Mi consigli un film? – Vol. 23

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Se un film tra quelli recensiti vi incuriosisce, provate a dare un’occhiata all’app JustWatch per scoprire se per caso sia disponibile su Netflix, Prime Video, RaiPlay, Infinity o altre piattaforme di streaming (non mi pagano per la pubblicità!).

Di seguito le recensioni di: Quarto potere, Mank, Il pranzo di Babette, Moby Dick, la balena bianca, Il mio Godard.

Via al volume 23! (qui l’archivio con tutte le altre puntate)


Quarto potere (Citizen Kane)

Orson Welles, 1941

Che cosa non è stato ancora detto di Quarto potere? È senza dubbio uno degli esordi alla regia più formidabili di sempre, e nel corso degli ultimi ottant’anni è stato più e più volte citato come il più grande film della storia del cinema. Inoltre, dal 4 dicembre è uscito Mank di David Fincher, che ne ripercorre la creazione, quindi per chi volesse capirci qualcosa è una visione necessaria.

Siamo onesti, però: se esistono film come Via col vento o Il padrino che sono noti ai super-cinefili così come agli spettatori distratti, Quarto potere non si può dire conosciuto quanto altri capolavori per chi non sia un fissato della settima arte, ed è anzi un interessante caso di film stranoto in certi ambienti e ignorato in altri.

Possiamo quindi presentarlo come un film biografico su un personaggio immaginario, Charles Foster Kane, che però fu ripreso in larga parte dall’imprenditore realmente esistito (e vivo all’epoca del film) William Randolph Hearst (1863-1951), imprenditore dei media, uomo politico e fondatore dell’ancora esistente casa editrice Hearst.

Di Kane ci viene mostrata sin dall’inizio la morte in tarda età dopo aver accumulato immense ricchezze, e da lì il film si sviluppa seguendo le indagini di un giornalista desideroso di capire perché in punto di morte abbia pronunciato la misteriosa parola “Rosebud” (“Rosabella” in italiano). Vengono quindi interrogate diverse persone che gli sono state vicine nella vita, e in vari flashback verrà tracciato un ritratto del personaggio, ma solo noi spettatori sapremo qual è la risposta al mistero.

Visto con gli occhi di oggi, cercando di dimenticarsi tutte le lodi che ha accumulato nel tempo, si può dire che il film si distingue ancora per la sua forma erratica: ci sono ben 12 minuti di cinegiornale prima che inizi la storia vera e propria, e il resto è un andirivieni continuo tra presente e passato, ogni volta con punti di vista diversi. Ancora oggi è incredibile come il Welles attore sia credibilissimo a ogni fase della vita del personaggio che interpreta, considerando che lo incarna dai venticinque anni alla vecchiaia; c’è poi una fortissima impronta personale nelle scelte barocche di regia, dalle molte facce nascoste in ombra alle inquadrature dal basso, dagli sguardi in macchina ai lunghi piani-sequenza.

Per il resto non è lesa maestà dire che, rivedendolo, sia un film più di mente che di cuore (escludendo il finale), più un biopic di stampo politico che una storia di sentimenti; nella seconda parte, poi, quando si segue il declino del rapporto con la seconda moglie, il film si fa più noioso così come il personaggio-Kane. È difficile però non provare un’emozione sulla gloriosa inquadratura finale, che con una parola ormai mitica riesce a trasmettere il senso di struggente malinconia di un’intera vita.

Mank

David Fincher, 2020

Come al solito, questo spazio ospita recensioni (mediamente) brevi, ma per chi voglia approfondire la storia di questo film e le vicende reali a cui si ispira, su Coolturama c’è un articolo completamente dedicato all’argomento.

Uscito su Netflix il 4 dicembre, Mank è l’undicesimo film di David Fincher, e uno dei più ostici: in bianco e nero, molto povero d’azione e dedicato a un tema di nicchia come la genesi del film di Orson Welles Quarto potere (1941). In particolare, si narra la storia dell’uomo che insieme a Welles la mise su carta, lo sceneggiatore Herman J. Mankiewicz (1897-1953) detto “Mank”, figura misconosciuta che a partire dagli anni Venti scrisse decine di film ed è qui interpretato da un grande Gary Oldman proiettato verso un possibile secondo Oscar.

Fincher fa avanti e indietro tra il 1940, anno in cui si svolge l’azione principale, e vari episodi degli anni Trenta che contribuiscono a dare un ritratto del personaggio-Mank, tra produttori squali, spietati dirigenti delle grandi major e un’attitudine personale al cinismo, al disincanto e al genio letterario.

Un po’ Truman Capote, un po’ Jep Gambardella, Mank vive per un po’ alla corte del ricchissimo magnate William Randolph Hearst (magnificamente interpretato da Charles Dance, già Tywin Lannister nel Trono di Spade), prima di decidersi a rivoltarglisi contro in nome dei suoi principi morali.

I principi morali del film Mank sono invece piuttosto discutibili, visto che la sceneggiatura scritta dal padre di Fincher, Jack, è basata sull’assunto, ampiamente dimostrato come falso, che Mankiewicz fosse l’unico autore dello script di Quarto potere, e che Orson Welles (la cui magnifica voce è imitata alla perfezione) se ne fosse preso ingiustamente il merito.

I dialoghi sono brillanti, la fotografia perfettamente in linea con quella dell’epoca, e spesso troppo scura (un po’ come in Roma di Cuaròn), con tanto di finte bruciature sulla pellicola, e di Citizen Kane il film riprende la struttura a flashback tra presente e passato.

Il resto però è la solita arcinota descrizione di Hollywood come una Babilonia di immoralità e geni sregolati, e Mank è l’ennesimo antieroe puro che, come i tanti scrittori ubriaconi del periodo, ne mette in luce le storture. A volte lo fa con pantomime da applauso (la cena a casa Hearst), ma per il resto è difficile farsi coinvolgere davvero da questo personaggio indecifrabile, che non sembra nemmeno avere una “Rosebud” personale per renderlo più umano. Un film piuttosto disonesto rispetto alla realtà dei fatti, che comunque avrà la sua dose di fan sfegatati, perché confezionato con indubbia raffinatezza e dedicato a uno dei grandi oggetti di culto della cinefilia, ma che in fondo è un giocattolino sterile per nerd di cinema.

Il pranzo di Babette (Babettes gæstebud)

Gabriel Axel, 1987

Un film danese che ha avuto grande successo, aggiudicandosi anche l’Oscar come miglior film straniero nel 1988, e sono talmente pochi i film danesi ad aver avuto successo al di fuori della loro madrepatria che può capitare che, a distanza di trent’anni, si possano ritrovare qui due attori già protagonisti dell’indimenticabile Ordet – La Parola (1955) di Dreyer.

In questo caso, la storia riprende un omonimo raccontino della scrittrice danese Karen Blixen scritto nel 1950, e lo fa con grande fedeltà, usando spesso per i dialoghi e per la voce narrante le stesse parole scritte dall’autrice.

Siamo alla fine dell’Ottocento, in un piccolo villaggio piuttosto desolato sul mare del Nord, e due anziane sorelle del luogo hanno vissuto la loro intera vita rispettando una casta frugalità, respingendo i corteggiatori da giovani e fuggendo ogni lusso in tarda età. Le cose cambiano quando, in occasione di un anniversario, la loro cuoca Babette (una grande Stéphane Audran), esule dalla Francia, decide di preparare per loro e per un gruppo di spartani ospiti un pranzo capace di avvicinarli all’estasi del piacere, e scaldare miracolosamente i loro cuori.

Dire altro sarebbe poco corretto, ma il film è capace, tanto quanto il racconto, di creare un’atmosfera sobria e assolutamente poco “turistica”, ma allo stesso tempo armoniosa e accogliente, come se in quella voce narrante fiabesca ci fosse un ingrediente segreto in grado di portare serenità. Un po’ come in una versione scandinava dell’Albero degli zoccoli di Olmi, la frugalità e il pudore dei personaggi trasmettono un calore che sembra appartenere a un cinema molto più antico.

Sia il racconto che il film lasciano piuttosto dubbiosi sulla morale trasmessa, come se in fondo solo chi abbia assaggiato le pietanze deliziose cucinate da Babette possa veramente afferrarne il mistero, ma questo senso di vaghezza quasi religiosa è probabilmente ciò che ne fa il suo fascino.

Moby Dick, la balena bianca (Moby Dick)

John Huston, 1956

In linea di massima, tutti conoscono la trama di Moby Dick: c’è un capitano chiamato Achab (anzi, Ahab in originale) che vuole assolutamente fare fuori una balena bianca che gli ha mangiato una gamba. Ma per il resto, di che cosa sono fatte le oltre 600 pagine del romanzo?

In effetti la storia pubblicata da Herman Melville nel 1851, per quanto sia considerata un caposaldo della letteratura statunitense, è in realtà molto più che un libro d’avventura: tra lunghissime digressioni ittiologiche, elaborate descrizioni della caccia alla balena e metafore religiose, le sue pagine possono lasciare ammirati quanto sopraffatti.

Era quindi difficile trasporre sul grande schermo una storia sì epica, ma anche ricca di momenti interlocutori, e soprattutto era difficile farlo nel 1956, quando i mezzi di Hollywood per costruire un’enorme balena erano più o meno pari a quelli del carnevale di Viareggio.

Nonostante questo, il film è interessante nel suo rappresentare la vita a bordo di una baleniera, e Gregory Peck, per quanto sembri decisamente posticcio il suo aspetto, è abbastanza autorevole (ma forse non abbastanza spaventoso) per dare corpo all’ossessivo Achab, l’uomo che “colpirebbe il sole, se lo insultasse”.

Le scene a terra prima della partenza con i marinai che cantano in una locanda scaldano il cuore come nei western di John Ford, e c’è anche tempo per una comparsata di un monumentale Orson Welles nelle vesti di prete di mare, che su un pulpito a forma di nave predica nella “Cappella del baleniere”.

Purtroppo però, il film, a differenza del suo grande discepolo Lo squalo, che saggiamente dipingeva varie “battaglie” prima della guerra finale contro il mostro, fa comparire la bestia del titolo dopo un’ora e un quarto, rimandando i fuochi d’artificio solo al finale (cosa che d’altronde faceva anche il libro). L’ultimo folle attacco di Achab è comunque emozionante, ma i mezzi tecnici sono quelli che sono, e il film alla fine vale più come studio di personaggi che come vera e propria avventura.

Il mio Godard (Le redoutable)

Michel Hazanavicius, 2017

Ci sono registi che sono star tanto quanto i loro attori, e Jean-Luc Godard rientra sicuramente tra questi. Simbolo della Nouvelle Vague francese sin dal suo esordio nel 1960 con Fino all’ultimo respiro, il regista di Questa è la mia vita, Il disprezzo, La donna e donna e mille altri film si è sicuramente distinto per una personalità decisa, enigmatica e a volte insopportabile (per chi volesse approfondirne la conoscenza, pochi giorni fa ne ho scritto su Birdmen Magazine per i suoi 90 anni).

Questo film ce lo mostra, interpretato dall’idolo dell’indie cinema transalpino Louis Garrel (che già nei Dreamers bertolucciani lo citava correndo tra le stanze del Louvre), mentre attraversa una delle fasi più complesse della sua carriera e della sua vita. È il 1967 e da pochissimo Godard si è separato dalla moglie e musa cinematografica Anna Karina (comparsa in quasi tutti i suoi film precedenti), e per non smentirsi comincia una nuova fase usando come attrice principale la seconda moglie Anne Wiazemsky.

Il matrimonio, intersecato con le critiche negative al suo film La cinese e all’inizio di un suo sempre più marcato impegno politico, non è dei più felici, e il film lo è ancora meno: se il vero Godard, pur a volte odioso, ha sempre mantenuto un fondo di diabolica simpatia, Garrel lo rende ancora più serioso e ostinato di quanto non lo abbiamo conosciuto pubblicamente. Meglio a questo punto buttarsi sul Godard reale, che almeno in mezzo alla noia aveva lampi di genio.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio)

3 risposte a "Mi consigli un film? – Vol. 23"

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  1. Avevo commentato l’altro pezzo citando la somiglianza della voce di Orson Welles e vedo qui che lo hai notato anche tu! Mank l’ho visto ieri sera e devo ancora assorbirlo per bene, di certo non è uno di quei film per cui ti strappi i capelli per l’emozione, ma è talmente affascinante, credibile e tecnicamente superbo che ho difficoltà a descriverlo con parole che non ne sottolineino la grandezza. Ciò che mi chiedo è: mi è piaciuto perché amo molto Quarto Potere? Mi sarebbe ugualmente piaciuto e avrei colto tutto se non conoscessi a menadito il film di Welles? Ad ogni modo, Oldman ha l’Oscar in tasca, è straordinario.

    Per il resto non ho visto nulla: il romanzo di Melville ai tempi mi ha sopraffatto e dopo venti pagine di canti marinari mi sono arreso intorno alla metà del libro, ci riproverò tra qualche anno. Godard per me è morto dopo il litigio con Truffaut negli anni 70 e ancor di più dopo aver dato buca ad Agnes Varda in una scena del suo magnifico “Visages, Villages”.

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    1. Ahah infatti leggendo l’altro commento avevo capito che l’avevamo notato entrambi! Guarda, su Mank forse sono stato un po’ troppo duro, ma mi è sembrata un’operazione molto di testa, una cosa per pochi intimi fissati sul tema, che secondo me al di là dell’estetica e degli attori lascia freddi. Poi non so, diciamo che un film che sembra fatto per esaltare i principi morali di un uomo mi crolla se l’assunto di partenza (Welles impostore) è falso.
      Su Moby Dick anch’io ho avuto varie false partenze ma alla fine ce l’ho fatta, ed è stata ardua. Godard è uno stronzo e dopo una full immersion recente nei suoi film l’ho anche rivalutato negativamente come regista, però è uno stronzo malignamente simpatico 😀

      Piace a 1 persona

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