Mi consigli un film? – Vol. 24

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Se un film tra quelli recensiti vi incuriosisce, provate a dare un’occhiata all’app JustWatch per scoprire se per caso sia disponibile su Netflix, Prime Video, RaiPlay, Infinity o altre piattaforme di streaming (non mi pagano per la pubblicità!).

Di seguito le recensioni di: John Wick, Closer, Cercasi Susan disperatamente, The Lobster, La belva.

Via al volume 24! (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico)


John Wick

Chad Stahelski, 2014

Da una rapida ricerca in rete mi rendo conto di non essere l’unico ad averlo pensato, ma volendo riassumere questo film si può tranquillamente utilizzare la nota parabola resa celebre da Gigi Proietti sul Cavaliere nero, in questo caso avente i connotati di Keanu Reeves.

Il signor Wick da lui interpretato è infatti un killer professionista di quelli invincibili e spietati, stile Kaiser Soze de I soliti sospetti, ma all’inizio del film è per nostra fortuna in pre-pensionamento, visto che si gode una borghese vita famigliare con la moglie e un tenero cagnolino.

Ecco: purtroppo un gruppo di teppistelli di origine russa rovinano, per così dire, questo amabile quadretto, e avranno modo di verificare sulla propria pelle che la massima gigiproiettiana corrisponde alla realtà.

Il film è sostanzialmente la messa in scena di un mondo fumettistico con delle regole tutte sue, in cui interi hotel sono dedicati ad ospitare sicari professionisti e si decide di ammazzare un vecchio amico sorseggiando un drink. L’ambiente di mafiosi russi e criminali che si conoscono tutti per nome ricorda La promessa dell’assassino di Cronenberg (2007) e Sin City di Rodriguez (2005), senza dimenticare l’originatore di tutto, Rambo (1982), ma il tono non è né abbastanza serio né abbastanza ironico, e finisce solo per essere uno sfoggio di botte a non finire con Marilyn Manson in sottofondo.

Proverò col secondo capitolo (su tre) della saga, che pare sia migliore.

Closer

Mike Nichols, 2004

Julia Roberts, Jude Law, Natalie Portman, Clive Owen: difficile immaginare molti altri film con un cast di questa portata, e pressoché impossibile immaginarli in un film come questo.

Non si tratta infatti di un simil-Ocean’s Eleven o di una commedia romantica natalizia, ma di un dramma a tinte erotiche totalmente anti-hollywoodiano, tratto dall’omonima pièce teatrale (1997) dell’autore britannico Patrick Marber e diretto dal veterano Mike Nichols, firma del Laureato (1967).

A Londra si conoscono per caso Alice, spogliarellista, e Dan, aspirante scrittore (Law e Portman), giovani e di bell’(issimo) aspetto, e in poco tempo cominciano una relazione sentimentale. Tempo dopo, però, Dan fa la conoscenza della fotografa Anna (Roberts), con la quale intreccia una storia clandestina. Il caso vuole che nel triangolo entri anche Larry (Owen), medico che si sposa con Anna ma che dovrà a fare i conti con il suo essere ancora infatuata di Dan.

Gli intrecci non finiscono qui, ma rivelare oltre sarebbe spoiler: quello che si può dire è che nel corso del film verranno sondati, in modo anche sgradevole e crudo, gli abissi del desiderio, del tradimento, della gelosia e della menzogna, con toni e dialoghi decisamente forti per produzioni di questo tipo.

Rimane l’impianto teatrale nell’assenza di altri personaggi oltre ai quattro protagonisti, e nelle grandi e coraggiose performance di tutti e quattro (forse è Portman a svettare, di poco). Il limite sta nel fatto che la storia procede a blocchi temporali separati, senza dare veramente l’impressione di uno sviluppo dei personaggi, al di là dei loro cambi di ruolo nelle relazioni che intrattengono. Sicuramente interessante, ma più vacuo di quello che vuole sembrare. (Curiosità: fu portato a teatro in Italia nel 2001 con la regia di Luca Guadagnino e con Claudia Gerini tra gli attori).

Cercasi Susan disperatamente (Desperately Seeking Susan)

Susan Seidelman, 1985

Nella New York di metà anni Ottanta, la casalinga Roberta (la Rosanna Arquette rapinatrice di Pulp Fiction) vive una desolante vita matrimoniale con un imprenditore di vasche idromassaggio, e intanto sogna l’avventura. Per farlo, si incuriosisce a un annuncio sul giornale con le parole del titolo, e decide di andare sul luogo dell’imminente incontro tra due amanti per sognare un po’ con loro.

Peccato però che una serie di equivoci la porterà a essere scambiata per la famosa Susan (che poi è Madonna), e in un mondo senza cellulari finirà per vivere pericolosamente alcuni giorni tra bassifondi, sicari, nuovi amori punk e spettacoli di magia, insomma vivendo finalmente l’avventura che sognava.

Ci sono film che, al di là del loro effettivo valore (in questo caso bassino), hanno la capacità di fotografare un’epoca, una città, un momento, e questo ci riesce. Non fosse altro perché la Susan del titolo è Miss Louise Veronica Ciccone in arte Madonna, che l’anno prima aveva sfondato con Like a Virgin e già allora provava a costruirsi una carriera da attrice.

Ma non c’è solo Madonna: il vestiario, il design, le capigliature, il ritmo, la musica: tutto riporta all’America urbana di quegli anni, un mondo di gente alla moda che sembra uscita da una sfilata di Versace e che pare la versione in salsa americana dei film di Almodovar degli stessi anni.

La Arquette è brava come svampita borghese sognatrice in stile Lo sceicco bianco, ma va detto che la trama è molto esile, e basta distrarsi un attimo per non capire cos’ha portato i personaggi da una scena all’altra. Molto simpatica comunque la scena di Madonna che al juke-box ascolta Into the Groovedi Madonna.

The Lobster

Yorgos Lanthimos, 2015

Yorgos Lanthimos non è uno con cui prenderei un caffè sentendomi propriamente a mio agio. Il regista greco è infatti uno degli autori più inquietanti dell’ultimo decennio, e basta aver visto un suo solo film per riconoscere una rara capacità di creare angoscia attraverso scenari malati e perversi (qui recensimmo Il sacrificio del cervo sacro, 2017).

Se La favorita è stato finora il suo più grande successo (ben 10 candidature agli Oscar 2019), e forse anche un leggero sforzo di adeguare le sue fantasie sadiche a un dramma storico lievemente più tradizionale, questo The Lobster è il suo esordio nella lingua inglese e non fa sconti a nessuno.

Siamo in un presente alternativo, vagamente fantascientifico ma senza dettagli, in cui la coppia è l’istituzione principale della società, tanto che i single vengono considerati dei fuorilegge. Non solo: se per disgrazia ci si ritrova soli, come il recentemente divorziato Colin Farrell, la legge impone di vivere prigionieri in un hotel/clinica in cui uomini e donne vivono in contatto forzato per favorire la formazione di nuove coppie. Se non ci si riesce entro un certo numero di giorni, il castigo è terribile: essere trasformati per sempre in un animale a propria scelta.

L’idea del mondo single-fobico, che in fondo amplifica una tendenza esistente nella nostra società, è sicuramente interessante, ma bisogna avere una dimensione masochista piuttosto marcata per poterne apprezzare la rappresentazione senza sentirsi terrorizzati. La storia segue il protagonista Farrell (bravo e coraggioso) e un cast notevolissimo attraverso innumerevoli umiliazioni e torture mentali e spirituali, e quando lo spettatore tira un attimo il respiro, per esempio attraverso la speranza di un’evasione o di una storia d’amore sincera, subito il sadismo del regista interviene a raffreddare ogni entusiasmo.

È un cinema della crudeltà, eccessivo, di una glacialità disturbante, vicino forse a Kubrick nella sua freddezza entomologica: una successione di scene ancor più scioccanti perché rappresentate in forma quasi satirica, con punte di humor nero che non fanno che rendere il tutto più perverso. Per dirla in altro modo, se Ramsay Bolton di Game of Thrones avesse fatto il regista, probabilmente avrebbe diretto questo film.

La belva

Ludovico Di Martino, 2020

Questo film, distribuito su Netflix dal 27 novembre 2020, vale più che altro come segnale di una nuova tendenza del cinema italiano più giovane, qui rappresentato dal regista Ludovico Di Martino (classe 1992!) e dal produttore Matteo Rovere (1982), in grandissima volata dopo il successo de Il primo re al cinema e di Romulus in tv.

Questa tendenza sembra dirci che il cinema italiano che abbiamo sempre conosciuto, quello che già nel 1993 Nanni Moretti parodiava in Caro diario, con i quarantenni che discutono di generazioni sconfitte all’interno di salotti borghesi e male illuminati, potrebbe non essere l’unico cinema italiano possibile.

La belva è infatti una storia nostrana che riprende in toto gli stilemi dell’action movie hollywoodiano, e nel farlo ha addirittura il coraggio di usare come protagonista Fabrizio Gifuni, un figlio nobile del cinema d’autore che fino a poco tempo fa era in teatro a impersonare Aldo Moro oppure in tv nel ruolo di De Gasperi o Paolo VI.

La storia è quella del capitano Leonida Riva, ex membro delle forze speciali dell’esercito, in piena sofferenza da disturbo post-traumatico dopo una missione particolarmente sanguinosa in Afghanistan. Quando ignoti criminali hanno la non geniale idea di rapirgli la figlioletta, piuttosto che lasciar fare alle forze dell’ordine come chiunque altro, Riva si mette da solo alla ricerca dei rapitori, e nel frattempo fa fuori una dozzina di persone a colpi di judo.

Il film, che ricalca fin troppo spudoratamente Io vi troverò, il sopraccitato John Wick o, più indietro, Il giustiziere della notte, è di quelli in cui perfino lo stile dei titoli di testa non sembra italiano, ma purtroppo la sua italianità c’è comunque, e finisce per risultare nociva.

Il fatto è che in un John Wick accettiamo senza battere ciglio certe situazioni inverosimili, o certi dialoghi enfatici, perché quelle sono le convenzioni del genere, ma quando sono recitate in italiano e hanno l’EUR come sfondo suonano decisamente troppo posticce, e si scivola facilmente nel b-movie. A parte il monosillabico Gifuni, gli altri attori non sembrino all’altezza della parte, e spesso si rischia il ridicolo involontario nel voler rifare l’America con mezzi scadenti. Il coraggio però va applaudito, nelle intenzioni così come in un piano sequenza tecnicamente notevolissimo.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico)

3 risposte a "Mi consigli un film? – Vol. 24"

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