Farhenheit 11/9: si scrive Trump, si legge America

Era il 2004 quando Michael Moore, già reduce da quindici anni come documentarista di successo e con un Oscar in tasca per Bowling a Columbine, vinceva la Palma d’Oro a Cannes con Farhenheit 9/11, inchiesta sul presidente Bush e in particolare sulla sua gestione del Paese post-11 settembre.

Come si può facilmente notare dal titolo, Moore si autocita e approfitta della felice coincidenza con la data delle ultime elezioni statunitensi (il 9/11/2016), per raccontare quella che ai suoi occhi deve essere un’altra grande sciagura americana: Donald Trump.

Un documentario di Moore su Trump sembrava quasi inevitabile: d’altronde la sua avversione all’attuale presidente non è mai stata ignota, e del documentarista ci si ricorda anche per il fatto che, quando tutti davano Hillary Clinton come sicura vincente, la sua voce si fosse levata per prevedere una vittoria del partito repubblicano.

La sorpresa sta quindi forse nel fatto che, nonostante tutte le premesse e il battage pubblicitario lo facciano pensare, questo non è un documentario su Donald Trump. Per i primi minuti Moore ci fa credere che lo sia, con un montaggio perfetto che, mostrandoci la sicurezza pressoché assoluta dei democratici di vincere, ci fa scorrere davanti la lunga notte delle elezioni e l’incredibile risultato finale.

How the fuck did this happen?”: come cazzo è successo? Questa è la domanda decisamente diretta che la voce off del regista ci pone appena prima dei titoli di testa, mentre le immagini della vittoria di Trump vengono sottolineate dall’azzeccatissima aria Ridi pagliaccio.

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Da quel momento in poi, Moore quasi si dimentica di concentrarsi sull’oggetto della sua attenzione, o forse si dedica proprio a rispondere più approfonditamente alla sua domanda, spostando il focus non sulla campagna o la presidenza Trump, ma su quanto successo negli anni precedenti che può aver portato a tale esito.

Ecco quindi che il film si trasforma in una sorta di “best of”, di summa del cinema di Moore, senza saper bene quale strada prendere: c’è un lungo segmento dedicato alla sua città d’origine Flint, ormai abbandonata e malissimo amministrata, che era già stata protagonista del suo esordio Roger & Me (1989); c’è la tirata contro la diffusione delle armi, con immagini delle ultime stragi nelle scuole americane, come in Bowling a Columbine (2001); c’è l’attacco a Hillary Clinton e alla sua vicinanza con i poteri finanziari, come in Capitalism: A Love Story (2009); c’è la tipica scena in cui Moore si presenta nella hall di un palazzo delle istituzioni e chiede di parlare col big boss, come in tanti suoi film.

L’ultima parte del film è addirittura dedicata ai parallelismi tra il presente e l’emergere dei fascismi nel secolo scorso, anche qui allargando la visione oltre il singolo caso Trump ma delineando un quadro mondiale di spostamento a destra.

Alla fine del film l’impressione è che Trump sia solo il prodotto di una serie di scelte sbagliate del partito democratico (Obama non viene affatto risparmiato, e si suggerisce che una candidatura di Bernie Sanders sia stata boicottata dai grandi elettori) e della mala gestione dei vari stati da parte del partito repubblicano, che ha allargato la crisi a macchia d’olio.

Questa confusione nel bersaglio da “colpire” (visto che di cinema politico e a tesi si tratta) non fa il bene del film, che risulta un potpourri di denunce sicuramente motivate e giuste ma poco adatte ad essere rappresentate in un unico documentario.

A Moore però si può rimproverare qualcosa dal punto di vista cinematografico, ma non si può negare che la sua voce come guardiano della democrazia sia ancora un’arma potente, e in grado di fungere da amplificatore di tante realtà troppo spesso ignorate dai media.

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