Game of Thrones è finito, e anche l’epoca d’oro delle serie tv

Alla fine è successo. Domenica 19 maggio 2019, intorno alle 22:30 ora di New York, dopo otto anni di fama mondiale, milioni di dollari guadagnati e decine di morti inattese, Game of Thrones è venuto a mancare all’affetto dei suoi spettatori.

Da oggi – dovremo farcene una ragione – inizia una nuova era, che sarà priva di draghi, zombie dagli occhi azzurri, spargimenti di sangue, donne nude, sottotitoli amatoriali, loschi siti di streaming illegale e il terrore di uscire di casa il lunedì mattina per paura degli spoiler.

Nel corso dei suoi otto anni di vita, Game of Thrones (Il trono di spade per i meno anglofili) è stato amato e odiato, ma è indubbio che al di là delle opinioni personali sia stata una delle scommesse più riuscite della tv mondiale degli ultimi dieci anni, ma anche venti, o perché no, di sempre.

Basti solo riflettere sulle basi da cui la serie è partita: è un dato di fatto che il più grande successo televisivo degli anni 2010 si rifaccia a un genere letterario, il fantasy, che ha sempre visto uno zoccolo duro di fan assatanati contrapposto a una grande maggioranza del mondo intenta a commentare: “No grazie, non vado matto per gli unicorni”.

I suoi protagonisti parlano un inglese arcaico, il mondo immaginario in cui si svolgono i fatti confonderebbe chiunque, la sua ostentazione senza freni di sesso e violenza splatter è quanto di più anti-mainstream esista, e – last but non least – i suoi personaggi principali muoiono senza preavviso violando ogni regola-base della drammaturgia, osando come solo Hitchcock in Psycho cinquant’anni prima.

A pensarci, però, GoT non è l’unico show a ispirare stupore per il successo raggiunto nonostante le pessime premesse: negli stessi anni il successo televisivo ha arriso a serie che vedevano protagonisti uno scialbo professore di chimica (Breaking Bad), un mafioso di bassa lega in analisi (I Soprano), un carcere femminile a tinte omosessuali (Orange Is the New Black), un hacker paranoico (Mr. Robot) e un’agenzia pubblicitaria anni Sessanta (Mad Men).

E’ la cosiddetta Golden Age of Television, un concetto ormai ben definito dagli studiosi e dalle riviste di intrattenimento, che considera gli ultimi anni come un periodo d’oro per la serialità televisiva, in grado di raggiungere vette di qualità (unita al successo di pubblico) prima insospettabili.

La nascita della quality tv viene di solito ricondotta alla prima messa in onda dei Soprano di David Chase, nel 1999, uno show che superava molti degli stilemi dei classici “telefilm” precedenti e applicava un livello di scrittura, di recitazione e di originalità narrativa che fino ad allora solo il cinema poteva vantare.

Intorno alla prima metà degli anni Duemila furono diverse le serie che, spesso sfruttando l’assenza di censure e la forza economica della tv via cavo, raggiunsero uno straordinario successo di pubblico coniugato a un’alta qualità del prodotto: Lost, The West Wing, 24, Sex and the City, Six Feet Under, Battlestar Galactica, The Wire, Dexter, solo per citarne alcune.

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Questa fu la prima ondata della Golden Age, ma come si nota dai titoli si tratta di show da tempo conclusi, che appartengono ormai più alla storia che alla cronaca della televisione.

La new wave della quality tv si ebbe nel periodo 2010-2015 circa, con l’ingresso sul mercato di nuovi soggetti produttivi in grado di scombinare le carte in tavola e mettere in secondo piano i grandi network: inizialmente AMC e Showtime, poi Amazon e soprattutto Netflix.

Quest’ultima nel 2013 diffonde per la prima volta House of Cards, con Kevin Spacey in versione Riccardo III a Washington, e da quel momento sforna una quantità esorbitante di nuove serie originali che abituano il mondo all’idea del binge-watching, vista la diffusione di intere stagioni nello stesso giorno.

E’ in questo quinquennio che appaiono (o consolidano il loro successo globale) Breaking Bad, Mad Men, lo stesso Game of Thrones, True Detective, Fargo, Black Mirror, The Walking Dead, Sons of Anarchy, Homeland, American Horror Story, Mr. Robot, Masters of SexSherlock, Girls, Boardwalk Empire, Peaky Blinders, Downton Abbey, Louie, The Americans, Orange Is the New Black.

Di colpo, sul piccolo schermo può capitare di imbattersi in storie che hanno alle spalle una costruzione accuratissima: la spirale di autodistruzione morale di Walter White, la rievocazione da Grande Romanzo Americano dell’America anni Sessanta in Mad Men, il proibizionismo visto da Scorsese di Boardwalk Empire, la riflessione angosciante sulla tecnologia contemporanea di Black Mirror.

Nomino soltanto le più note proprio per dare un’idea di come, anche selezionando molto, la quantità di titoli diventati di culto sia davvero altissima. Alcuni sono stati ovviamente un successo relativo, limitato ad alcuni segmenti di pubblico (Louie, Peaky Blinders), ma molti hanno avuto la capacità di diventare tv-evento, generando attese spasmodiche e occupando per settimane i siti specializzati e i social media, entrando di diritto nell’immaginario collettivo tra parodie, citazioni e confronti alle macchinette del caffè.

Ovvio, il successo di pubblico non appartiene solo al presente: gli ascolti più alti di sempre sono quelli di serie degli anni Settanta, Ottanta o Novanta, quando i canali erano pochi, le sit-com andavano per la maggiore e le famiglie si riunivano il giovedì sera per guardare l’ultima puntata di Friends. Ma quell’epoca è finita da un pezzo, e la forza della Golden Age è stata quella di coinvolgere un pubblico comunque molto vasto puntando su standard qualitativi molto diversi da quelli del passato.

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Il trono di spade non era forse la più “acculturata” di queste serie, e ha sempre coniugato le botte da orbi all’approfondimento psicologico, ma è indubbio che tra tutte sia quella che ha più segnato la cultura pop, seguendo le orme di giganti come Il signore degli anelli nell’immaginario globale.

Bene, con l’ultimo episodio andato in onda, tutto questo è finito. O quasi.

Delle 22 serie prima citate, a maggio 2019 quelle ancora in onda sono 8, di cui alcune, come Fargo e True Detective, senza ancora alcuna data certa per la messa in onda di un’eventuale prossima stagione.

Ma perché questo disfattismo se Netflix è strapieno di serie tra cui poter scegliere? Forse è proprio questo il problema. Come dimostra il grafico, il numero di nuove serie originali comparse negli ultimi anni è cresciuto esponenzialmente, con i principali distributori impegnati ogni settimana a puntare su una serie nuova incrociando le dita perché sia un capolavoro. E se non lo è? Beh, se ne parlerà comunque per una settimana come l’hype del momento, poi passato il tempo di divorare i canonici 12 episodi si parlerà d’altro. E se non è nemmeno un successo passeggero? Beh, pazienza, la prossima settimana ne uscirà un’altra migliore. Ed ecco che nel solo 2017 escono circa 500 nuovi show televisivi negli Stati Uniti.

Un recente articolo del sito Uproxx lo ha sintetizzato bene: “Di recente, mentre guardavo Sex Education su Netflix, mi è venuto in mente che al momento tutti gli show televisivi sono così: ne leggi costantemente per una settimana, li guardi per intero nel giro di pochi giorni, e poi passi alla prossima roba che è in voga la settimana successiva. Anche la serie in sé rappresentava lo standard attuale: intelligente ma superficiale, arguta ma non divertente fino in fondo, estremamente ben curata ma priva di qualsiasi aspetto veramente originale, “non male” ma non a quel livello di grandezza che può trasformare un’innocente chiacchierata in una sessione di scontro feroce lunga tre ore”.

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Il problema è che di serie-capolavoro ne escono sempre meno, Netflix & co. si riempiono di prodotti di qualità medio-bassa, e sempre di più scarseggiano gli show in grado di catalizzare l’attenzione di un numero vastissimo di spettatori e diventare parte della cultura pop per un tempo superiore a dieci giorni.

Certo, ci sono serie valide anche tra quelle ancora in onda. Eccole: Stranger Things (2016), La casa di carta (2017), Rick & Morty (2013), BoJack Horseman (2014), The Crown (2016), Westworld (2016), Tredici (2017), Master of None (2015).

Ma guardiamo nel dettaglio le serie appena citate: alla Casa di carta va riconosciuta la capacità di essere partita dal nulla, essendo una produzione spagnola, e di aver coinvolto moltissimo il pubblico europeo, ma 1) il suo successo non è stato globale e 2) il format mostra già segni di stanchezza al secondo anno, ed è difficile immaginare di tenerla in piedi per molte altre stagioni. Anche Westworld e Tredici hanno fatto molto parlare di sé al momento della loro comparsa, ma già alla seconda stagione il loro appeal si è esaurito.

Master of None è stata una ventata d’aria fresca, soprattutto con la sua seconda stagione, ma al momento da parte di Aziz Ansari non ci sono piani per un ritorno delle sue avventure.

Rick & Morty e BoJack Horseman sono esempi di tv in grado di coniugare benissimo qualità e successo di pubblico, ma è indubbio che siano da considerare dei prodotti separati rispetto al resto, essendo serie d’animazione che possono semmai confrontarsi con i vari Simpson, Griffin, South Park ecc…

The Crown è un prodotto molto amato e in grado di generare attesa, ma che, pur con una qualità altissima a livello di scrittura, investimento economico e ricostruzione storica, come stile si rifà molto di più a una classica miniserie BBC piuttosto che alle storie e ai personaggi totalmente inediti visti negli ultimi anni. Per capirci, non c’è il rischio di vedere la regina spacciare metanfetamine o parlare con lo spettatore.

Stranger Things è sicuramente la serie che, dopo il “quinquennio d’oro”, è stata più in grado di generare attenzione e fandom, ma fatta la tara sull’adorabilità dei ragazzini protagonisti non si può non negare una cosa: si tratta di un prodotto di natura fortemente derivativa, che di fatto sfrutta magistralmente tutto l’immaginario spielberghiano anni Ottanta e ci spolvera sopra un’irresistibile patina di nostalgia. Idee nuove? Zero. Livello di sofisticatezza nella costruzione dei personaggi? Se paragonati a Walter White, Tony Soprano o Don Draper, il paragone è impietoso.

Rimane Black Mirror, alla quale non si può imputare nulla in termini di creazione di attesa, coinvolgimento collettivo e originalità assoluta, ma che, essendo una serie antologica in cui ogni episodio vede protagonisti diversi, non si può confrontare con saghe che invece seguono una storia specifica dall’inizio alla fine.

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A meno che questo 2019 non ci riservi delle sorprese, il futuro sembra quindi andare in direzione di una frammentazione sempre più estesa del gusto, una miriade di mini-pubblici ognuno amante di mini-serie fatte su misura per i loro gusti specifici. Salvo imprevisti, all’orizzonte non si vedono choc collettivi come accaduto con le morti (e resurrezioni) di Game of Thrones, non si prevedono serate al pub per commuoversi sulle vicende finali di Walter White, né teorie globali per indovinare chi sia l’assassino di True Detective.

Quello che manca sembra essere l’intenzione di concentrarsi su pochi ma solidi prodotti affidati alle cure di autori rivoluzionari, menti creative che siano in grado non solo di proporre un’idea originale ma di costruirle attorno un’impalcatura in grado di reggere anni e di rendere i propri personaggi più veri del vero.

Nell’attesa, il rischio è quello di rifugiarci ognuno nelle nostre piccole nicchie, senza più avere dei grandi punti di riferimento in grado di calamitare l’amore di tutti, o almeno di tanti, grazie alla loro innegabile qualità.

Nel 1977, in occasione della morte di Elvis Presley, visto come emblema di figura unificante per un pubblico vastissimo, il critico musicale Lester Bangs fece questa pessimistica previsione: “Insieme all’indifferenza che coviamo gli uni per gli altri ci sarà un’indifferenza ancor più sprezzante per gli oggetti di venerazione degli altri. Io ho creduto che fosse Iggy Stooge, voi avete creduto che fosse Joni Mitchell o chiunque altro a dare voce ai molti dolori e alle rare estasi della vostra situazione privata e del tutto circoscritta. Continueremo a frammentarci in quel modo, perché al momento è il solipsismo ad avere tutte le carte in mano: è un re il cui dominio ingloba persino quello di Elvis. Ma posso garantirvi una cosa: non saremo mai più concordi su una cosa tanto quanto lo siamo stati su Elvis”.

Per anni il trono di ferro è stato anche il trono del reame televisivo, e ora che è rimasto vuoto, probabilmente non saremo mai più concordi su una cosa tanto quanto lo siamo stati su Game of Thrones.

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