarette) e della lingua parlata, che maltrattava violentemente la madre e trovava la risata senza praticamente mai ricorrere a battute vere e proprie.

In fondo il fil rouge è quello di un umorismo che non ride mai con lo spettatore, non cerca complicità se non sotterranea, non esibisce la comicità ma la nasconde dietro a un volto costantemente serio, alla Buster Keaton, in cui non si spezza mai la sospensione dell’incredulità e per 20 minuti tutte le assurdità possono risultare verosimili. Come per i Monty Python, come per Andy Kaufman, o come per Una pallottola spuntata (che lo stesso Lundini ha spesso citato come ispirazione), nessuno dice mai a Leslie Nelsen che quello che sta facendo è assurdo: semplicemente, in quel mondo si può fare, e così nello studio di Una pezza di Lundini.

Gli ospiti un po’ ci sono e un po’ ci fanno: i più smaliziati collaborano cercando di uniformarsi al clima di risate vietate, e i più naïf (vedi alla voce Sandra Milo) sembrano chiedersi come siano finiti in pasto a un tizio del genere. Il gioco funziona soprattutto in questi casi, quando il contrasto tra il personaggio lunare di Lundini è più agli antipodi con l’intervistato, mentre si indebolisce quando dall’altra parte c’è chi, da Pierluigi Pardo a Caterina Guzzanti a Nino Frassica, non sembra troppo spaesato dal contesto.

Il tutto sembra essere la definizione stessa di humor postmoderno: le grandi narrazioni sono finite e così le ideologie e le Grandi Risate di pancia; i grandi miti possiamo lasciarli ai genitori e ai loro conduttori paludati; la tv offre ogni giorno la glorificazione del nulla e allora tanto vale accodarsi, premurandosi però di far filtrare la propria diversità, imitare quei modelli alla perfezione solo per farli a pezzi. In fondo, dal pioniere Battiato a Calcutta, questo approccio ironico e distaccato alle cose negli ultimi anni ha ottenuto grande successo anche in ambito musicale, in cui non si sa mai se l’amore cantato sia sincero o solo il pretesto per un gioco di parole, un secondo livello di lettura.

Non c’è un crescendo verso una punchline, non si attende il finale liberatorio della barzelletta: la risata scappa per la parola detta a mezza bocca, per l’inciso, per il dettaglio, per l’assurdo buttato lì con nonchalance come Bobo Craxi che per pochi secondi suona la chitarra su The Girl From Ipanema. Se non lo si apprezza, lo si trova idiota: come per certi politici, non c’è via di mezzo tra l’adorazione e la deprecazione, tra chi è in e chi è out.

È anche difficile fare esempi dei suoi migliori sketch, perché in pochi hanno una “trama” raccontabile o battute che, pronunciate da altre persone in un altro contesto, risulterebbero particolarmente esilaranti: resta il fatto che, ognuno a modo suo, risultano irresistibili l’attore Cristiano Caccamo costretto a guardare due minuti buoni di sigla del vecchio programma “Luna Park”, così come Giovanni Minoli che recita come tecnico riparatore di televisori, l’”applauso a Dio” davanti al noto ateo professor Odifreddi o la follia pura di un monologo affidato a Enzo “Er Cipolla” Salvi, un selfie con Sandra Milo punteggiato dalla musica finale di Shining e la presenza in studio di un “sireno maschio” figlio di un uomo e di un tonno.

È la scuola Arbore/Frassica/Lillo e Greg/Corrado Guzzanti, e Lundini è semplicemente l’incarnazione che nel 2020 capta maggiormente le frequenze di un pubblico “del web” giovane, istruito, spesso snob e di nicchia, che di televisione non si interessa ma che magari dopo aver visto un video su Instagram ha riscoperto per venti minuti la vituperata Rai. A differenza dei fasti di Quelli della notte o del Pippo Chennedy Show, per ora i seguaci fuori dal web sono pochi (lo share si è attestato tra l’1 e il 3,5%), ma la voce si sta spandendo, e comunque poco importa: che quella in Rai sia un’esperienza fugace o l’inizio di una lunga permanenza, l’alieno Lundini è sbarcato sul pianeta Terra, e un’intera generazione ora sa a chi rivolgersi per ridere come piace a lei.

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