Bruce Springsteen (e Alessandro Baricco) – This Hard Land

Il bello delle canzoni è che ognuno nella sua testa colora gli spazi bianchi come vuole, e This Hard Land di Bruce Springsteen sembra fatta apposta per questo scopo.

Scritta nel 1982-’83 per l’album Born in the USA, la canzone venne poi incredibilmente accantonata e vide la luce nella sua forma originale solo nel 1998, quando il Boss si decise a pubblicare un cofanetto, Tracks, che raccoglieva decine di presunti “scarti” in realtà memorabili.

Come spesso nelle canzoni di Springsteen, la forma è quella narrativa, diretta, senza fronzoli, piuttosto che strettamente poetica. Eppure la poesia c’è, eccome.

E’ come in un vecchio film di John Ford, apparentemente ruvido e senza fronzoli, che però non può fare a meno di commuovere al momento del finale.

Questo il video e il testo della canzone, innanzitutto:

QUESTA TERRA DURA

“Ehi, signore, sa dirmi che fine hanno fatto i semi che ho piantato?
Mi sa dare un motivo, signore, per cui non sono mai germogliati?
Sono stati soffiati in giro dal vento di città in città
Fino a che non hanno fatto ritorno su questi campi
Dove cadono dalla mia mano
Per tornare nella polvere di questa terra dura

Beh, io e mia sorella
Abbiamo viaggiato da Germantown
E il nostro letto, signore, è stato la roccia sul fianco della montagna
Siamo stati soffiati in giro dal vento di città in città
In cerca di un posto in cui fermarci
Dove il sole squarciasse le nuvole e cadesse come un cerchio
Un cerchio di fuoco su questa terra dura

Ora perfino la pioggia non si fa più vedere
Non si fa più vedere da queste parti
E di notte l’unico suono è il vento
Che fa sbattere la porta della veranda sul retro
Eh sì, soffia come volesse buttarti giù
Smuovendo e agitando la sabbia
E lascia quegli spaventapasseri stesi a faccia in giù
Nella polvere di questa terra dura

Da una casa sulla collina
Sento un mangianastri che suona “Home on the Range” a tutto volume
E sento quegli elicotteri del ranch Bar-M
Che sorvolano a bassa quota le pianure
E poi io e te, Frank, a cercare il bestiame perduto
Gli zoccoli dei nostri cavalli che smuovono e agitano la sabbia
Cavalchiamo in mezzo alla tromba d’aria in cerca di un tesoro perduto
Giù, a sud del Rio Grande
Cavalchiamo oltre quel fiume alla luce della luna
Fino ai confini di questa terra dura

Senti, Frank, perché non prepari i bagagli
E non ci vediamo stanotte giù alla Liberty Hall?
Solo un bacio da te, fratello mio
E poi cavalcheremo fino a cadere
Dormiremo nei campi
Dormiremo accanto ai fiumi
E poi al mattino decideremo un piano
Beh, se non ce la fai resta forte, resta affamato, resta vivo, se puoi
E ci rivedremo in un sogno di questa terra dura.”

Dicevamo: il bello delle canzoni è che ognuno nella sua testa colora gli spazi bianchi come vuole, e questa mi piace proprio perché io non ho idea di chi sia Frank, se si presenterà all’appuntamento o se si rivedranno solo in un sogno, ma a ogni età e in ogni fase diversa della vita posso immaginarmi un film diverso, che però ti prenderà sempre al cuore mentre scorre l’armonica finale.

Deve averla pensata così anche Alessandro Baricco, se è vero che nel 1998 ha scritto questo pezzo, molto efficace nel riempire quegli spazi bianchi, a chiusura di una sua raccolta di articoli:

Stay hard, stay hungry, stay alive

L’ultimo Barnum è su niente. A me piacciono i film in cui il finale è un’immagine fissa, dove non succede nulla, e in audio parte una canzone, semplicemente, e dopo un po’ i titoli di coda. L’immagine sceglietela voi. Io ho scelto la canzone. Niente di particolarmente raffinato: è l’ultima canzone dell’ultimo disco di Springsteen (the boss). Secondo me è bellissima. E poi non so bene perché, ma è la canzone giusta per finire qui, e per finire tutto questo.

Si intitola This hard land: e qui già è intraducibile perché l’inglese è una lingua meravigliosa e l’italiano meno: così bisognerebbe tradurre “Questa terra dura”, ma capite bene che è tutta un’altra cosa: e allora per me, in italiano, si intitola “Questo cazzo di terra qui”. Dunque, inizia col boss che ci dà dentro con l’armonica, niente batteria, niente tastiere, solo una chitarra suonata in modo un po’ sgangherato. Poi lui solleva la testa dall’armonica e inizia a cantare con quella sua voce da andate tutti a quel paese. E quel che canta è più o meno: Ehi, mister, sai mica dirmi che cavolo è successo ai semi che avevo seminato, mister, dico a te, tu lo sai perché non è cresciuto un bel niente? Si son messi a volare di città in città e alla fine se ne son tornati qui, mi son cascati di nuovo in mano, se ne sono tornati nella merda di questa cazzo di terra qui. A questo punto, mentre la chitarra continua a sgangherare, il boss dice piano “come on”, mi immagino che si giri un po’, per dirlo, verso gli altri, “come on”, e quel che succede è che partono batteria e tastiere tutto: tu senti un piccolo idiota brivido sulla schiena, e quello che ti parte sotto il sedere è il rock, il caro e vecchio rock, del migliore, se ci credete, a tutta velocità, finestrini abbassati, non una curva, e intorno chilometri di hard land.

La melodia, quella non posso scriverla, e quindi bisogna sentirla, o immaginarla: ma comunque è di quelle da ballata rock, un po’ di malinconia e tanta forza, tutto mescolato insieme su un giro armonico da nulla. Springsteen ci canta su mozziconi di storie che non sto a tradurre, ma sempre sono un’unica storia, ed è quella di chi se ne viaggia tutto dove può per cercare un posto suo, in questa hard land, e cose così. Ogni tanto ci dà con l’armonica, giusto per strizzare un po’ i cuori, lui che sa. A bassa voce, alla fine, attacca l’ultima strofa. Nell’ultima strofa, quelle ballate lì tirano sempre in ballo un amico, vigliacche, un vecchio amico, quello con cui ti ubriacavi da giovane, quello che ti ha fregato la ragazza, quello che tutti i mercoledì comprava il giornale per leggerti, quel genere di amici lì. E infatti anche qui arriva l’amico: Frank. Bisogna immaginarsela con la sua voce, la voce del boss: Ehi Frank, perché non metti tutto nella valigia e vieni da me, questa sera al Liberty Hall? Giusto per darsi un bacio, fratello, e poi magari ce ne andiamo in giro fino a che non ne possiamo più e ci lasciamo cadere per terra. Possiamo dormire nei campi, o in riva al fiume, e poi al mattino ci inventiamo qualcosa… comunque, se non puoi, non importa: stay hard, stay hungry, stay alive, if you can, resta forte, e affamato, e vivo, se puoi, e vedrai che un giorno ci incontreremo, in un sogno di questa cazzo di terra qui.

Poi il resto è rock che va, senza parole, solo tanta armonica, e chitarra e batteria, accelerano e se ne vanno, ti spariscono lontano nello stereo, sempre più lontano, andati. Giuro che è bella. E non è triste come sembra, il rock non è mai veramente triste, non riesce a esserlo, magari ci arriva a un pelo, ma poi una sgasata e via, tristezza è un’altra cosa.

Comunque, finisce così.

Titoli di coda.

Che uno sta sempre a guardarli perché garantito che ci scappa qualche nome bellissimo, magari tra i parrucchieri, o tra le comparse. C’è sempre un Sante Salutiddio, o un Abramo Lincoln, o un Jim “Buck Back” Sunrise: una vera miniera, per gli amanti del genere.

Va be’. Titoli di coda.

Stay hard, stay hungry, stay alive, se potete.

Fine.

(da A. Baricco, Barnum 2. Altre cronache dal Grande Show, Feltrinelli 1998)

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