La leggenda di San Siro: quando l’Italia diventò springsteeniana

[Una traduzione in inglese di questo articolo è disponibile sul sito di riferimento dei fan di Bruce Springsteen, Backstreets.com]

Si può raccontare nel dettaglio un evento al quale non si è partecipato? Se a rispondere fosse uno storico, probabilmente la risposta sarebbe “sì”, altrimenti al giorno d’oggi non avremmo in libreria volumi recentissimi che attraverso l’incrocio dei più svariati documenti offrono la cronaca della battaglia di Waterloo.

Ecco perché, nonostante i dubbi filologici e le ovvie limitazioni, forse si può fare lo stesso anche quando l’evento in questione è un concerto rock, che di solito ha senso se viene vissuto e non solo ereditato come ricordo, di quelli per cui la frase di prammatica da sbandierare come un gagliardetto è proprio “io c’ero”.

E allora proviamoci: il concerto in questione è probabilmente uno dei più celebri che si siano tenuti in Italia dal dopoguerra, ed è quello che Bruce Springsteen, accompagnato dalla E Street Band, tenne il 21 giugno 1985 allo stadio Giuseppe Meazza di Milano, anche noto come San Siro. E io, purtroppo, non c’ero.

E’ chiaro che un’ipotetica classifica dei concerti che hanno segnato l’immaginario nazionale sarebbe fonte di grandi litigi tra i notoriamente litigiosi fan del rock, ma buttando lì qualche nome a memoria usciranno sicuramente fuori il concerto delle “centomila fiammelle” di Bob Marley a San Siro nel 1980, i Pink Floyd a Venezia nel 1989, Patti Smith allo stadio Franchi di Firenze nel 1979, i Rolling Stones al Comunale di Torino nel 1982 (la sera della vittoria ai mondiali di calcio), i Clash a Bologna nel 1980, i Led Zeppelin cacciati con i fumogeni dal Vigorelli di Milano nel 1971.

E poi lui, San Siro ’85.

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Per capire per quale motivo questo concerto sia ancora ricordato con tanto affetto e con quell’aura di leggenda anche da chi non vi ha partecipato, o da chi come me non era nato, bisogna considerare diverse ragioni, che arrivano anche a diversi anni prima rispetto alla data fatidica.

Innanzitutto c’è il contesto della musica dal vivo in Italia, che negli anni Settanta si lega inestricabilmente ai sommovimenti a sfondo politico che attraversavano il Paese: e quindi “autoriduttori” che non gradiscono i prezzi dei concerti, cancelli sfondati, processi ai cantautori, scontri con la polizia e un clima generale di poca affidabilità del pubblico italico. Il risultato? Dopo episodi che hanno visto protagonisti i Led Zeppelin, Francesco De Gregori, Santana, Lou Reed e altri, il circuito internazionale del rock mette una croce sopra l’Italia e fondamentalmente per buona parte degli anni Settanta il nostro Paese viene escluso dai grandi tour. Basti pensare che gli Stones mancano dal 1970 al 1982, i Genesis dal ’75 all’82 e i Pink Floyd dal ’71 all’88.

Molto cambia però a fine decennio: nel 1979 la tournée di Banana Republic, con Dalla e De Gregori a dividersi il palco, tocca diversi stadi italiani senza particolari problemi, e nell’80 il concerto di Marley occupa per la prima volta la “Scala del calcio” per uno spettacolo musicale: tutto va per il verso giusto, stampa e tv danno grande risalto all’evento e nel corso della stessa estate anche Bennato e Branduardi useranno lo stadio milanese per grandi concerti all’aperto.

Nel 1984 è il turno di Bob Dylan al Meazza, incredibilmente per la prima volta in Italia in carriera, ma il successo non è così clamoroso, e neanche l’afflusso di pubblico. Nel 1984 però succede anche qualcos’altro: il 4 giugno (come abbiamo raccontato in dettaglio in un altro articolo) esce un disco spartiacque del decennio, Born in the U.S.A. di Bruce Springsteen, che nel giro di un anno arriva quasi a dieci milioni di copie vendute e catapulta il rocker del New Jersey sulla bocca di chiunque, anche di chi non l’aveva mai sentito prima. I video di Dancing in the Dark, Born in the U.S.A. e I’m On Fire a getto continuo su MTV o Videomusic, le riviste di moda che gli dedicano servizi, i tg che si accorgono della sua esistenza, i giornali musicali che lo mettono in copertina almeno un paio di volte l’anno: è piena bossmania, e Springsteen è ovunque.

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Le copertine de Il Mucchio Selvaggio (giugno ’85), Rockstar (giugno ’86) e Ciao 2001 (maggio ’84 e giugno ’85)

Quello del 1984-’85 però è uno Springsteen diverso, per chi già lo conosceva: fisicamente irriconoscibile con quei bicipiti da Rambo, e altrettanto irriconoscibile musicalmente, visto che i sintetizzatori la fanno da padroni nel suo nuovo disco. In ogni caso, i nuovi fan accorrono a frotte soprattutto tra gli adolescenti, e i vecchi adepti avanzano qualche riserva ma in fondo non smettono di idolatrarlo.

Fino ad allora, in Italia Springsteen era stato il beniamino di pochi conoscitori, una sorta di tribù sparsa per l’Italia che si radunava attorno a riviste fai-da-te come Il mucchio selvaggio, che seguiva in tv Mr. Fantasy di Carlo Massarini o magari aveva letto una rarissima recensione di The River (1980) scritta addirittura da Renzo Arbore sul Corriere della Sera.

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Dal “Corriere della sera” del 25 novembre 1980

I più duri e puri di questa cricca si erano dati addirittura appuntamento all’Hallenstadion di Zurigo nell’aprile 1981, partendo in pullman, in macchina o in autostop per raggiungere il concerto di Bruce più geograficamente vicino all’escluso Bel Paese e vedere coi propri occhi se quello che avevano letto sulle riviste fosse vero (qui un bel resoconto d’epoca di Mauro Zambellini pubblicato sul Mucchio e qui uno di Alberto Crespi sull’Unità).

Due pagine del Mucchio selvaggio n. 42 del 1981 con la cronaca dello show di Zurigo

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l’Unità del 16 aprile 1981

In lui, i fan italiani (e non solo) vedono l’ultima fiammella di un rock che alla soglia degli Ottanta è ormai sconfitto dalle coreografie e dai video patinati, e quelle canzoni che trasudano innocenza, speranza e ruvida verità sembrano provenire da un altro pianeta, da un altro tempo, troppo sincere e generose per essere vere.

Poi, Bruce sparisce dalle scene proprio quando i fan italiani stanno cominciando a venerarlo come un redentore, e per la delusione di chiunque, Nebraska (1982) non verrà seguito da un tour, e bisognerà quindi aspettare il 1984 per nuove date dal vivo. Non basta, perché il Born in the U.S.A. Tour che parte il 29 giugno 1984 negli Stati Uniti, e che diventerà uno dei più mastodontici della storia del rock con 156 date e circa 4 milioni di spettatori, arriverà in Europa solo un anno dopo, e solo per 18 concerti, di cui solo uno in Italia.

La notizia comincia a volare nell’aria all’inizio dell’anno, e il 7 maggio c’è l’ufficialità: Bruce suonerà a Milano, per una sola data, il 21 giugno. I biglietti saranno disponibili dal 24 maggio, meno di un mese prima.

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A pensarci oggi è impensabile un preavviso così breve, ma non è l’unico elemento che oggi fa sorridere: come riportano i giornali dell’epoca, per acquistare i biglietti si poteva inviare il denaro tramite vaglia postale alla Konomusic, casella postale 10807, 20110 Milano, entro l’8 giugno, o rivolgersi alle prevendite autorizzate. Per capirsi: in una città come Roma, la rivendita era solo una, la Orbis di Piazza dell’Esquilino.

Gli organizzatori locali sono Franco Mamone e Franco Rovelli, il prezzo è di 20mila lire più 2mila di diritti di prevendita (per Bob Marley cinque anni prima era stato di sole 4.000 lire), e il 31 maggio i giornali annunciano già il tutto esaurito.

A questo punto i quotidiani cominciano a sentire la “febbre Springsteen” sempre più forte, fiutando che l’evento sarà grosso, e fioccano articoli di critici musicali che “spiegano” ai lettori chi sia mai questo ragazzotto americano: Mario Luzzatto Fegiz (Corriere della Sera) e Gino Castaldo (Repubblica) vengono inviati il 1° giugno a Slane Castle, in Irlanda, per coprire la prima data del tour europeo, e il 15 giugno sul Corriere compare addirittura un editoriale di Lucio Dalla che professa il suo amore per il cantante, ma ammette anche una certa diffidenza per la sua recente svolta patriottica.

Pagine del Corriere della sera del 15 giugno 1985 e de L’Unità del 16 giugno

I pareri sono generalmente di grande sostegno e ammirazione, anche da voci non sospette come L’Unità, organo di stampa del Partito Comunista, che per bocca di un lungimirante Michele Serra dichiara: “James Dean, i ragazzi della cinquantaseiesima strada, il primo Presley: tutti i simboli e i miti di un’America candida e immusonita, ingenua e sconfitta, e proprio per questo antitetica alla gloriosa spocchia del Paese più ricco e potente del mondo, vengono continuamente riciclati e riproposti da Springsteen, che in questa cocciuta adesione alle poche idee-forza del rock delle origini trova i suoi limiti e insieme la sua salvezza. Fumisterie e lustrini dello star-system, applicati all’onesta divisa proletaria di Bruce (jeans e maglietta, sempre e solo jeans e maglietta), ‘non attaccano’. I vezzi da finti ‘maudit’, le infinite pose da satanassi a pagamento, e le tre virtù teologali sesso-droga-rock’n’roll, insomma tutto l’armamentario della liturgia musicale giovanile, lasciano il passo all’elementare, stilizzata figura di un giovanotto grande, grosso e vitale che non è contento di vivere male in un posto nel quale è troppo difficile vivere bene”.

Nei giorni a ridosso del concerto, solo una piccola complicazione: gli organizzatori milanesi ipotizzano di piazzare un maxischermo al Parco Trenno per le migliaia di ragazzi che, già si prevede, arriveranno allo stadio senza biglietto, ma il management di Springsteen nega l’autorizzazione per paura dei bootlegs. Il problema è presto risolto quando lo schermo viene comunque piazzato immediatamente fuori dallo stadio, con le immagini che iniziano solo a metà concerto. Non è stata invece ammessa la presenza di troupe televisive, contrariamente ad altre nazioni europee.

Springsteen arriva in Italia mercoledì 19 giugno, dopo l’ultima data a Monaco di Baviera, e grazie ai contatti dell’allora consorte Julianne Philips, modella, viene accolto a Malpensa nientemeno che da Donatella Versace, che insieme al fratello Gianni lo ospita nella villa dello stilista sul Lago di Como.

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Dal Corriere della sera del 22 giugno 1985

Poi, arriva il 21 giugno.

E’ il solstizio d’estate, l’aria a Milano è afosa, e già dall’alba ci sono ragazzi piazzati al di fuori dello stadio. Sì, perché i biglietti non sono numerati o suddivisi per settori, e quindi chi prima arriva meglio alloggia. All’epoca lo stadio (che solo dal 1980 è stato intitolato a Giuseppe Meazza) ha solo due anelli, ed è completamente scoperto: un enorme catino che verrà riempito perfino negli spalti dietro il palco, largo 38 metri e piazzato sotto la curva Nord dell’Inter con un solo maxischermo alla sua destra. Gli spettatori, ufficialmente, sono 65mila.

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Il Corriere della sera e il Giornale degli spettacoli del 21 giugno 1985

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Alle 15:30 si aprono i cancelli, e la security è attenta a far sì che sul prato entri solo chi porta scarpe da ginnastica, visto che due giorni dopo qui si terrà una partita di Coppa Italia, e il manto erboso è stato coperto con una sorta di rete sperando che regga all’impatto della folla. Senza dire poi che solo poche settimane prima c’è stata la tragedia dell’Heysel a Bruxelles, e gli stadi fanno ancora paura.

Alle 17 lo stadio però è già pieno, e in tribuna d’onore i giornali avvistano diversi nomi noti tra celebrità e istituzioni: tra gli altri, il ministro Gianni De Michelis, il vicesegretario del PSI Claudio Martelli, il sindaco di Milano Carlo Tognoli, i cantanti Alberto Fortis, Nicola Di Bari, Caterina Caselli, Jo Squillo, Eugenio Finardi, i calciatori Hateley, Brady e Tassotti, gli stilisti Versace, Valentino e Fiorucci, i giornalisti Gianni Minà, Michele Serra, Carlo Massarini, oltre a critici come Bertoncelli (quello dell’Avvelenata), Castaldo, Luzzatto Fegiz.

Tra i non vip, Michele Serra dice che il pubblico è composto da giovani “quasi tutti tra 15 e 25 anni, pochi i trentenni”, ed è divertente pensare che, grazie a quell’esperienza, ancora oggi quei 25enni seguano Springsteen a ogni concerto italiano e non.

Alle 19:32, un orario impensabile per un concerto, visto che il sole è ancora alto, Bruce e i sei elementi della E Street Band salgono sul palco, accolti dall’immenso boato di San Siro.

E a questo punto, visto che si può, è bene lasciare la parola allo stesso Springsteen, che a dimostrazione dell’impatto di quel concerto gli ha dedicato un bellissimo ricordo nella sua autobiografia Born To Run:

“Percorrendo come gladiatori gli umidi e oscuri corridoi, sentimmo crescere il boato assordante di ottantamila italiani finché non sbucammo al sole del prato. Sembrava quasi che fossimo tornati dalle crociate con le teste dei nemici infilate sui manici delle chitarre (o che stessimo per finire in pasto ai leoni).

Avvicinandomi nel frastuono alla rampa che conduceva al palco, notai un’intera sezione vuota. ‘Pensavo che avessimo fatto sold out’ dissi al mio promoter. ‘Infatti,’ mi rispose ‘quei posti sono per la gente rimasta fuori quando sfonderà le transenne!’ Il che avvenne puntualmente. I megaschermi predisposti all’esterno trattennero solo per poco tempo quelli che non avevano trovato il biglietto: i cancelli vennero presi d’assalto, si aprì un varco nella security e ben presto un numero di fan ben più alto dei ‘posti di riserva’ irruppe nello stadio. Di fronte alla sconcertante isteria del pubblico, mi resi conto che in Italia quella era la norma: donne che mandavano baci e scoppiavano in lacrime, uomini che scoppiavano in lacrime e mandavano baci, tutti che ci giuravano amore eterno battendosi il cuore con il pugno. Alcuni persero i sensi. E non avevamo ancora cominciato! Quando attaccammo con Born in the USA, la fine del mondo sembrava vicina: lo stadio vibrava e oscillava, noi suonavamo come se ne andasse della nostra vita. Madonna!”

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Springsteen è in classica tenuta operaia: blue jeans parecchio usati, canotta grigiastra, immancabile Telecaster gialla a tracolla. Quando nello stadio risuona lo “One, two, one two three four” che anticipa Born in the U.S.A., la scintilla con l’Italia è scoccata, e trentacinque anni dopo abbiamo la fortuna di farcene un’idea grazie ai bootleg audio (che si trovano facilmente in rete) e a un video rubato dal prato (il sant’uomo con la telecamerina riprenderà buona parte del concerto, che oggi si trova su YouTube).

La potenza di fuoco della band è devastante, e tutto il pubblico canta il ritornello col pugno alzato, ancora incredulo nel trovarsi davanti quel trentacinquenne tozzo dalla voce roca che per anni hanno sentito al chiuso delle loro camerette.

Springsteen però non dà subito a vedere una sintonia speciale col pubblico italiano: un osservatore delle sue abitudini sul palco si rende conto che per le prime canzoni si “limita” a infilare pezzi uno dopo l’altro senza particolari scambi col pubblico a parte un “It’s nice to be in Italy!”, come per sbloccarsi e sciogliere la tensione. E quindi di fila Badlands, Out in the Street, l’acustica Johnny 99, Atlantic City, The River, Working on the Highway, Trapped (cover di Jimmy Cliff), Prove It All Night.

La musica è tesa, la band non sbaglia un colpo, il tutto si alterna (come sempre nella sua musica) tra botte di euforia liberatoria e lamenti malinconici, tra il rivendicare che “non è peccato essere felici di essere vivi” e il confessare che “avevo debiti che nessun uomo onesto avrebbe potuto pagare”.

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L’unico momento in cui Bruce parla è per introdurre The River, con un discorso che ricorda i suoi trascorsi problematici col padre (come ha fatto e farà molte altre volte prima di questa canzone): “Quando ero giovane, mio padre chiudeva a chiave la porta di casa, si sedeva in cucina e aspettava che tornassi a casa… e si sedeva lì la sera fumando una sigaretta e bevendo birra. E nel caso io fossi tornato a casa troppo tardi, sarebbe stato meglio per me aspettare fino al giorno dopo. Quindi tenevo un sacco a pelo ai margini di un bosco, e magari dormivo sotto il portico di qualcuno o nella macchina di un mio amico. E in questo modo mio padre poteva dormirci su, prima di rivedermi. Ora, quando torno a casa, quei posti in cui dormivo mi danno una sensazione di casa più del posto in cui vivevo, e quindi… questa canzone è perché tutti hanno bisogno di un posto dove andare in quelle notti in cui non possono andare a casa”.

Il discorso, però, appena terminato, ha una chiosa inaspettata quando un paio di spettatori salgono sul palco e stringono la mano a Bruce, che reagisce con una risata ed esclamando “Che gentlemen!”.

Alla decima canzone, però, le cose cambiano: si tratta di Glory Days, che è uscita come singolo venti giorni prima, e qui Springsteen fa partire un’introduzione a base di “uooh-oh” in botta e risposta col pubblico che ricorda quelle memorabili di Freddie Mercury, e quando San Siro si dimostra più che all’altezza del compito, esclama un italianissimo “Fantastico!”.

Durante la canzone, poi, c’è anche modo per far brillare Clarence “Big Man” Clemons, il sassofonista che fino alla morte nel 2011 resterà sempre il musicista più amato della band, e i due sfruttano la vena comica inscenando un siparietto in cui, bastoni in mano, si lamentano di essere ormai sull’orlo della vecchiaia, in tema con la canzone.

Ormai Bruce e San Siro sono sulla stessa lunghezza d’onda, si comincia a capire che non è un pubblico come gli altri, e infatti alla fine del pezzo parte uno spontaneo “Alè-oh-oh”, quel coro ormai caduto un po’ in disuso che per decenni ha monopolizzato gli stadi italiani. Springsteen, che probabilmente non l’ha mai sentito e si chiede quale canzone stiano intonando questi folli italiani, butta lì un “Olè!” e attacca The Promised Land, pezzo che tra musica è testo è probabilmente la quintessenza della springsteenianietà.

Subito dopo, c’è spazio per un altro dei discorsi che, anche in spazi enormi come gli stadi, Bruce si ostinerà a voler fare per non limitarsi a dare spettacolo, determinato a non voler rinunciare a quella genuinità ai confini con l’ingenuità che lo ha sempre contraddistinto. E quindi eccolo dire: “Quando ero più giovane, ricordo che non vedevo l’ora di andarmene dalla piccola città in cui sono nato, e pensavo che quando me ne sarei andato, non mi sarebbe mai mancata. Non mi sarebbe mancato nessuno dei miei vecchi amici, o la mia famiglia. A 19 anni ho avuto la possibilità di viaggiare, di mettermi sulla strada, e per molto tempo non mi è mancata. Ma mentre invecchiavo, mi sono reso conto che il posto in cui sei nato rimane con te per sempre. Quindi (e inaspettatamente lo dice in italiano, NdR), questa canzone è dalla mia città alla vostra città”. E parte My Hometown.

L’alchimia ormai è nata, e lo dimostra la canzone successiva, introdotta con “Questa è per i vecchi fan che sono qui”: si tratta di Thunder Road, 1975, classico dei classici, e i fan italiani che la aspettano da dieci anni non si fanno pregare: quando arriva il momento di cantare da soli la famosa strofa “Show a little faith, there’s magic in the night, you ain’t a beauty, but hey, you’re all right”, il coro è preciso, e anche Bruce lo riconosce con un “Hey, are you talkin’ to me now?”.

A questo punto la band si allontana dal palco, sono le 20:50 circa, è passata un’ora e venti e molti springsteeniani novelli potranno pensare che il concerto sia finito, ma niente di più falso: Bruce si premura di dire in italiano “Ci vediamo tra mezz’ora!”, e torna in camerino per l’intervallo, che all’epoca era una costante dei suoi concerti-fiume.

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Dopo la mezz’ora promessa, il sole è finalmente calato (il tramonto quel giorno su Milano è dato alle 21:15), lo schermo al lato del palco si accende, i video che ci sono rimasti migliorano notevolmente di qualità e Bruce torna in scena con un chiodo rubato al Marlon Brando del Selvaggio, lanciandosi in un’esecuzione tiratissima, benché un po’ plasticosa, di Cover Me.

In questa parte si fa vedere di più lo Springsteen di Born in the U.S.A., quello più pop e dai suoni più freddi, e infatti la canzone successiva è il singolo-principe del 1984, Dancing in the Dark. La sorpresa, però, che fa impazzire i presenti, è che proprio come nel videoclip a fine pezzo Bruce scende verso le prime file e fa salire una fortunata ragazza (pressoché identica alla Courtney Cox del video) a ballare con lui:

Il tripudio è completo: succede davvero, non è finzione! Springsteen e il pubblico non hanno barriere (non le hanno mai avute), e lo dimostra l’attacco di Hungry Heart, con la prima strofa affidata totalmente al pubblico come da tradizione, che canta a squarciagola e si merita un “Bellissimo, Milano!”.

Anche in questo caso c’è qualcuno che scavalca le transenne e sale sulla pedana per abbracciarlo, ma come niente fosse lui continua a cantare sorridente, come se ormai si fidasse di questo pubblico calorosissimo.

Il seguito si divide tra il divertissement rock’n’roll di Cadillac Ranch, con le acrobazie coreografiche dell’intera band e Bruce ormai senza giubbotto, e il tono lugubre di Downbound Train e I’m On Fire, anche questa introdotta da un nuovo racconto che dimostra come l’entusiasmo sfrenato di un concerto di Springsteen nasconda una seduta di psicanalisi: “Ricordo che quand’ero ragazzo il mio vecchio mi chiamava in cucina, e sembrava che fossero le uniche volte in cui volesse parlarmi. Succedeva dopo che aveva bevuto un po’, e sembrava sempre arrabbiato. Non so per quale motivo fosse così arrabbiato di continuo. Se ne stava seduto a pensare a tutto ciò che non avrebbe mai avuto nella vita, fino a quando non finivi per pensare anche tu allo stesso modo. E io poi mi sdraiavo nel mio letto di notte, e pensavo che se non fosse successo qualcosa, avrei fatto non so che…”.

Because the Night, che il pubblico italiano già adora nella versione di Patti Smith, è una graditissima sorpresa, e ancora di più lo è Backstreets, altro classicissimo del 1975 eseguito solo in 5 date durante tutto l’anno, che vede perfino un intermezzo parlato che rimanda al tour del 1978, quando era la norma. Lo stadio ammutolisce, e un pezzo epico e drammatico come questo è quello che serve a far dimenticare a chiunque ogni possibile critica rispetto a una svolta più commerciale e leggera.

Poi, c’è spazio solo per il delirio puro: il dramma è finito, la reputazione da eroe senza macchia è salva, e una Rosalita lunga un quarto d’ora è esattamente ciò che serve per mandare il pubblico in visibilio.

In questo quarto d’ora capita di vedere Springsteen che sale in cima al pianoforte a coda di Roy Bittan e comincia a suonarlo prima col piede e poi con la testa, oppure accenni all’Italia come in “la casa discografica mi ha appena dato un sacco di lire” o “Rosie, come out tonight, I’m looking for some amore!”, e ovviamente la presentazione della band, che vede il suo apice nella glorificazione del Big Man, così introdotto: “…e ora, ultimo ma non meno importante, il re dell’universo, il padrone del mondo… in quest’angolo, con un peso di 365 libbre, alto 2 metri e 40, l’uomo più bello, l’uomo più grande che abbiate mai visto… Datemi una C…L…A…R…E…N…C…E… Cosa viene fuori? Cosa viene fuori?? Clarence ‘Big Man’ Clemons al sassofono!”.

Nella consueta alternanza tra euforia e pathos, tra goliardia e sentimento, ora tocca ai secondi, e Springsteen lo fa prendendosi un momento per ringraziare i fan italiani: “Voglio ringraziare tutti voi per essere venuti allo show qui a Milano, grazie. Sappiamo che molti di voi hanno percorso lunghe distanze e apprezziamo lo sforzo. Vorrei anche ringraziare le persone che sono state davvero gentili con me da quando sono arrivato in Italia: Paul (Beck, marito della Versace, NdR) e Donatella, e in particolare Gianni. E vorrei ringraziare tutti voi per aver sostenuto la nostra band negli anni in cui non siamo venuti qui. So che abbiamo avuto dei fan italiani molto fedeli. Grazie mille”. Mentre lo dice, sembra davvero che si senta in colpa per le assenze passate, come se si fosse reso conto che si è perso qualcosa di notevole, e che non succederà più. Poi, voce, chitarra e piano, fa partire una Can’t Help Falling In Love di Elvis che viene illuminata da migliaia di accendini in uno stadio completamente al buio.

Non si fa in tempo a commuoversi che la batteria fa partire una rullata familiarissima, e in un attimo San Siro è illuminato a giorno: è partita Born to Run, l’inno eterno di ogni vagabondo senza meta, e ormai non ce n’è più per nessuno: come si nota dal video pirata, il pubblico non ha perso un grammo d’energia, e sentirli cantare con tutto il fiato in corpo “’Cause tramps like us, baby we were born to run” è da brividi.

Non basta: prima un altro pezzo da magone, Bobby Jean, con un assolo di sassofono che fa muovere decine di migliaia di braccia all’unisono, e poi scherza Bruce, “Now we begin”, “ora si comincia”, e parte il rock comico a stantuffo di Ramrod.

Sembra davvero la fine, ma non basta ancora: un riff di chitarra scolpito nelle tavole della Legge del rock’n’roll ci dice che è appena partita Twist & Shout, ma nessuno può immaginare che quel pezzo di due minuti e poco più reso noto dai Beatles diventerà quello che sta per diventare: 18 minuti di abbandono e gioia senza controllo.

Il colpo da maestro però non lo offre solo Springsteen: dopo qualche minuto, sono gli italiani, sempre loro, che spontaneamente partono con un coro che in un attimo coinvolge tutti i 65mila, e qui si nota davvero la differenza del pubblico milanese con qualunque altro: lo spettacolo lo fanno loro, è una comunione totale.

Bruce se la gode, incoraggia, fa il controcanto, chiede: “Come stanno i barboni sugli spalti qui dietro?”, e poi sembra partire con un discorso apparentemente molto serio e solenne: “Prima che me ne vada, c’è una cosa che devo sapere… C’è una domanda alla quale ho bisogno di dare una risposta… E quello che voglio sapere è… quello che devo sapere è… quello che sono venuto fino a qui per scoprire è… voglio solamente sapere…”. Il pubblico capisce che è un’altra trovata delle sue e sta al gioco, grida “WHAT?” a ogni frase, finché la musica non ricomincia e la domanda tanto attesa è sotto forma di canzone, e in particolare di un classico del twist del ’62: “Do you love me??”, a cui Bruce aggiunge in italiano “Vi amo!”, come a dire che da parte sua la risposta è positiva.

C’è poi tempo per un ritorno su una Twist & Shout dalla coda infinita, tra balletti e pantomime come quando si getta in ginocchio per fare la sua dichiarazione di resa: “Non posso fermarmi adesso… Sono solo un prigioniero del rock’n’roll!”.

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Alla fine, sebbene sembri che l’ultima nota non arriverà mai, la canzone finisce, e Bruce ormai azzarda promesse in italiano: “Grazie, thank you, we love you, arrivederci. Io ritornerò ancora, we’ll be back to see you”. I cori però non smettono, è tutto un “Bruce-Bruce-Bruce” intervallato ad “Alè-oh-oh”, e il Boss decide di ricompensare la fedeltà con un ultimo bis, la cover di Rockin’ All Over the World di John Fogerty.

Anche qui lascia cantare il pubblico applaudendolo con un “One more time, è bellissimo! Fantastico!”, e poi è davvero finita. Il tempo di un “Grazie Milano! Ciao! We love you”, un ultimo inchino con tutta la band e il concerto dell’anno è davvero finito.

Sono le 23.20, e sono passate quasi quattro ore dall’inizio: 65mila persone hanno appena vissuto un’esperienza per la quale diranno “Io c’ero” per il resto della loro vita.

Il giorno dopo i giornali sembrano convertiti sulla via di Damasco, non c’è nessuno che osi dire qualcosa di meno che “indimenticabile”, da Castaldo su Repubblica a Luzzatto Fegiz sul Corriere, da Serra su l’Unità a Venegoni sulla Stampa. Una recensione esemplare in questo senso è quella di Riccardo Bertoncelli sull’Unità, che solo il 16 giugno si era lanciato in un monito un po’ snob (ma in fondo giustificabile) su Springsteen come campione del luogo comune musicale. Lo descriveva come “un antiquario della musica giovanile, il custode di un museo itinerante del rock’n’roll che, più passa il tempo, più fa sgranare gli occhi”, e ancora “un divulgatore, e un preservatore, un Fulco Pratesi della musica giovane alla testa di un non dichiarato ma efficiente Rock Wildlife Found”.

Be’, lo stesso critico, il 23 giugno, dopo aver assistito al concerto, scriverà: “Quando il ‘Boss’ è salito sul palco e ha cannoneggiato la folla con una Born in the USA da battaglia delle Midway abbiamo capito che i nostri argomenti critici, i dubbi e i distinguo con cui ci eravamo presentati a San Siro erano destinati a fare la fine di quegli aeroplanini di carta che tanto avevano divertito il pubblico nell’attesa. Non è un pentimento, il nostro, semmai una confessione di impotenza. Per quanto possiamo additare in Springsteen il Grande Luogo Comune del rock, con tutti i guai e gli equivoci che ne derivano, quando il luogo comune è lì, e parla con voce da diecimila watt e si mostra in carne, ossa e schermo gigante, come fare a resistergli? […] è la regia di Springsteen quello ci ha davvero colpito: il suo infallibile accelerare e placare il suono, certe interminabili code da sollucchero, certe riprese improvvise e, in generale, quel giocare coi sentimenti del pubblico portandolo in giro fino a fargli avere le vertigini. Sono trucchi, sì, ma non stanno sopra la musica, come una scorza o un ornamento. Ne fanno parte. E il «Boss» non ha l’aria di chi li abbia studiati senza cuore, per un semplice disegno di potere; ci crede, con imbarazzante ingenuità, si annulla nella tran dello spettacolo per cercare dì cogliere il frutto perduto della musica rock: l’innocenza”.

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Carlo Massarini invece descrive così sulla Stampa quell’esperienza di giubilo collettivo: “Chi esibiva sorrisi estasiati, chi si abbracciava e baciava, chi piangeva e tutti, o quasi, continuavano a ballare. Sapete, era molto bello: il rock’n’roll continuava non solo ad essere una ragione di vita, o per lo meno qualcosa che aveva cambiato la vita di molti, ma anche una grande forza positiva, e lo stava dimostrando proprio nel posto dove migliaia di poliziotti armati ricordavano altre paure. Era cominciato come un concerto, ed è finita come una lezione di grandissima civiltà. Raramente ho visto un rapporto d’amore così intenso, immediato e reciproco, fra un performer e la sua gente. Sì, è stata veramente una nottata storica. Una notte da favola, con principe azzurro rocker, in canotta, e 75 mila persone innamorate”.

Nemmeno il tempo di uscire dallo stadio e intanto Bruce è già via, diretto a Montpellier via jet privato. Prima di imbarcarsi, Mario Luzzatto Fegiz riferisce che abbia detto: “Non dimenticherò mai Milano, è stato il pubblico più caloroso che ho mai incontrato”.

Sembrano parole di prammatica per un cantante, di quelle che si ripetono sempre uguali in ogni città, ma stavolta non è affatto così: a Bruce San Siro resterà veramente nel cuore, e lo dimostrerà ampiamente a distanza di decenni.

Passeranno 18 anni e ben 22 concerti in altre location italiane, ma nel 2003 la E Street Band al completo tornerà sul prato consacrato del Meazza, e uno dei momenti più emozionanti del concerto, da orgoglio infinito per ogni fan italiano, sarà quello nel mezzo di Growin’ Up (“Crescendo”), in cui Springsteen si lancia in un intermezzo parlato completamente nella nostra lingua, e dice questo: “Eccomi qua, a Milano, nel 1985, e per la prima volta ho suonato in Italia. Mille fans, mille fans italiani pazzi, molto pazzi! Gridando: ‘Bruce! Bruce! Bruce!’ (e lo pronuncia, facendo il verso agli italiani, “Bruce“, non “Brus”). Maro’! E’ bello essere tornato a casa: siamo cresciuti insieme. Grazie”.

Poi ci sarà San Siro 2008, San Siro 2012 (per la prima volta senza Clarence Clemons), e nel 2013 un’entrata in scena spettacolare in cui sono i fan a ricambiare l’amore con una coreografia, “Our love is real”, per la quale vale la pena godersi la faccia incredula e commossa di Springsteen quando sale le scalette del palco e viene investito da così tanto affetto.

springsteen-our-love-is-real-milan-2013

A fine concerto, Bruce sarà più esplicito che mai: “Sin da quando ero un ragazzino ho suonato davvero in tanti posti. Ma questo posto qui è quello che non dimenticherò mai, che è sempre con me. E voi, voi siete sempre con me”. Lo stesso nel 2016, per i due concerti che al momento restano gli ultimi nello stadio del cuore: “Questo è un posto davvero speciale per noi. Questo è il pubblico migliore del mondo”.

Il 21 giugno 1985 non era stata solo la data di un concerto, ma la nascita di una comunità, di una tipologia di persona, di una fede: lo springsteeniano italiano, rocker passionale e genuino, a volte tamarro ma più spesso nerd, a volte agghindato con un gilet e la bandana o con degli orribili basettoni, ma più spesso con il solito jeans e maglietta, e comunque unito da una fratellanza viscerale per tutti i suoi simili, come una schiera sparsa per il mondo di fedeli della stessa fede.

Springsteen smetterà i panni del rude operaio del rock e li riprenderà, suonerà in acustico o con una carovana di musicisti folk, disferà la E Street Band e poi la rimetterà insieme, canterà dei suoi diseredati ma anche dei suoi demoni, vincerà un Oscar e si esibirà a Broadway, svuoterà gli archivi e pubblicherà un’autobiografia.

Nel frattempo, per trentacinque anni, quella comunità nata in quel solstizio d’estate gli sarà sempre fedele, trattandolo non come un vacuo idolo pop ma come un fratello maggiore mai avuto, un compagno di viaggio, un amico, uno che da allora si è meritato dedizione eterna.

Iniziò tutto quel 21 giugno del 1985, e quella fiamma non si è ancora spenta: in fondo, a San Siro c’eravamo tutti.


LEGGI ANCHE: la traduzione in inglese sulla storica fanzine Backstreets.com


LEGGI ANCHE: Born in the U.S.A.: il grande equivoco del rock’n’roll


LA SCALETTA:

1. Born In The U.S.A. 2. Badlands 3. Out In The Street 4. Johnny 99 5. Atlantic City 6. The River 7. Working On The Highway 8. Trapped 9. Prove It All Night 10. Glory Days 11. The Promised Land 12. My Hometown 13. Thunder Road 14. Cover Me 15. Dancing In The Dark 16. Hungry Heart 17. Cadillac Ranch 18. Downbound Train 19. I’m On Fire 20. Because The Night 21. Backstreets 22. Rosalita (Come Out Tonight) 23. Can’t Help Falling In Love 24. Born To Run 25. Bobby Jean 26. Ramrod 27. Twist And Shout/Do You Love Me 28. Rockin’ All Over The World


Per le foto a corredo di quest’articolo: Bruce Springsteen Pink Cadillac Fan Club, Sergio Francesco Amorico, Il Necchi, Joe Roberts/Godfather Records, Spanish Johnny/Kokomo Records, Crystal Cat Records, Contrasto, Omega, Il Mucchio selvaggio, Corriere della sera, La Repubblica, La Stampa, L’Unità, Ciao2001, Rockstar, www.unamanolavalaltra.it et al. ignoti.

Per i video, grazie a doktorzoom1, Accecati dalla luce, Our Love Is Real, Bruce Springsteen – Italia

12 risposte a "La leggenda di San Siro: quando l’Italia diventò springsteeniana"

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  1. Davvero un bell’articolo. Io a San Siro quella volta non c’ero, il mitico Boss l’ho scoperto più avanti, ma ho vissuto ogni suo concerto come uno dei momenti più belli della mia vita, perché Bruce è unico!

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  2. C’ero e con me il mio amico Claudio , noi due abbiamo una storia curiosa siamo nati a distanza di due giorni e poche decine di metri , stesso paese , stessa via , noi siamo nati in casa . Stessa scuola , stessa band , cotte di adolescenti talvolta stesse vacanze e altro. Auto però diversa lui una golf color champagne io una R4 nera di seconda mano targata PR …! Ad ogni modo Bruce c’era la E. street una macchina da guerra .Mi ha appena detto di aver conservato gelosamente il biglietto .

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  3. Quella sera non c’ero. Ero troppo giovane. Ho poi visto Bruce decine di volte, in Italia e in giro per il mondo. Tra le tante ricordo il suo concerto del luglio 2009 a Torino: il giorno dopo iniziavo la chemioterapia per combattere un tumore. La battaglia l’ho vinta, posso dire anche grazie a Bruce, alla sua energia, perché “come soldati in una notte d’inverno con una promessa da mantenere, no surrender”! Grazie Bruce!

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  4. Io c’ero. Avevo 15 anni. Esperienza unica ed indimenticabile.
    Un rito di comunione tra chi voleva volare. Lì è iniziata e finita un’epoca e un sogno.

    Springsteen ha poi scritto e cantato canzoni mediocri. Nessuno di noi è riuscito a volare e il sogno si è rattrappito.

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    1. Mah, sai, molti fan sono convinti che perfino San Siro fosse già un calo rispetto al passato, e forse hanno anche ragione, quindi ognuno tende un po’ a glorificare quello che non c’è più. A mio parere, poi ha scritto “anche” canzoni mediocri, ma l’esperienza di un suo live è rimasta insuperabile anche trent’anni dopo, magari meno fisica ma in alcuni casi perfino arricchita dalla maturità.

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  5. Complimentissimi, Guglielmo. Sei riuscito a rendere perfettamente l’eccezionalità dell’evento, pur essendo nato un anno dopo!
    Questa è passione pura!
    Io c’ero, e conservo vivida memoria di un giorno x me indimenticabile.
    Ricordo la fila lentissima sotto la canicola x ritirare il ticket n. 57110, che tuttora ovviamente conservo sottovuoto. Dovevo consegnare la ricevuta del bollettino postale . Un solo sportello abilitato…
    Eravamo una decina dal paesello in prov. di TN, compreso mio fratello Marco, mancato troppo giovane…
    Alla tua meravigliosa, documentatissima cronaca vorrei aggiungere alcuni miei ricordi.
    Una Trapped da brividi, incredibilmente intensa…
    Durante Cover me, sul secondo anello tutti saltavano e la struttura ONDEGGIAVA di almeno 10cm ma nessuno se ne preoccupò…
    Nel bel mezzo di twist and shout iniziò un coro spontaneo sull’aria de La Bamba, intonato poi da tutti gli 80.000. Bruce e E-streeters estasiati….
    E il rombo possente di tutti noi che urlavamo Rockin’ all over the world sul ritornello dell’ultimo bis: indissolubile nel ricordo di ognuno…
    All’uscita la beffa della metro chiusa a 1/2notte, lunghissima camminata x il treno. Esausti, trionfanti.
    Fantastico, x dirla con Springsteen

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    1. Grazie mille del tuo commento, Livio! Come ho già avuto la fortuna di dire ad altri springsteeniani presenti, per me la soddisfazione più grande è proprio l’approvazione di voi che c’eravate. E grazie per i dettagli che solo chi c’era conosce: dal bootleg non si capta l’ondeggiamento dello stadio 😀 e se può consolarti, anch’io a San Siro 2008 e 2013 mi sono dovuto fare stadio-centro di Milano a piedi causa metro chiusa… Certe cose non cambiano mai!

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  6. P.S. Congratulations x la pubblicazione su backstreets.com, bibbia di ogni springsteeniano.
    Vorrei dire anche che non ricordo sfondamenti di gente senza biglietto, solo tantissima gioia, pace e amicizia, come ad ognuno dei numerosi live springsteeniani cui ho assistito in seguito.
    E l’applauso + fragoroso, quando alla fine lui promise ” io rrritornèra ancora!”. Promessa abbondantemente mantenuta

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