Alta fedeltà: ieri, oggi e domani

Alta fedeltà (1995) è un libro di cui al giorno d’oggi non si sente parlare troppo spesso. Forse, in generale, anche del suo autore – l’inglese Nick Hornby –, al  giorno d’oggi non si sente parlare troppo spesso.

Le ragioni potrebbero essere molteplici: innanzitutto Hornby non pubblica un libro da circa cinque anni, dopo una carriera piuttosto prolifica iniziata nel 1992. In secondo luogo, c’è un momento in cui i bestseller di un’epoca – come Alta fedeltà è stato – smettono di essere i libri del momento, infilandosi in quel limbo dal quale solo i lettori e gli opinion maker possono farli uscire decretandoli classici senza tempo o ex successi dimenticabili. In terzo luogo, Hornby è forse l’esatto opposto di ciò che nell’Era Hipster (databile intorno all’ultimo decennio) può essere apprezzato senza sentirsi démodé: non è complicato come David Foster Wallace né ironicamente infantile come Wes Anderson, e i suoi protagonisti sono solitamente carini, simpatici, nevrotici, insicuri ed essenzialmente… normali.

Se il cosiddetto stile normcore, che riprende l’abbigliamento di jeans e camicia alla Seinfeld che-meno-figo-non-si-può non fosse stato anch’esso scippato dalla rielaborazione ironica hipsterista, si potrebbe dire che i personaggi di Nick Hornby siano fieri precursori del genere. D’altronde, basta guardare i nomi degli attori che li hanno interpretati negli adattamenti cinematografici susseguitisi negli anni: Hugh Grant (About a Boy – Un ragazzo, 2002), John Cusack (Alta fedeltà, 2000), Colin Firth (Febbre a 90°, 1997), Ethan Hawke (Tutta un’altra musica, 2018). Il meglio delle facce carine e amabili in circolazione.

Per quale motivo, quindi, in questo inizio di 2020 ci ritroviamo con una serie tv nuova di zecca chiamata High Fidelity? In fondo c’era già stata una trasposizione cinematografica di Stephen Frears esattamente vent’anni fa (di già?!) che non aveva nemmeno fatto faville al botteghino, dunque perché perseverare?

A quanto pare, una volta apportato qualche piccolo accorgimento che renda il testo passabile per gli odierni altissimi standard in tema di razza, genere, orientamento sessuale e vedute politiche, forse Alta fedeltà può essere apprezzato anche venticinque anni dopo la sua uscita in libreria. D’altronde la trama del libro era totalmente nei canoni del “normale”: ambientata nel 1994, vedeva come protagonista Rob Fleming, trentacinquenne londinese proprietario di un negozio di dischi. Nel corso del libro, Rob, da poco lasciato dalla ragazza, si impegnava, tra una breve nuova relazione e l’altra, a riconquistare la sua amata Laura. Tutto qui.

Certo, volendo, anche Guerra e pace e l’Odissea si possono sintetizzare in due righe (qualcuno l’ha fatto), ma in questo caso davvero non c’era molto altro a livello di eventi.

Quello che rendeva e rende Alta fedeltà speciale, e che da subito gli ha fatto incontrare un grosso favore di pubblico, è la personalità del protagonista, che fin dalla prima pagina si rivolge al lettore non solo raccontandogli le sue vicissitudini tragicomiche ma anche informandolo costantemente delle sue opinioni su ogni argomento. Al cinema, John Cusack infrangeva costantemente la quarta parete in una serie di monologhi rivolti al pubblico, ed erano proprio i suoi ragionamenti, le sue manie e le sue confessioni a rendere il libro e il film qualcosa di più del semplice resoconto di una vita ordinaria. Semmai, la versione cinematografica soffriva proprio del fatto che dopo un po’ la brillantezza del testo originale non bastava a riempire di eventi degni di nota lo schermo.

Il leitmotiv di Rob Fleming è l’abitudine di sfornare classifiche, e in particolare Top 5, su qualsiasi ambito dello scibile umano: dai cinque lavori più sognati alle cinque migliori sit-com, dalle migliori “canzone 1 – lato A” di sempre alle cinque più memorabili fregature amorose della sua vita. Le sue giornate – a Londra nel libro, a Chicago nel film e a Brooklyn nella serie – si susseguono in compagnia di Dick e Barry, i due commessi del suo negozio, sempre impegnati a bisticciare su dettagli musicali insignificanti come ogni buon nerd del rock non può evitare di fare.

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La versione cinematografica del 2000

Nel frattempo, Rob si autoanalizza per capire qual è la linea rossa che unisce le ripetute delusioni amorose della sua vita, e magari capire perché Laura l’ha lasciato. Come dice lui stesso, “Cosa è venuto prima, la musica o la sofferenza? Ascoltavo la musica perché soffrivo? O soffrivo perché ascoltavo la musica? Sono tutti quei dischi che ci fanno diventare malinconici? […] Le persone più infelici che conosco, dico in senso amoroso, sono anche quelle pazze per la musica pop”.

E’ per riflessioni come queste, che qualunque appassionato di musica può condividere, che Alta fedeltà ha toccato l’intimo di tanti, in particolare tra i rockettari ossessionati: perché l’amore ossessivo per la musica è anche uno stile di vita, un approccio, una filosofia, ed è bello trovare qualcuno che sappia esprimerlo a parole, anche con tutta l’autoironia di chi sa di essere troppo serio su certi argomenti (Hornby aveva fatto lo stesso col calcio in Febbre a 90°). Rob Fleming, in questo, è stato per venticinque anni il campione di tutta una razza di persone poco a loro agio con la vita adulta e più col loro ego e le loro passioni giovanili.

Da questo punto di vista, è sintomatica la scena in cui la sua ex, Laura, gli rinfaccia il suo infantilismo, osando dire che “…in fondo si tratta solo di dischi di musica pop, e preoccuparsi se un disco è migliore di un altro o no, beh, chi vuoi che lo faccia, davvero, a parte te, Barry e Dick? Per me, è come disquisire sulla differenza tra McDonald’s e Burghy”. Rob prima ammette interiormente al lettore che “io so perfettamente qual è la differenza fra McDonald’s e Burghy, e sull’argomento ho delle opinioni precise e complesse”, e poi si sfoga con Laura confessando che “per me quello è tutto. Non esiste nient’altro”.

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Affinità di vedute tra Jean-Luc Godard e Rob Fleming

In fondo Rob non è che un tipico maschio in fuga dall’incombente mezz’età, che cerca di smarcare evitando le responsabilità adulte e rifugiandosi nella costante che lo ha accompagnato dall’adolescenza in poi – la musica – senza aggiornare veramente i suoi campi d’interesse o ambendo a qualcosa di più per sé al di là del suo negozio di dischi. E quanti di noi potrebbero ritrovarsi benissimo in questa descrizione? I pochi negozi di dischi superstiti non sono forse ritrovi di uomini mai cresciuti che adorano scannarsi l’uno con l’altro su quale sia stato il miglior chitarrista degli Yardbirds?

Ecco, in questo senso la nuova serie, prodotta da Hulu e diffusa il 14 febbraio 2020, è completamente rivoluzionaria, in quanto non solo scritta da due donne (Veronica West e Sarah Kucserka), ma anche interpretata da una donna, l’ottima Zoë Kravitz, che tanto perché i produttori non vengano tacciati di settarismo è afroamericana e (nella finzione filmica) bisessuale.

La sua Rob (in questo caso diminutivo di Robin) mantiene molte delle idiosincrasie e dell’atteggiamento burbero che il personaggio aveva nel film e nel libro, e in qualche modo il suo essere ventinovenne è bilanciato da una certa vecchiaia interiore che la rende piuttosto distante da alcuni narcisismi millennial.

Sì, certo, magari le sue playlist le fa su Spotify invece che su cassetta, e magari usa Shazam per trovare il titolo di un pezzo, ma mostra anche tutta la sua distanza dalla vacuità delle sue amiche influencer di Instagram e la sua appartenenza a un’altra era quando, rivolta a due ragazzini che vogliono “prendere in prestito” dei dischi, esclama “Non siamo un cazzo di Blockbuster!”, sentendosi rispondere “Cos’è un Blockbuster?”.

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Il nuovo High Fidelity (Foto: Phillip Caruso/Hulu)

Di questo nuovo Alta fedeltà, è bella la colonna sonora, che spazia da Bowie a Stevie Wonder, da Frank Zappa a Pink Moon di Nick Drake; è bello il riadattamento di situazioni del libro (e del film) con nuove formule, come l’uso in colonna sonora dell’ottima Come On Eileen al posto di Walking On Sunshine; è bella la sempre brava Parker Posey nel gustosissimo ruolo di una ricca artista che per vendetta vuole vendere la collezione di dischi del marito fedifrago per soli 20 dollari; è bello il nerdismo da musicofila di Rob, perché in tanti vorremmo avere conversazioni non esclusivamente maschili sulle note di copertina di un disco di quarant’anni fa; è bello il suo schietto anticonformismo (“Un consiglio per tutti quelli che hanno figli: non interessa a nessuno!”); e – accettata l’obbligatoria tassa del passaggio da maschi bianchi etero a  gay e afroamericana – sono belli Simon e Cherise, i suoi inseparabili colleghi.

C’è però anche qualcosa che non convince fino in fondo: parte del fascino originale del personaggio stava nell’empatia automatica per i “normali” di cui sopra, che qui è più difficile perché la Rob di Zoë Kravitz porta con sé una sensualità e una forza che di normale hanno poco. Nel libro, Rob usava queste parole per descriversi: “D’aspetto credo di essere passabile; se in cima alla scala della bellezza mettiamo, che so, Mel Gibson, e dalla parte opposta, Berky Edmonds, uno della mia scuola, la cui bruttezza era leggendaria: penso di essere più vicino a Mel, davvero”. Ecco, sorvolando sul fatto che al giorno d’oggi Mel Gibson sia più noto per gli sfoghi antisemiti che per il fascino, diciamo che è difficile pensare una frase del genere detta dalla Kravitz.

Il Rob di Hornby sogna che la sua vita almeno per una volta sia “come una canzone di Bruce Springsteen”, nonostante sappia “che non sono nato per correre”, e che “Seven Sisters Road non ha niente a che vedere con Thunder Road”. La Rob della serie, invece, ha l’aria di chi con Springsteen potrebbe prenderci un aperitivo quando vuole.

Non convince l’idea di dedicare un’intera puntata alle vicende di un personaggio secondario (anche qui solo per spuntare la casella della quota LGBT); non convince la scarsità del materiale di partenza rispetto ai 300 minuti che formano la serie, che dopo poche puntate comincia a far notare la mancanza di eventi; e soprattutto non convince la prolungata assenza delle Top 5, delle playlist, dei litigi sulle più minute questioni di cultura pop e dintorni.

Il risultato porta Rob a somigliare un po’ troppo alla Fleabag di Phoebe Waller-Bridge (nonostante ne sia tecnicamente l’antenata), ma in questo caso senza la stessa qualità nella scrittura, e senza creare la stessa empatia nei suoi confronti. La “nuova Rob” alla fine è troppo cool, troppo inserita, troppo bella e distaccata per essere “il Rob” di Alta fedeltà: nei suoi soliloqui c’è l’acredine, ma non la malinconia; c’è l’indecisione, ma non l’insicurezza; c’è la passione fisica, ma non il romanticismo. Quando la vediamo fantasticare terribili violenze contro la nuova fidanzata del suo ex, proviamo più pena per la povera innocente che empatia per la sua gelosia.

È comunque bello immergersi per un po’ in questo mondo brooklyniano ancora libero dalle convenzioni adulte, dai dettami lavorativi delle corporation, da giacche e cravatte e fogli Excel. Un mondo di concerti, erba, giovinezza prolungata, drink dopo il lavoro e come mestiere il miglior passatempo di tutti.

L’amore totalizzante per la musica, quello che veramente salva la vita, però, probabilmente non abita qui. Ma la buona notizia è che per trovarlo, oggi come allora, basta aprire una pagina a caso di Alta fedeltà.

High Fidelity è disponibile su Hulu.

 

 

 

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