Edward Bunker: Come una bestia feroce, dal carcere a Tarantino

Quentin Tarantino, Dustin Hoffman, Bruce Springsteen, il penitenziario di San Quintino: se apparentemente questi quattro elementi non sembrano avere nulla in comune, è perché apparentemente è così. Hoffman non ha mai recitato per Tarantino, Springsteen non ha mai scritto un pezzo per una sua colonna sonora, e nessuno dei tanti è mai stato rinchiuso nel famigerato carcere americano.

C’è però una figura che accomuna tutti gli elementi citati, e che ha avuto una vita talmente straordinaria da farsi ricordare da tutti e quattro in un modo o nell’altro: Edward Bunker, detto Eddie.

Se il nome non dovesse esservi noto, non sentitevi in colpa, ma sappiate che in qualche maniera potreste averlo incrociato anche senza saperlo, viste le sue molteplici attività: Bunker infatti nella vita è stato uno scrittore, attore e sceneggiatore, nonché un ex criminale che ha trascorso ben 18 (diciotto) anni della sua vita tra carceri e istituti di correzione.

La sua apparizione più nota? Be’, basta tornare con la mente alla tavola di fast food che ospita i rapinatori vestiti di nero all’inizio dell’ormai classico Le iene di Tarantino (1992): c’è Harvey Keitel-Mr. White, ovviamente; c’è Tim Roth-Mr. Orange; c’è il sadico Michael Madsen-Mr. Blonde; c’è il polemico Steve Buscemi-Mr. Pink, e c’è anche un giovane Tarantino nella parte di Mr. Brown. Se però ci ricordiamo le facce di tutti loro perché sono divi del cinema, forse non ricordiamo quella figura seduta in silenzio rispondente al nome di Mr. Blue, che però a ben vedere, con i suoi baffi, il suo sigaro e la sua faccia che ricorda un duro come Jack Palance, sembra il più pericoloso di tutti.

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Mr. Blue, nella finzione del film, non sopravviverà alla rapina, quindi non avremo molta occasione di conoscerlo, ma quello che sappiamo è che l’attore che lo interpretava era proprio Edward Bunker, e che lui è sopravvissuto non a una, ma a diverse rapine.

Nato a Hollywood nel 1933, Bunker già a 11 anni aveva conosciuto il riformatorio, ed era entrato e uscito da vari istituti quando a 17 anni stabilì l’anomalo record come più giovane galeotto di sempre ammesso a San Quintino. Uscito dopo quattro anni, provò a rigare dritto, ma l’unico risultato fu un ritorno al crimine, con una predilezione per traffico di droga, prostituzione, assegni falsi, rapina a mano armata, che gli fruttarono la conoscenza di tutte le peggiori prigioni californiane, compresa Folsom.

In galera, però, succedono un paio di cose: innanzitutto Bunker, per sfuggire alla follia, legge come un forsennato, da Dostoevskij a Moravia, da Cervantes a Hemingway; e poi, scopre che un compagno di prigione più cattivo di lui, Caryl Chessman, è riuscito a farsi pubblicare un libro autobiografico (Cell 2455, Death Row) nonostante sia nel braccio della morte.

Così Eddie, saturo di mentori letterari e galvanizzato dall’esempio del collega, scrive a non finire: ben cinque romanzi, tutti rifiutati dalle case editrici, fino a che nel 1973, mentre è ancora in cella, accettano di pubblicargli quello che sarebbe diventato il suo libro più famoso: Come una bestia feroce.

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Il libro è una rivelazione, perché è scritto talmente bene che non si riesce a credere che sia opera di un malvivente di professione, e il re del noir James Ellroy (La dalia nera, L.A. Confidential) lo definisce “il più bel libro mai scritto sul tema della rapina a mano armata” e “il grande romanzo dei bassifondi di Los Angeles”.

La storia è quella di Max Dembo, un alter ego di Bunker che in prima persona racconta la sua uscita di prigione dopo otto anni al fresco, e ci guida nei suoi tentativi di tornare a una vita onesta che però durano poco, perché sembra che Max, per quanto istruito e intelligente, non possa resistere al richiamo atavico del rischio, della sfida alla società e dei soldi facili.

E’ lui stesso a dirci quanto detesti ciò che la maggior parte della gente sogna per sé: “Un mondo di eleganti, giovani donne (grazie all’ausilio di qualche centro estetico) in pantaloncini corti e canottiere, dirette a bordo di auto familiari da 400 cavalli verso supermercati rinfrescati e rallegrati da eterne musichette, di associazioni di baby-sitter e di una cultura condensata nei dibattiti di gruppo. Una vita di grigliate ai bordi delle piscine, di drive-in aperti tutto l’anno. Una vita che non mi attirava. Fanculo alle assicurazioni sulla salute e alle polizze sulla vita. Quella gente voleva vivere senza mai lasciare il ventre materno. Ma io mi sentivo più vivo a giocare una partita senza regole contro la società stessa, ed ero preparato a giocarla fino in fondo”.

La particolarità di Come una bestia feroce non sta solo nell’eccitante prospettiva di vedere per una volta le cose con gli occhi del ladro, e non della guardia, ma anche nella personalità complessa e tormentata di Dembo, che per quanto possa spesso avere attacchi di rimorso e dubbi sulla sua scelta, è guidato da una rabbia cieca verso la società che a suo dire l’ha reso quello che è.

Quando una sua vittima gli dice “Dovrebbero rinchiuderla per il resto della vita, è una minaccia per la società”, lui risponde “Hai ragione. L’errore è stato creare questa minaccia e poi metterla in libertà”. Quando una donna che tiene a lui gli chiede perché non abbia nemmeno veramente tentato di rigare dritto, la sua risposta lapidaria è: “Non sei costretto a tentare di attraversare il Pacifico per capire che non ce la farai”.

Oltre alle molte sfaccettature della personalità del protagonista, poi, il romanzo è una manna nel rivelare al lettore tutta una serie di dettagli, minuzie ed espressioni che solo chi ha vissuto quelle esperienze può conoscere: le abitudini del carcere, le tattiche giuste per una rapina ben riuscita, le reazioni emotive di una mente criminale che a volte seguono un’altra logica rispetto a quelle degli “onesti”. Quando la sua ragazza gli fa notare che forse il suo atteggiamento è “un po’ troppo disincantato” per essere un fuggitivo inseguito dalla polizia, lui risponde seccato: “E cos’altro dovrei fare? Strapparmi i vestiti di dosso e picchiare la testa per terra? […] Si continua a mangiare, a cagare e a respirare anche quando si è ammazzato uno sbirro. Forse non per molto, ma per un po’ di sicuro”.

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Nel 1975 Bunker finalmente esce di galera: ha 42 anni, e finalmente, spinto dal modesto successo del suo libro, si sente pronto per una vita dignitosamente pulita dopo 18 anni complessivi passati in cella.

La carriera come scrittore non procede male, e nel 1977 scrive Animal Factory, seguito da Little Boy Blue nel 1981, mentre nel 1985 partecipa alla sceneggiatura del grande film d’azione A trenta secondi dalla fine di Andrei Konchalowskij, e rimedia anche qualche particina in film come Tango & Cash e qualche ruolo come consulente esperto della materia in film di rapine come Heat – La sfida.

Dai suoi libri vengono tratti ben tre film: il primo, nel 1978, si intitola Vigilato speciale (Straight Time), è diretto da Ulu Grosbard ed è la trasposizione di Come una bestia feroce, con Dustin Hoffman nel ruolo di Dembo. Il film purtroppo non riesce a trasporre su pellicola il carattere di Dembo, e verrà infatti rapidamente dimenticato, ma c’è una scena gustosa in cui Bunker fa una particina come vecchia conoscenza criminale di Dembo, con l’effetto di vedere Hoffman di fronte all’uomo che ha ispirato il suo personaggio.

Seguiranno poi Animal Factory (2000) del collega-iena Steve Buscemi e Cane mangia cane (2016) diretto Paul Schrader con Nicolas Cage e Willem Dafoe.

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Bunker continuerà a scrivere fino alla morte, nel 2005, ormai riabilitato come grande scrittore e autore di un ultimo grande libro, Educazione di una canaglia (2000), in cui finalmente smette le maschere e racconta della sua vita dai primi riformatori fino alla scoperta decisiva della scrittura.

Come dite? Ho dimenticato che all’inizio era stato citato anche Bruce Springsteen? Be’, il Boss probabilmente non ha mai partecipato ad alcuna rapina, ma prima o poi gli dev’essere capitato di imbattersi nel film con Dustin Hoffman, perché nel 1995 ha scritto una canzone intitolata proprio come quel film, Straight Time, per il suo The Ghost of Tom Joad.

E leggendo il testo si capisce chiaramente che lo spirito di Eddie Bunker, il letterato criminale, e di Max Dembo, il rapinatore filosofo, aleggiavano da quelle parti quando è stata scritta:

“Sono uscito di galera nell’86 e ho trovato una moglie

Sono rimasto sulla retta via cercando solo di restare fuori e di restare vivo

Ho trovato lavoro alla fabbrica d’intonaco, non mi farà certo ricco

Nell’oscurità prima di cena a volte mi prudono davvero le mani

Ho la mente fredda per farmi un giro oltre quella linea sottile

Sono stanco di rigare dritto

 

Mio zio è a tavola per cena, si guadagna da vivere facendo correre auto truccate

Mi passa un biglietto da cento dollari, dice

“Charlie, faresti bene a ricordarti chi sono i tuoi amici”

Ho la mente fredda per farmi un giro oltre quella linea sottile

Non ce la sto facendo a rigare dritto

 

Otto anni che stai dentro, ti sembra di morire

Ma ti abitui a tutto, e presto o tardi diventa la tua vita

 

Il pavimento della cucina di sera, gioco coi bambini sollevandoli in braccio

Mary sorride ma mi controlla con la coda dell’occhio

Sembra che non si possa riavere più di mezza libertà

Esco fuori nel portico e inspiro bene l’aria fresca

Ho la mente fredda per farmi un giro oltre quella linea sottile

Sono stanco di rigare dritto

 

In cantina, fucile da caccia e un seghetto

Mi faccio una birra e 30 centimetri di canna cadono a terra

Torno a casa di sera, non riesco a togliermi l’odore dalle mani

Appoggio la testa sul cuscino e sprofondo in terre straniere”

 

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