Born in the U.S.A.: il grande equivoco del rock’n’roll

Era il 4 giugno 1984, un mese esatto prima della 207esima Festa dell’Indipendenza statunitense, e il cantautore americano Bruce Springsteen diede alle stampe il suo settimo album. Il titolo? Born in the U.S.A.

Considerando che Springsteen aveva sfornato il suo primo disco ben undici anni prima, che Born In the U.S.A. non è nemmeno considerato il suo album migliore, e che ci sarebbero stati ancora innumerevoli dischi e tour nei decenni successivi, ci si potrebbe chiedere come mai questa data meriti tanta attenzione.

Il fatto è che, nei suoi pregi e nei suoi difetti, quel disco è diventato – già pochissimo tempo dopo la sua uscita – qualcosa di trascendente la semplice qualità musicale, fissandosi come un evento culturale che avrebbe influenzato non solo la carriera del Boss, ma anche i gusti musicali del decennio e addirittura la percezione mondiale di quegli U.S.A. citati nel titolo.

Per capire in che modo questo sia successo, è necessario ricostruire almeno a grandi linee il contesto dell’epoca, sia sul versante della storia dell’autore che della Storia con la S maiuscola.

Per quanto riguarda Springsteen, nel 1984 era un trentacinquenne con una solida carriera alle spalle: nel 1973 aveva debuttato senza troppo successo, nel 1975 aveva sfondato con Born To Run (guadagnandosi le copertine di Time e Newsweek), nel 1978 aveva regalato Because the Night a Patti Smith, nel 1980 aveva raggiunto per la prima volta la vetta delle classifiche con The River, e nel corso di tutti questi anni si era costruito una fama di instancabile performer e di nume tutelare del rock più classico e passionale. La sua ultima fatica discografica risaliva al 1982, quando aveva pubblicato un suicidio commerciale come Nebraska, un album di demo acustiche voce e chitarra che lo aveva sicuramente santificato presso la critica, ma che non aveva prodotto alcun singolo di successo.

Springsteen, il suo management e la sua casa discografica erano concordi su una cosa: per il prossimo disco niente colpi di testa autolesionisti, niente pudori da rocker duro e puro: bisognava puntare in alto. Singoli, videoclip, suoni, tour, muscoli: tutto stavolta doveva essere più in grande.

Volendo invece sintetizzare in poche righe il contesto culturale di quel 1984, questa potrebbe essere una panoramica parziale: Ronald Reagan è il presidente degli Stati Uniti dal 1980, e a fine anno sarà rieletto: la sua politica è a base di slogan semplicistici, libero mercato, riarmo, tensione continua con l’U.R.S.S. e interferenze armate all’estero. Contemporaneamente, in Gran Bretagna a governare è Margaret Thatcher, che in quei giorni si fa notare per una lotta spietata contro il sindacato dei minatori.

Gli americani sono sempre più distanti dagli anni dell’impegno e del grande sogno della summer of love, e la tendenza generale è al ritorno del privato e alla ricerca del successo: fuori gli hippie, arrivano gli yuppie. In estate si tengono le Olimpiadi a Los Angeles, vetrina internazionale per gli U.S.A. segnata dal boicottaggio da parte degli stati sovietici.

Musicalmente, in classifica il rock e il punk che trionfavano negli anni Settanta sembrano essere stati spodestati da artisti più leggeri: spopolano Michael Jackson (record di vendite nel 1982-83 con Thriller); Madonna (Like A Virgin è dell’84); i new romantics alla Duran Duran; Phil Collins e Lionel Richie. Perfino i veterani del decennio precedente ottengono i loro maggiori successi di classifica alleggerendo sound e tematiche, dal David Bowie di Let’s Dance allo Stevie Wonder di I Just Called To Say I Love You.

Al cinema è l’era dei super-blockbuster della coppia Spielberg-Lucas: Indiana Jones e il tempio maledetto, Il ritorno dello Jedi, Ritorno al futuro. Restando sul cinema – che com’è noto è sempre stato una buona cartina di tornasole del clima politico e culturale di un Paese come gli U.S.A., – comincia a farsi strada anche un nuovo eroe d’azione, tutto muscoli e violenza: nel 1984 esce Terminator, tra i primi veri successi di Schwarzenegger, mentre nel 1985 appaiono sia Rambo II – La vendetta, con Stallone impegnato a esorcizzare via celluloide la sconfitta in Vietnam, che Rocky IV, fotografia perfetta del clima patriottico e anti-sovietico dell’era reaganiana.

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Ecco, nel bel mezzo di questo clima disimpegnato, conservatore, macho e nazionalista, compare Born in the U.S.A., e la sua forza sta nell’essere allo stesso tempo un forte atto di reazione a tutto questo, ma incredibilmente anche un tassello importante dello stesso immaginario.

Cominciamo dalla copertina: Bruce non si vede, o almeno non se ne vede la faccia. Nella foto-icona scattata da Annie Leibovitz, in primo piano c’è il suo culo, in un paio di blue jeans che più working class non si può, e sullo sfondo le strisce inconfondibili della bandiera americana. Qualcuno dice che ci sta pisciando sopra, ma sono in pochi.

Poi c’è il primo singolo, che in fondo è il debutto in società di ogni album: quello scelto per l’occasione è Dancing In the Dark, e per i fan del Boss è uno choc: il ritmo è più dance che rock, la batteria è la definizione pura del suono anni Ottanta, con quel rullante pieno di eco, e lo strumento principale non è il pianoforte o la chitarra, ma – orrore! – il sintetizzatore.

Come se non bastasse, a corredo del pezzo esce anche un videoclip – il primo vero ingresso di Springsteen nell’era di MTV –, in cui Bruce sembra irriconoscibile: intanto è palestrato, dopo dieci anni da magro incallito; poi non imbraccia la chitarra; e infine la fotografia patinata di Brian De Palma (regista del video) lo fa assomigliare più a un teen idol che a un rude rocker trentacinquenne.

Il pezzo è costruito per vincere: è impossibile non muovere il piedino quando parte, anche se con un po’ di vergogna da parte dei fan più anziani, e infatti va alla grande: il singolo si spinge fino al secondo posto delle classifiche (il Boss maledirà amabilmente Prince per avergli negato la prima posizione, mai più raggiunta), e l’album resta al primo posto per sette settimane consecutive, producendo sette (sette!) singoli totali.

Però qualcosa non torna. Sì, perché ad ascoltare bene il testo di quel pezzo dance-rock, non c’è molto da divertirsi. Non si parla di cars & girls, gli argomenti-principe della mitologia springsteeniana, e in generale le liriche fanno pensare più allo sfogo di un depresso che a una celebrazione da discoteca:

“Mi alzo di sera, e non ho niente da dire

Torno a casa al mattino

Vado a letto sentendomi sempre uguale

Non sono che stanco

Solo stanco e stufo di me stesso

Ehi piccola, non mi dispiacerebbe un po’ d’aiuto

 

Non puoi accendere un fuoco

Non puoi accendere un fuoco senza una scintilla

Questo mercenario è a disposizione

Anche se stiamo solo ballando al buio

 

I messaggi si fanno sempre più chiari

La radio è accesa e giro in tondo per la casa

Mi controllo allo specchio

Voglio cambiare i miei vestiti, i miei capelli, la mia faccia

Non sto concludendo niente

Sto solo vivendo in una topaia come questa

Da qualche parte sta succedendo qualcosa

Piccola, lo so che è così

 

Non puoi accendere un fuoco

Non puoi accendere un fuoco senza una scintilla

Questo mercenario è a disposizione

Anche se stiamo solo ballando al buio

 

Te ne stai seduto a invecchiare

Dev’essere uno scherzo, e io ne sono la vittima

Mi scrollerò questo mondo dalle spalle

Forza piccola, ridi pure di me

 

Resta sulle strade di questa città

E ti faranno a pezzetti per benino

Dicono che bisogna essere sempre affamati

Ehi piccola, io qui sto morendo di fame stanotte

Non so che darei per un po’ di movimento

Sono stanco di starmene qui seduto a cercare di scrivere questo libro

Ho bisogno di una reazione d’amore

Su, piccola, dammi solo uno sguardo

 

Non puoi accendere un fuoco

Standotene seduto a piangere per un cuore spezzato

Questo mercenario è a disposizione

Anche se stiamo solo ballando al buio

 

Non puoi accendere un fuoco

Preoccupandoti che il tuo piccolo mondo crolli

Questo mercenario è a disposizione

Anche se stiamo solo ballando al buio”

Il fatto che Springsteen decenni dopo confesserà di essere affetto da depressione, e di aver cominciato a frequentare un terapeuta proprio in quest’epoca, non fa che confermare la cosa.

Ma questo è solo l’inizio.

A ottobre 1984, infatti, esce anche il terzo singolo (il secondo era stato il dimenticabile Cover Me), e qui le cose si fanno ancora più serie: il nome del pezzo infatti è proprio Born In the U.S.A., e da quel giorno diventerà non solo il pezzo-simbolo del Boss, noto anche a chi non sa che faccia abbia, ma rappresenterà un intero Stato e un’intera visione del mondo.

Per capirci: Giorgio Gaber nel 1976 recita in teatro il monologo L’America, una satira feroce della cultura a stelle e strisce: “Non c’è popolo più stupido degli americani. La cultura non li ha mai intaccati. Volutamente, sì, perché hanno ragione di diffidare della nostra cultura: vecchia, elaborata, contorta… Certo, più semplicità, più immediatezza: loro creano così, come cagare!”. Negli anni Settanta, a fare da intro al parlato c’è la colonna sonora del western Mezzogiorno di fuoco. Quando Gaber riprende il monologo negli anni Novanta, a fare da intro c’è Born in the U.S.A.

Ma parliamo del pezzo.

Anche qui i sintetizzatori e la batteria la fanno da padroni, e questa volta con il volume alzato a 11: la voce di Springsteen è un ululato rauco che potrebbe spaccare il mondo, il ritmo è quello di una marcia trionfale, e il ritornello è formato da un’unica, semplice frase: “Born in the U.S.A.”, nato negli USA.

Ma il resto del testo, a parte il ritornello? Eccolo:

“Nato in una città di morti

Il primo calcio che ho preso è stato quando ho messo piede a terra

Finisci come un cane che è stato malmenato troppo a lungo

E passi metà della tua vita a nascondere la verità

Nato negli USA

Sono nato negli USA

 

Sono finito in un piccolo guaio giudiziario dalle mie parti

Così mi hanno messo un mitra in mano

E spedito in una terra straniera

Per andare ad ammazzare i musi gialli

Nato negli USA

Sono nato negli USA

 

Torno a casa e alla raffineria

Il tizio delle assunzioni mi fa: “Figliolo, dipendesse da me…”

Vado dal tipo dell’Associazione Veterani

Mi dice: “Figliolo, non capisci?”

Avevo un fratello a Khe Sahn che combatteva contro i Vietcong

Loro sono ancora lì, lui è andato per sempre

Aveva una donna che amava a Saigon

Ho una foto di lui tra le sue braccia adesso

 

All’ombra del penitenziario

Tra le fiamme di gas della raffineria

Sono dieci anni che brucio per la strada

Non ho dove correre, non ho dove andare

Nato negli USA

Sono nato negli USA”

Abbastanza inequivocabile. La storia di un reduce del Vietnam che dal suo Paese non ha avuto che irriconoscenza, e che usa quel “Sono nato negli USA” più che altro per dire “anch’io teoricamente sarei un americano, e nonostante questo sono finito così”.

Ma si sa come sono le canzonette: si canticchiano senza fare troppo caso a quello che dicono. All’estero il testo non si capisce, se non per quella frase immediata, e in America, dove teoricamente si parla inglese, si preferisce non capire.

L’America di Reagan ha trovato il suo inno: un pezzo patriottico, nazionalista, imperiale, che rivendica con orgoglio la propria appartenenza ed è pronto a gridarla a chiunque si voglia mettere contro. E infatti, il 19 settembre, è il presidente in persona a dare il suo imprimatur durante un comizio per la rielezione: “Il futuro dell’America dimora in mille sogni nei nostri cuori; dimora nel messaggio di speranza che si trova nelle canzoni di un uomo ammirato da tanti giovani americani: Bruce Springsteen del New Jersey. E aiutarvi a realizzare questi sogni è il senso ultimo del mio lavoro”. Tac. Segnato a vita dalla mano del diavolo.

Poco importa che il 4 novembre 1980, quando Reagan era stato eletto per la prima volta, Springsteen durante un concerto avesse detto al pubblico: “Non so cosa pensiate di quello che è successo ieri, ma io credo che sia piuttosto spaventoso”.

Poco importa che tre giorni dopo il comizio di Reagan, Springsteen in concerto dica questo: “Il Presidente parlava di me l’altro giorno, e mi domandavo quale potesse essere il suo LP preferito tra i miei. Sono sicuro che non sarà certamente Nebraska, non credo che l’abbia ascoltato, questo qui”. E attacca Johnny 99, la storia di un tizio che, dopo che la fabbrica in cui lavorava è stata chiusa, tenta una rapina ma viene arrestato e condannato a 99 anni di prigione. E prima di essere portato via dalle guardie dice al giudice: “Vostro onore, avevo debiti che nessun uomo onesto poteva pagare, la banca aveva l’ipoteca e mi stavano portando via la casa. Ora, io non voglio dire che queste cose mi rendano innocente, ma è stato molto più di tutto questo a mettermi quella pistola in mano”.

Non basta? Andiamo avanti pescando un po’ a caso tra le frasi più emblematiche dell’album per capire se c’è davvero quell’aura di glorificazione del bel vivere americano:

Avevo un lavoro, avevo una ragazza

Avevo qualcosa che funzionava, signore, in questo mondo

Sono stato licenziato giù alla segheria

Il nostro amore è andato a male, i tempi si sono fatti duri […]

Adesso agito un martello con una squadra della società ferroviaria

Faccio a pezzi gli scambi dei binari, sotto la pioggia

Non ti sembra di essere un passeggero su un treno che va giù?” (Downbound Train)

 

“Stanotte le luci sulla strada diventano fioche

I muri della mia stanza si stanno restringendo

Là fuori c’è una guerra che ancora infuria

Tu dici che non tocca più a noi vincere

Voglio dormire sotto cieli di pace nel letto del mio amore

Con un paese spalancato nei miei occhi e questi sogni romantici in testa” (No Surrender)

 

“Io lavoro per la contea sulla statale 95

Tutto il giorno reggo una bandiera rossa e guardo il traffico che mi passa accanto

Nella testa ho l’immagine di una certa signorina

Un giorno, signore, farò una vita migliore di questa” (Working on the Highway)

Il finale, affidato alle note lente e malinconiche di My Hometown, è da citare per intero, perché sembra più il bollettino desolato di un sindaco che una canzone pop:

“Avevo otto anni e correvo con un decino in mano

Verso la fermata del bus per comprare un giornale al mio vecchio

Sedevo sulle sue gambe in quella grossa vecchia Buick e sterzavo mentre guidavamo per la città

Mi arruffava i capelli e diceva: “Figliolo, datti un bello sguardo intorno: questa è la tua città

Questa è la tua città”

 

Nel ’65 la tensione era alle stelle al mio liceo

C’erano un sacco di scontri tra bianchi e neri, e non potevi farci niente

Due macchine al semaforo, di sabato sera, nel sedile posteriore c’era una pistola

Si sparse la voce, veloce come una pallottola

Erano arrivati i tempi duri nella mia città

Nella mia città

 

Adesso sul corso principale ci sono solo vetrine con scritto “Chiuso”

E negozi senza proprietario

Sembra che non ci sia più nessuno che voglia venire a stare qui

Stanno chiudendo lo stabilimento tessile oltre la ferrovia

Il caporeparto dice: “Questi posti di lavoro se ne stanno andando, ragazzi

E non faranno ritorno nella vostra città

Nella vostra città”

 

L’altra notte io e Kate eravamo a letto e parlavamo di andarcene via

Fare le valigie e magari dirigerci verso sud

Ho 35 anni, abbiamo un figlio nostro

La notte scorsa l’ho fatto sedere dietro il volante

E gli ho detto: “Figliolo, datti un bello sguardo intorno: questa è la tua città”

Questo per quanto riguarda i testi, che si inscrivono per la maggior parte nella tradizione narrativa dei beautiful losers springsteeniani del passato, tendenzialmente giovani maschi lavoratori divisi tra la speranza di un futuro migliore e la desolazione del loro presente senza sbocchi, tra il rimuginare e il lasciarsi andare alla festa per dimenticare.

Anche sulla musica, però, c’è da dire. Il sound di Born in the U.S.A. riprende in parte l’andamento gioioso e a tratti epico delle composizioni di The River (1980), ma, come per tutto il resto, lo fa più in grande. E negli anni Ottanta, più in grande significa più pop. Ecco che quello che era epico diventa eccessivamente epico, fino a diventare un po’ stucchevole (No Surrender), quello che era ballabile diventa da discoteca (Dancing in the Dark), quello che era allegro diventa un inno per bambini con suoni da luna park (Glory Days).

Come ha scritto Michael Hann sul Guardian, “Frainteso, questo è sicuro, ma anche Springsteeen qualche colpa ce l’ha: se fai un album che suona come una fiera addobbata per il 4 luglio, un sacco di gente penserà che stai celebrando l’America”.

Chi ascoltasse per la prima volta i suoni e lo stile di Born To Run (1975) dopo aver ascoltato Born in the U.S.A. non potrebbe non pensare: non si tratta dello stesso artista. Là le suite di 10 minuti sottolineate da organo e violini, qui i singoli catchy da 3 minuti; là il pianoforte, l’armonica e gli assoli di sax, qui i tappeti di tastiere e i coretti sha la la.

Questo non significa che il secondo sia necessariamente peggiore: è sicuramente più orecchiabile, e in alcuni casi sa essere altrettanto commovente (nessun sintetizzatore potrebbe rovinare la storia di Bobby Jean), ma è indubbiamente diverso.

E Springsteen ne è consapevole: vuole sfondare davvero, non limitarsi ad essere un’ottima ballerina di seconda fila, ma prendersi la ribalta mondiale, e ce la fa. Armato di bandana (come Rambo), maglietta bianca e bicipiti, si tuffa completamente in questa sua nuova immagine pubblica e in molti lo conoscono per la prima volta in questa veste, dando vita a una Bossmania che lo rende il rocker degli anni Ottanta, giocandosela solo con Freddie Mercury e Bono in quanto a popolarità.

Il tour di Born in the U.S.A., durato un anno e mezzo, è il primo che lo porta oltre l’Europa, è il primo in cui si esibisce negli stadi (tra i quali San Siro nel giugno ’85), e con 4 milioni complessivi di spettatori è uno tra i più seguiti della storia.

Ormai Bruce il ragazzo mingherlino con la barba non esiste più: esiste il Boss, nuova icona pop che nel presepe della musica è lì a salvare da solo il rock americano in un’epoca di sdolcinatezze, e riesce e far alzare il pugno cantando “Sono nato negli USA” agli studenti che fino a pochi anni prima sputavano sull’Amerika kapitalista.

Certo, magari durante il tour dona migliaia di dollari alle banche del cibo delle città in cui suona; magari scrive un nuovo pezzo, Seeds, in cui racconta di chi è rimasto fregato dalla crisi petrolifera; magari canta un inno anti-bellico come War e lo introduce con queste parole: “Se siete cresciuti negli anni ’60 siete cresciuti con la guerra in TV ogni sera, una guerra in cui erano coinvolti i vostri amici. E voglio fare questa canzone stasera per tutti i giovani presenti, gli adolescenti. Perché ricordo molti dei miei amici quando avevamo 17 o 18 anni… noi non abbiamo avuto molte occasioni di pensare a che opinioni avessimo su molte cose. E la prossima volta verranno a cercare voi, e avrete bisogno di molte informazioni per sapere cosa vorrete fare. Perché nel 1985, la fede cieca nei vostri leader, o in qualsiasi cosa, vi farà finire ammazzati”. E questo sarebbe il Rambo del rock?

Springsteen per un po’ si gode la sbornia del successo tardivo, e si limita a lasciare che chi vuole intendere intenda, per il resto lascia fare, e un po’ in quelle pose ci sguazza, perché in fondo non è un intellettuale raffinato, ma un ragazzo di provincia un po’ populista, cresciuto a pane, povertà e rock and roll: “Abbiamo imparato più da un disco di tre minuti di quanto non abbiamo mai fatto a scuola”.

Poi però capisce che ne ha abbastanza, e il suo album successivo, Tunnel of Love, del 1987, sarà l’esatto contrario non solo di Born in the U.S.A., ma di tutta la sua immagine pubblica recente. Un disco intimista, delicato, incentrato sulle relazioni amorose e sui loro fallimenti, in cui per la prima volta non parla più di “noi”, ma di se stesso e dei suoi sentimenti, come a volersi scrollare di dosso la nomina di capopopolo.

Ormai però Born in the U.S.A. veleggia sui 30 milioni di dischi venduti, la canzone viene suonata alle partite di football e il suo ruolo da all-american macho non riuscirà a toglierselo di dosso per molto ancora. Almeno fino a quando non deciderà di abbandonare le ambiguità, posare la bandana, spogliare il suo sound, schierarsi politicamente e porsi in modo esplicito come cantore dei diseredati, senza più equivoci possibili.

Ma come si diceva in un vecchio western, e come sembra sia valso per moltissimi ascoltatori nei confronti di Springsteen, “Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda”. E la leggenda di Born in the U.S.A. è dura a morire.

8 risposte a "Born in the U.S.A.: il grande equivoco del rock’n’roll"

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    1. Credevo che i passaggi “Springsteen, il suo management e la sua casa discografica erano concordi su una cosa: per il prossimo disco niente colpi di testa autolesionisti, niente pudori da rocker duro e puro: bisognava puntare in alto. Singoli, videoclip, suoni, tour, muscoli: tutto stavolta doveva essere più in grande” e “Springsteen per un po’ si gode la sbornia del successo tardivo, e si limita a lasciare che chi vuole intendere intenda, per il resto lascia fare, e un po’ in quelle pose ci sguazza” fossero abbastanza chiari al riguardo 🙂

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      1. Infatti, i passaggi erano piuttosto chiari ma mi sono sembrati indirizzati più alla svolta commerciale che si è voluta dare alla musica di Springsteeen che non all’equivoco venutosi poi a creare a proposito del brano Born in the USA.
        Io mi riferivo invece alle intenzioni pre pubblicazione che sono state probabilmente indirizzate in tal senso: facciamo un brano orecchiabile ma manteniamo la dignità di rocker duro e puro così accontentiamo sia chi segue il boss da tempo e chi invece lo sente per la prima volta e si limita a canticchiare il brano senza conoscerne nemmeno il significato.

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      2. Può darsi! Personalmente però penso che se c’è stato un momento in cui Springsteen ha fatto finta di niente è stato dopo il successo del brano, non prima dell’uscita. Con un testo del genere, così esplicito, era veramente difficile prevedere che sarebbe stato frainteso dagli stessi americani.

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      3. e infatti gli americani hanno fatto finta di non capirlo, a cominciare dai politici …. e comunque, da fan del boss pre Born in the USA è un disco che personalmente mi ha fatto incazzare e non poco (si capisce ?).
        Complimenti per l’articolo.

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