Underworld di Don DeLillo: il segreto del mondo in una palla da baseball

Chiunque avesse già raggiunto l’età della ragione nel luglio 1994 ricorderà benissimo la scena: finale dei Mondiali di calcio, Italia-Brasile, rigori, Roberto Baggio tira alto, il Brasile vince, l’Italia perde.

Chissà, forse qualche giornalista dell’epoca fece un articoletto di colore dedicato a chi, tra le migliaia di spettatori del Rose Bowl di Pasadena, si vide inaspettatamente piombare dall’alto quel pallone e con un rapido movimento delle mani se ne aggiudicò il possesso. Una roba da rubrica della Settimana Enigmistica: il tifoso che conserva in una teca il pallone che fece vincere il Mondiale al Brasile.

Be’, se sei americano invece che italiano, se invece del calcio segui il baseball, e se invece di “qualche giornalista” ti chiami Don DeLillo, da un fatterello molto simile a questo puoi tirare fuori un libro di 900 pagine considerato uno dei più grandi romanzi americani degli ultimi trent’anni: Underworld.

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In particolare, il “fatterello” fu questo: 3 ottobre 1951, ore 15:58, stadio Polo Grounds di New York, partita di baseball tra i New York Giants e i Brooklyn Dodgers – acerrimi rivali cittadini – per decidere il campionato nazionale. 34.000 spettatori sul posto, milioni che seguono in tv e alla radio, situazione di parità (4 : 4), l’America col fiato sospeso, poi all’ultimo minuto il lanciatore dei Dodgers Ralph Branca tira la palla e il battitore Bobby Thomson dei Giants la colpisce perfettamente, spedendola come un missile in tribuna: fuoricampo. Il ricevitore avversario non può prenderla, il punto è decisivo, la partita è finita. Vittoria per i Giants, giubilo e desolazione in egual maniera in tutto il Paese.

Quel punto rimarrà talmente impresso nella memoria degli americani che i due giocatori, il vincitore e lo sconfitto, per decenni verranno chiamati a fare foto in compagnia dei vari presidenti degli Stati Uniti, e quel fuoricampo passerà alla storia come “il colpo udito in tutto il mondo”.

E la palla? Mistero. Mai ricomparsa. Nelle immagini in bianco e nero dell’epoca la vediamo schizzare verso le tribune affollate e niente più: probabilmente ci sarà stata una mischia per aggiudicarsela, ma quello che successe lo sa solo chi era lì in quel settore degli spalti al Polo Grounds.

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Il ricevitore dei Dodgers Andy Pafko impossibilitato a prendere la palla finita negli spalti sopra di lui.

Se però ti chiami Don DeLillo può capitare che, imbattendoti nel 1991 in un articolo celebrativo del quarantennale della partita, la fantasia cominci a correre e ti venga voglia di darla tu una risposta a quella domanda: “E la palla?”.

DeLillo all’epoca era uno scrittore già noto, anche se i suoi libri piacevano più ai giurati dei premi letterari che al grande pubblico. Nato nel 1936 nel Bronx, figlio di immigrati italiani, in giovane età era stato un pubblicitario à la Mad Men prima di esordire nel 1971 con Americana e proseguire con una serie di romanzi ostici ma affascinanti, in cui con uno stile freddo e asettico, e con un approccio postmoderno alla narrazione, affrontava i risvolti più disturbanti della contemporaneità. In Rumore bianco (1985) indagava sulla paranoia, le cospirazioni e il consumismo, mentre Libra (1988) era un’immaginaria biografia dell’assassino di Kennedy. Se però bisogna essere sinceri, alla sua bibliografia mancava ancora un testo-principe, una vetta, magari quel Grande Romanzo Americano, concetto vago e sfuggente, al quale tanti autori statunitensi aspirano.

Quando nel 1991 in lui scatta per la prima volta l’idea di ipotizzare cosa sia successo a quella mitica palla, DeLillo va in biblioteca e per documentarsi cerca la prima pagina del New York Times del giorno dopo, ed è lì che ha la seconda rivelazione. La pagina in questione ha non uno ma due titoloni: sul lato sinistro, “I Giants agguantano il titolo, battendo i Dodgers 5-4 al nono inning con un fuoricampo di Thomson”; sul lato destro invece c’è scritto: “Rivelata dagli Stati Uniti la seconda esplosione atomica sovietica in due anni; i dettagli rimangono segreti”.

Secondo quanto ha dichiarato l’autore in seguito, “Una volta che lo vidi, non c’era scampo. I due eventi mi sembravano stranamente legati: due tipi di conflitto, rivalità locali e globali”. Da una parte l’entusiasmo per un evento sportivo che più americano non si può, dall’altra uno squillo di tromba che annunciava l’inizio della Guerra Fredda, che da allora sarebbe diventata l’ossessione quotidiana di tutto l’Occidente per quarant’anni.

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La prima pagina del New York Times del 4 ottobre 1951.

Non solo: quello di cui si parlava non era un generico vento di guerra, ma un riferimento specifico al nucleare, quella forza nuova e spaventosa di cui il mondo sei anni prima aveva avuto prova a Hiroshima e Nagasaki, e che ora diventava una minaccia da parte del nemico.

Underworld, che dopo cinque anni di scrittura uscirà nel 1997, tratterà di tutto questo: della Storia e delle storie più ignote, della Guerra Fredda e del baseball, degli anni Cinquanta ma anche dei Novanta, e tutto seguendo come un GPS La Palla e i suoi possessori. In copertina, nel segno di una sorta di misticismo che avvolge il libro, la premonizione di uno scatto delle Torri Gemelle pre-attentato, con una chiesa nel mezzo e un inquietante uccello vicino ai grattacieli.

Per iniziare, DeLillo ci scaglia subito in mezzo alla mischia dello stadio in quel 3 ottobre, mettendoci nei panni di Cotter Martin, un ragazzino nero che quel giorno salta la scuola, salta i tornelli e si ritrova miracolosamente dentro al Polo Grounds: “Lui è solo un ragazzo con una passione precisa, ma fa parte di una folla che si sta radunando, anonime migliaia scese da autobus e treni, gente che in strette colonne attraversa marciando il ponte girevole sul fiume, e sebbene non siano una migrazione o una rivoluzione, un vasto scossone dell’anima, si portano dietro il calore pulsante della grande città e i loro piccoli sogni e delusioni, quell’invisibile nonsoché che incombe sul giorno – uomini in cappello di feltro e marinai in franchigia, il ruzzolio distratto dei loro pensieri, mentre vanno alla partita”.

Ma così come i ragazzini di Harlem, l’autore immagina anche la tribuna d’onore dello stadio, ed ecco che ci trasporta in un dialogo e in un’immersione nei pensieri di Frank Sinatra, dell’attore Jackie Gleason e del temibile capo dell’FBI J. Edgar Hoover, iniziando quel gioco di incroci tra personaggi storici reali e licenze letterarie che tornerà spesso nel libro.

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Per quaranta pagine è un andirivieni cinematografico tra il racconto della partita, gli spalti, i dialoghi e le menti dei personaggi, e poi il momento clou finalmente arriva, con tanto di citazione parola per parola del radiocronista dell’epoca, Russ Hodges, in un momento che è pura arte nel magnificare con una lente d’ingrandimento ogni secondo di quei brevissimi istanti:

“Russ sa che dovrebbe calmarsi e lasciare che il microfono raccolga il fracasso che sta montando tutt’intorno. Ma non riesce a smettere di gridare, di lui non restano altro che grida.

Dice: – Bobby Thomson ha battuto la palla nella tribuna inferiore di sinistra.

Dice: – I Giants vincono il campionato e stanno impazzendo.

Dice: – Stanno impazzendo.

Poi si produce in un grido puro, senza parole, un urlo dei tempi andati – è l’ora del folk, del canto di montagna sulla WCKY alle cinque e mezzo del mattino. Gli esce di getto, un grido di giubilo, potrebbe essere heyyy-ho o potrebbe essere oh-boyyy urlato alla rovescia o potrebbe essere qualcosa di completamente diverso – difficile a dirsi quando non si usano parole. E i compagni di squadra di Thomson si riuniscono alla casa base, e Thomson gira intorno alle basi saltando come un daino – ormai sarà per sempre Bobby, il ragazzo irruente non segnato dal tempo, e ha il respiro talmente accelerato che non sa se riuscirà a controllare tutta l’aria che sta incamerando. Vede uomini schierati alla rinfusa davanti al piatto, che aspettano di coprirlo di pugni – i suoi compagni di squadra, non c’è gente migliore al mondo, e le facce hanno un’espressione intensa, sono intontiti dalla felicità che gli è piombata addosso, e gli occhi brillano sotto i berretti”.

Eccoli, l’audio e il video originale. Fare grande letteratura è trarre qualcosa del genere da tanto poco:

Intanto, Cotter Martin, il ragazzino di Harlem frutto della fantasia di DeLillo, ha appena dato il via alla catena di eventi del libro, perché il destino ha voluto che sia stato lui ad allungare la mano e ad aggiudicarsi la palla.

Da questo momento in poi, Underworld sarà un enorme affresco di tempi e luoghi, seguendo la “linea dinastica” degli uomini che per qualche motivo, dal ’51 al ’92, hanno posseduto quella palla. La progressione però non è in ordine cronologico, ma, anticipando Memento, andando a ritroso dal futuro al passato in ogni capitolo: 1992, metà anni Ottanta, 1978, 1974, anni Cinquanta e Sessanta, 1951/’52. Come ha detto DeLillo in un’intervista, “E’ così che funziona la memoria: all’indietro. E in seguito mi sono reso conto che è anche così che funziona un conto alla rovescia nucleare: 10, 9, 8, 7…”.

Il fatto che si segua questo andamento fa sì che capiterà di incontrare un personaggio nel presente e poi ritrovarlo, giovane, cinquecento pagine più tardi, con uno di quei trucchetti cinematografici emozionanti in cui all’ultimo momento la macchina da presa inquadra il tizio visto di spalle e con un colpo di scena lo riconosciamo.

Il primo salto è brutale, uno choc: dal Polo Grounds passiamo direttamente al deserto dell’Arizona negli anni Novanta, Cotter Martin non c’è più e al suo posto c’è Nick Shay, il protagonista del libro, ultimo possessore della reliquia sportiva. Nick è un newyorchese cinquantenne che nella vita si occupa di smantellamento di scorie radioattive (ancora l’atomica); ha un passato oscuro e ha comprato la palla da un collezionista per ben 34.500 dollari nonostante sia un fan dei Dodgers, ovvero i perdenti. Spiega così l’apparente stranezza: “Non ho comperato l’oggetto per la gloria e il dramma che si porta dietro. E’ una storia che non ha niente a che fare con il fuoricampo di Thomson. Riguarda il lancio di Branca. Ruota tutto intorno al perdere. Sì, riguarda il mistero della sfortuna, il mistero della perdita. Ma è l’unica cosa che ho sentito di dover assolutamente possedere in vita mia”.

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Nick sa cosa sia la perdita perché è figlio di un piccolo allibratore italoamericano del Bronx che un giorno, quando lui era ragazzo, uscì a comprare le sigarette e non tornò più a casa, scomparso, probabilmente fatto fuori dalla mafia. Il suo mestiere ora consiste letteralmente nel seppellire il male, le scorie radioattive, il passato pericoloso, ma quel mistero – oltre a un altro episodio del suo passato che lo ha portato a passare del tempo in riformatorio – è un underworld, un “mondo sotterraneo”, un ade, un sepolto che non si riesce a contenere così facilmente. D’altronde, “quanto più pericolosi i rifiuti, tanto più a fondo cercavamo di seppellirli. La parola plutonio viene da Plutone, dio dei morti e signore degli inferi”.

Nick Shay non è però l’unico protagonista di Underworld: i personaggi complessivi sono addirittura un centinaio, tra figure fittizie e realmente esistite, e il libro in alcuni momenti sembra un gioco dei “sei gradi di separazione” che compone un grande mosaico della storia americana del secondo dopoguerra. Per esempio: la palla inizialmente agguantata da Cotter Martin viene venduta per soli 34 dollari a un uomo il cui figlio volerà con un B-52 in Vietnam; l’aereo da lui pilotato, negli anni Novanta, verrà usato dall’artista contemporanea Klara Sax per un’installazione nel mezzo del deserto; a sua volta, Klara negli anni Sessanta ha avuto una fugace avventura con Nick Shay, futuro possessore della palla.

Anche qui, un underworld di connessioni nascoste, di correspondances baudelairiane, di rime e assonanze che legano il comico Lenny Bruce e la crisi dei missili di Cuba, un documentario sui Rolling Stones e il filmino di Zapruder dell’omicidio Kennedy, un serial killer che spara alle sue vittime dal finestrino dell’auto in corsa e una vecchia suora, Andy Warhol e Edgar Hoover, un autore di graffiti e un film perduto di Eisenstein.

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D’altronde, come è stato scritto, “i romanzieri, così come i paranoici, vedono connessioni dove gli altri non ne vedono, il che significa che sia gli uni che gli altri cercano sempre di disvelare delle trame. Don DeLillo è un decano di entrambe le categorie”. E solo un romanziere paranoico potrebbe far dire a un personaggio che “quando fabbricano una bomba atomica, questa è bella, il nucleo radioattivo lo fanno della stessa dimensione di una palla da baseball”.

Le epoche si susseguono, e mentre ci abituiamo alle nuove voci che compaiono, viviamo non solo le piccole storie private dei protagonisti, fatte di vite matrimoniali, adulteri, famiglia e lavoro, ma anche i cambiamenti che la società subisce nel tempo: dall’Eden perduto della New York del dopoguerra agli happening artistici del Sessantotto, dalle paranoie da Guerra Fredda al cyberspazio.

Su tutta questa eterogeneità di materiali, però, la costante è la voce di DeLillo, che impone una densità quasi insostenibile a ogni frase: come un entomologo, un alieno o una Wikipedia umana, la sua prosa sembra avere la capacità soprannaturale di descrivere con freddezza e accuratezza millimetrica le cose e le persone, quasi che di ogni argomento del mondo conosca gli ingredienti, i materiali, il libretto d’istruzioni.

Basti pensare che – in una curiosa coincidenza con un passaggio quasi identico di Pastorale americana di Philip Roth, anch’esso uscito nel 1997 – dedica ben tre pagine a nominare le varie, minime, parti di cui si compone una scarpa, come se l’ossessione per l’esattezza e per la conoscenza fossero il fulcro del romanzo.

Tante parti del suo libro sembrano fatte della stessa materia dei dialoghi di Pulp Fiction, o delle leggende metropolitane che spuntano fuori negli horror: voci non confermate, spiegazioni dettagliate sui processi nascosti della società, eventi al limite del miracoloso, dettagli che solo gli insider possono conoscere e per i quali non si capisce se DeLillo abbia inventato tutto o si sia documentato fino all’inverosimile.

Anche nella forma, la sensazione è a volte quella di avere di fronte più un saggio o un testo scientifico che un romanzo: in tutto il libro non vengono mai usati i puntini di sospensione; le conversazioni spesso sono serrate e sfiancanti; c’è un ripetuto ricorso all’elenco, alle libere associazioni, all’uso di fonti diverse, quasi che come in un film corale di Robert Altman stia a noi, nell’enorme mole di informazioni spesso asettiche, trovare il senso e l’emozione.

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Questo atteggiamento da superuomo dell’erudizione, che sembra non essere sfiorato dai sentimenti ma guarda al mondo come un Terminator attraverso un visore che raccolga informazioni, può intimidire il lettore, che non trova molti rifugi di umanità tra le pagine, ma allo stesso tempo il rispetto intellettuale per l’autore dà un piacere diverso, fatto non tanto di comunione quanto di timorosa ammirazione.

Il suo stile non è quello di un Monet, o tantomeno di un Pollock, ma l’incrocio tra un architetto onnisciente e un iperrealista che riproponga al millimetro una scena reale: non è l’emozione del tratto libero e selvaggio a colpirci, ma lo stupore per la capacità quasi robotica di assimilare così tanto e riproporlo nelle sue parti più minute.

Non è un caso che un romanzo-monstre come questo termini con un riferimento all’allora nascente Internet, il luogo in cui c’è “tutto il sapere umano raccolto e collegato, ipercollegato, questo sito porta a un altro, questo fatto rimanda a un altro, un tasto, una cliccata di mouse, una parola di identificazione – mondo senza fine, amen”. Così come per il web, è difficile dire di cosa parli davvero Underworld, quale sia il suo messaggio subliminale nascosto sotto la superficie, il suo nucleo radioattivo: parla di baseball e di Guerra Fredda, di bombe atomiche e vite comuni, di episodi banali ed eventi storici, di segreti passati e discariche. Fondamentalmente lo sfondo è solo una scusa: il centro è la capacità di descrivere la vita e i pensieri delle persone.

Un po’ come succede per alcune serie tv quali Twin Peaks e Lost, è un artefatto che ha prodotto libri di analisi, tesi universitarie e investigatori dei suoi complicati intrecci, e come per quelle serie possiamo anche finire per rimanere delusi dal senso ultimo dei suoi misteri, ma non dal modo in cui ci ha tenuti incollati alla storia per capirne qualcosa. D’altronde il periodo che DeLillo esamina, la Guerra Fredda, è noto per essere un non-evento.

Non è un libro facile – semmai sfiancante – e non è un libro sentimentale: leggerlo per più di una volta sarebbe probabilmente arduo per chiunque, come scoprire per due volte un complesso teorema matematico o rileggere la Bibbia. La fatica nella lettura però si traduce in stupore per il peso specifico di ogni capoverso, e la mancanza di concessioni al cuore fa sì che il piacere scaturisca per vie più cerebrali che emotive, ma altrettanto potenti.

Per chi regge lo sforzo fino alla fine, però, la ricompensa è preziosa. Come una pallina misteriosa e leggendaria: “color seppia intenso, impastata di terra, erba e generazioni di sudore – era vecchia, sbattuta, pesta, intrisa di tabacco e macchiata dal tempo e dalle vite che aveva alle spalle, chiazzata dalle intemperie e personalizzata come una casa in riva al mare. E aveva una striatura verde vicino al marchio di fabbrica Spalding, aveva ancora un piccolo livido verde nel punto in cui era andata a sbattere contro un pilone secondo la storia che l’accompagnava – vernice scrostata di un pilone imbullonato nelle tribune dell’area sinistra impressa sulla superficie della palla”. Fuoricampo. Punto. Partita.

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