Orson Welles e la storia vera che ha ispirato ‘Mank’ di David Fincher | Su Netflix

[Per chi si incuriosisca dopo la lettura: a dicembre 2020, Mank è disponibile su Netflix; Quarto potere è disponibile su Amazon Prime Video]

Uscito inizialmente a novembre in pochi cinema americani, e poi distribuito globalmente su Netflix a partire da venerdì 4 dicembre 2020, Mank (qui la recensione di Coolturama) è il titolo dell’undicesimo film di David Fincher, nome di punta del cinema contemporaneo e già autore di pellicole che hanno sapientemente unito arte e successo commerciale, da Seven a Fight Club, da The Social Network al Curioso caso di Benjamin Button.

Dal 2014, anno del suo più grande successo al box office con l’adattamento di Gone Girl – L’amore bugiardo, Fincher si è dedicato prevalentemente alla serie tv Mindhunter, e il suo ritorno sulle scene sembra rivolto a un pubblico decisamente più di nicchia rispetto al passato.

Innanzitutto si tratta di un film in bianco e nero; l’azione è poi decisamente scarsa rispetto ai dialoghi, e infine l’argomento principale è quanto di più nerd si possa pensare: la storia vera di come venne scritta la sceneggiatura del film di Orson Welles Quarto potere (1940), e la storia dell’uomo che insieme a Welles la mise su carta. Lui:

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“Mank” è infatti lo sceneggiatore hollywoodiano Herman J. Mankiewicz, e già questo è un’anomalia come soggetto di un film, visto che non solo il suo nome è ignoto ai più, ma perfino tra i Mankiewicz non è il più conosciuto, considerando che il fratello Joseph fu regista premio Oscar di film notissimi quali Cleopatra (1963), Eva contro Eva (1950) e Bulli e pupe (1955).

Mankiewicz, noto negli ambienti degli studios col suo nomignolo, nacque a New York nel 1897 e morì a Los Angeles a soli 56 anni per problemi renali dopo una vita dedita in buona parte all’alcool. A partire dagli anni Venti collaborò come sceneggiatore a decine di film, tra cui Il mago di Oz (1939) e La guerra lampo dei fratelli Marx (1933), ma in molti casi venne utilizzato come script doctor per migliorare, spesso senza firmarle, le sceneggiature altrui.

Mank è interpretato nel film da un grande Gary Oldman, che da Churchill in L’ora più buia al commissario Gordon nel Cavaliere oscuro, da Sirius Black in Harry Potter al protagonista di Dracula di Bram Stoker, ormai non ha bisogno di particolari presentazioni. In un bianco e nero che ricrea le luci, e soprattutto le ombre, dell’epoca (con tanto di finte bruciature della pellicola che evocano nostalgicamente i tempi pre-digitali), Fincher fa avanti e indietro tra il 1940, anno in cui si svolge l’azione principale, e vari episodi degli anni Trenta che contribuiscono a dare un ritratto del personaggio-Mank.

Tra produttori squali, cinici dirigenti delle grandi major e un’attitudine personale al cinismo, al disincanto e al genio letterario, Mankiewicz si barcamena in un mondo costruito sulla falsità e a causa della sua tendenza a essere troppo loquace finisce spesso per inimicarsi i potenti. Nel 1940, però, si presenta l’occasione che potrebbe dargli il riscatto rispetto a quell’ambiente che lo ha sempre visto come una mina vagante carica d’alcol: la proposta da parte di Orson Welles di scrivere il suo primo film.

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Welles all’epoca era solo ventiquattrenne, ma era già considerato il ragazzo prodigio dell’intrattenimento statunitense: nato nel 1916, già a vent’anni aveva allestito testi shakespeariani come un Macbeth ambientato ad Haiti e con soli attori neri; a ventidue aveva fondato la sua compagnia teatrale, The Mercury Theater; nel 1938 era diventato celebre leggendo in radio un adattamento de La guerra dei mondi di Herbert G. Wells, che aveva terrorizzato mezza America convincendo gli ascoltatori che i marziani avessero davvero invaso le strade.

Queste premesse fecero sì che nell’agosto 1939 il giovanissimo Welles ottenesse dalla RKO Pictures un invidiatissimo contratto senza precedenti, che gli garantiva di avere pieno controllo sui suoi film e svolgere contemporaneamente il ruolo di attore, sceneggiatore, regista e produttore.

Indeciso sul soggetto da scegliere per il suo esordio come regista cinematografico, Welles si rivolse a Mankiewicz, che aveva conosciuto a New York in quello stesso anno, quando gli aveva commissionato di scrivere cinque sceneggiati radiofonici per il suo show Campbell Playhouse in onda sulla CBS.

Il “presente” del film di Fincher vede proprio Mank, reduce da un incidente d’auto (realmente accaduto) e convalescente in un ranch di Victorville, California, impegnato a scrivere (anzi a dettare a una stenografa) la prima stesura del futuro film di Welles. L’esito sarebbe stato un mattone di 325 pagine inizialmente intitolato American, che avrebbe attinto a piene mani all’esperienza personale dell’autore e al mondo hollywoodiano di ambizione, ricchezza e capitalismo che aveva conosciuto da vicino.

In particolare, Mankiewicz si ispirò alla figura reale di uno degli uomini allora più potenti e noti degli Stati Uniti, William Randolph Hearst (1863-1951), imprenditore dei media, uomo politico e fondatore dell’ancora esistente casa editrice Hearst. Figlio di un ex cercatore d’oro diventato un ricco senatore, Hearst aveva ereditato un’enorme fortuna e nel 1887, a ventiquattro anni come Welles, aveva iniziato la sua attività di editore rilevando il San Francisco Examiner da suo padre.

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Da allora si era fatto notare come editore spregiudicato e senza remore, vero e proprio pioniere di quello che allora venne definito Yellow Journalism e che oggi va sotto il nome di fake news: notizie scandalistiche senza particolari prove e uso politico dei media per propagandare le proprie preferenze.

Non solo: dal 1903 era stato membro della Camera statunitense, e in seguito si era candidato a ogni possibile carica, da Presidente nel 1904 a sindaco di New York nel 1905 e 1909 a governatore dello stato di New York nel 1906, ogni volta senza essere eletto.

Amico dei grandi magnati delle major di Hollywood, Hearst li ospitava spesso nella reggia che si era fatto costruire a San Simeon, California, che condivideva con la seconda moglie, un’attrice chiamata Marion Davies che aveva promosso come poteva sui suoi giornali senza mai riuscire a renderla una star.

Strano a dirsi, Mankiewicz fu per lungo tempo ben visto da Hearst (nel film magnificamente interpretato da Charles Dance, già Tywin Lannister nel Trono di Spade), che ne apprezzava l’intelletto e le battute fulminanti, almeno fino a quando i suoi eccessi alcolici non lo bandirono dalla sua corte.

Mank, che da quanto riferivano gli amici era rimasto desideroso di vendetta per questo allontanamento, decise quindi di raccontarne la storia, mettendolo al centro assoluto del film che avrebbe dovuto scrivere per Welles. La storia sarebbe stata quella di un ragazzo di umili origini che, ereditando una fortuna, avrebbe compiuto una formidabile scalata al potere, diventando padrone di “37 giornali, due sindacati, industrie, stazioni radio, miniere d’oro”, sposandosi con la nipote del Presidente e costruendosi un castello-monumento.

Arrivato in punto di morte, però, la sua si sarebbe rivelata come una vita vuota, quella di un uomo che “non aveva mai dato niente di sé, e agli altri lasciava la mancia”, che “non aveva mai creduto a niente se non a se stesso”, e che “non cercò mai che amore, ma non ne aveva da darne”. Un po’ Gianni Agnelli, un po’ Donald Trump, quest’uomo così inconoscibile diventò il soggetto perfetto per un’indagine post mortem che ne rivelasse qualcosa di profondo, e il film sarebbe stato una raccolta di testimonianze in flashback da parte di chi lo aveva conosciuto meglio senza però conoscerlo mai del tutto.

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Ribattezzato Charles Foster Kane, ma comunque riconoscibilissimo per gli spettatori dell’epoca, il personaggio divenne protagonista di Quarto potere (Citizen Kane in originale), un film che, uscito nel 1941 con Welles sia regista che attore principale, divenne uno degli esordi più formidabili di sempre e un film più volte citato come il più grande della storia del cinema (qui la recensione di Coolturama).

Tali furono le somiglianze del “cittadino Kane” con la storia di Hearst che il magnate fece di tutto per impedirne la circolazione, evitando di menzionarlo sui suoi mezzi di comunicazione e tentando senza successo di pagare la RKO perché lo distruggesse.

Lo stile di regia barocco del ragazzo prodigio Welles, con usi mai visti fino ad allora della profondità di campo e del piano-sequenza, lo rese ammirato per i decenni a venire da critici e registi; la sua performance attoriale, in grado di passare agevolmente dalla rappresentazione di un venticinquenne (quale era nella realtà) a un settantenne, fu altrettanto magnetica; il contributo di tecnici straordinari quali Gregg Toland alla fotografia, Bernard Herrmann alle musiche e Robert Wise al montaggio fu impagabile; la mitologia relativa a “Rosebud”, la parola magica al centro del film, fu tale che nel 1982 Steven Spielberg acquistò “un oggetto” della produzione per sessantamila dollari (foto con SPOILER a questo link).

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E la sceneggiatura? In realtà all’epoca fu la categoria più apprezzata, se è vero che, su nove nomination agli Oscar del 1942, l’unica statuetta andò alla sceneggiatura originale co-firmata da Mankiewicz e Welles.

Come però racconta Mank, le cose non andarono lisce fino in fondo.

L’assunzione dello sceneggiatore prevedeva infatti inizialmente per contratto il suo fare da ghost writer, attribuendo la paternità dell’opera al solo Welles, che in questo modo avrebbe ancora di più cementato la sua fama di one-man wonder, mostrandosi come Autore nel senso più completo.

Quando però Mankiewicz si rese conto che quello che aveva scritto era il suo capolavoro, minacciò Welles di fare ricorso al sindacato degli sceneggiatori, e dopo qualche screzio il regista acconsentì a co-firmare la storia. Fino alla morte, Mank portò rancore a Welles, che a suo dire si era preso troppi meriti rispetto a una storia non sua, e come si vede nel film, alla vittoria dell’Oscar commentò “Sono molto lieto di accettare questo premio in assenza del signor Welles, visto che la sceneggiatura è stata effettivamente scritta in assenza del signor Welles”.

Per molto tempo, Mankiewicz fu pressoché l’unico a portare avanti questa versione dei fatti, ma nel 1971 a sostenere le accuse a Welles arrivò Pauline Kael, critica cinematografica che per decenni fu forse il nome più noto della professione.

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Con un lunghissimo scritto intitolato Raising Kane apparso in due numeri del New Yorker nel febbraio 1971, Kael denunciava il fatto che per tre decenni Welles fosse stato adulato come un “autore totale” quando in realtà la sceneggiatura di Quarto potere era al 100% opera di Mankiewicz. Molti cinefili lessero quell’articolo, e molti credettero alla nuova versione.

Nelle parole di Kael, a dimostrazione della sua estraneità dalla storia del film, “Welles non ha più lavorato su un dato soggetto con l’immediatezza e l’impatto di Kane. I suoi film successivi, anche quelli che ha faticato così tanto a finanziare con i suoi guadagni come attore, non sono stati concepiti in termini di temi moderni e audaci che ci entusiasmano, come l’idea stessa di Kane ci entusiasmò”.

Nell’ottobre 1972 Peter Bogdanovich – regista e grande amico di Welles – scrisse un contro-articolo su Esquire intitolato The Kane Mutiny in cui, riportando le parole di Welles, sosteneva che in realtà l’apporto del regista alla versione definitiva dello script fosse meritevole quanto quello di Mank di comparire nei titoli di coda. Secondo Welles, “Lo lasciai a scrivere per conto suo alla fine, perché avevamo perso troppo tempo a negoziare. Così, dopo alcuni accordi reciproci sulla storia e sul personaggio, Mank se ne andò con Houseman e scrisse la sua versione, mentre io a Hollywood scrissi la mia”.

La parola pressoché definitiva sull’argomento fu scritta da Robert L. Carringer nel 1978 con il libro The Scripts of Citizen Kane, che investigò negli archivi della RKO e trovò traccia di sette diverse stesure di sceneggiatura, delle quali solo le prime due erano a firma del solo Mank. Per quanto né Welles né altri abbiano mai negato che l’idea principale del soggetto, così come la trama relativa a “Rosebud”, fosse di Mankiewicz, il regista la modificò fino a ridurre il testo a 156 pagine, e la plasmò per offrire un ritratto diverso del suo protagonista.

La storia dei conflitti tra Mank e Welles fu raccontata anche in un film per la tv del 1999, RKO 281 – La vera storia di Quarto potere (RKO 281) di Benjamin Ross, e ora è il soggetto di uno dei film che probabilmente strapperanno più nomination agli Oscar 2021. La storia di Mank è stata scritta moltissimi anni fa da Jack Fincher, padre di David morto nel 2003, e se il punto di vista del film è molto (troppo?) schierato con la versione di Kael, al giorno d’oggi un po’ tutti possono scegliere a quale storia credere, perché al di là dei suoi autori Quarto potere è ancora oggi a disposizione per chi lo voglia ammirare.

Come ebbe a dire Welles, “Senza Mank sarebbe stato un film completamente diverso. La mia autostima gradirebbe pensare che sarebbe potuto essere altrettanto bello, ma senza Herman non sarei mai potuto arrivare al Kane che ne venne fuori. Quando eravamo insieme a New York, Mank era assolutamente fuori di sé dalla gioia per il banchiere Richard Whitney, che fu mandato a Sing Sing […] Penso che Kane fosse una sorta di spauracchio WASP per Mank. Un soggetto adatto per farci battute. […]

Ha dato un certo carattere al film a cui non avrei mai potuto pensare. Era una specie di virulenza controllata e allegra; stiamo finalmente dicendo la verità su una grande istituzione WASP. Personalmente a me piaceva Kane, ma mi sono adeguato. E questo probabilmente ha dato al film una certa tensione, il fatto che uno degli autori odiasse Kane e uno lo amasse. Ma nel suo odio per Hearst, o chiunque fosse Kane, Mank non aveva un’immagine abbastanza chiara di chi fosse l’uomo. Mank lo vedeva semplicemente come un mostro egocentrico con tutte queste persone intorno.

Quindi credo che il ritratto di un uomo non sia mai stato presente in nessuna delle stesure di Mank. […] Sentivo che la sua conoscenza era giornalistica, non molto ravvicinata: il punto di vista di un giornalista che scrive di un direttore di giornale che disprezza. […] La sceneggiatura mi somiglia di più quando la figura centrale sullo schermo è Kane, e somiglia di più a Mankiewicz quando è qualcun altro a parlare di lui. E non sono affatto sicuro che la parte migliore non sia in realtà quando si parla di Kane”.

Titoli di coda:

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LEGGI ANCHE: LA RECENSIONE DI MANK E DI QUARTO POTERE SU “MI CONSIGLI UN FILM?”

3 risposte a "Orson Welles e la storia vera che ha ispirato ‘Mank’ di David Fincher | Su Netflix"

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  1. Ho trovato impressionante la somiglianza della voce di Tom Burke con quella vera di Orson Welles, in alcuni momenti aveva davvero le stesse inflessioni. E mi ha fatto uno strano effetto rivedere il “Soldato Cowboy” di Kubrick in un altro film! 🙂

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