Rolling Thunder Revue: il circo Dylan è in città per illudervi

La prima parola pronunciata da Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, nel nuovo documentario di Netflix Rolling Thunder Revue: Martin Scorsese racconta Bob Dylan (2019), è “Saigon”. “Saigon” proprio come la prima parola di Apocalypse Now (1979), pronunciata da Martin Sheen/Capitano Willard nell’affresco visionario di Francis Ford Coppola sulla guerra del Vietnam: “Saigon. Merda, sono ancora soltanto a Saigon”.

Qui però non c’è un militare in mimetica, ma un anziano Dylan con giacca elegante e fermacravatta da cowboy che, intervistato al giorno d’oggi per l’occasione, cerca di fare il punto sulla situazione che vivevano gli Stati Uniti nel 1975: “Saigon era caduta. La gente sembrava aver perso le sue convinzioni su qualsiasi cosa”.

La guerra del Vietnam finita nel disonore, le celebrazioni per il bicentenario della Costituzione alle porte, Nixon che pochi mesi prima si era dimesso dopo il Watergate, la crisi petrolifera in corso, e un Paese confuso che come ha scritto il Financial Times era “a metà strada tra Woodstock e Ronald Reagan”.

Ma chi era Bob Dylan nel 1975? Quando glielo chiedono nel film, firmato da sua maestà Martin Scorsese, la risposta è più dylaniana che mai: “Non mi ricordo niente… E’ successo così tanto tempo fa che non ero nemmeno nato!”. E benché l’anagrafe del Minnesota ci dica che il signor Zimmerman era effettivamente già nato e trentaquattrenne all’epoca, ogni suo fan sa che Dylan ha vissuto innumerevoli vite, cambiando pelle a ritmo continuo senza mai fare della nostalgia la sua bandiera. Basti pensare che per Io non sono qui, il film semi-biografico di Todd Haynes del 2007 a lui dedicato, sono stati utilizzati ben sei attori diversi per interpretarlo, tra cui un ragazzino afroamericano e una Cate Blanchett in abiti maschili.

C’era stato il Dylan giovane promessa e poi re del folk, quello di Blowin’ in the Wind e della storia con Joan Baez (1962-64); quello della “svolta elettrica” che lo trasformò in un Rimbaud strafatto e armato di Telecaster (1965-66); quello che, tornato durante la contestazione giovanile dopo un mitico incidente in moto, cantava di fuorilegge e parabole bibliche (1967-68); quello che, causando malori nei fan, si era dato al country (1969); quello che aveva prodotto una serie di album mediocri che avrebbero fatto iniziare una recensione su Rolling Stone con le parole “Cos’è questa merda?” (1970-73); quello che era tornato in forma ritrovando il suo gruppo dei vecchi tempi, The Band, e con loro aveva intrapreso un tour da record (1974); e infine, nel 1975, c’era il Bob Dylan di mezz’età di Blood on the Tracks, il suo disco più ispirato da dieci anni, in piena crisi matrimoniale ma in pieno fermento creativo (qui l’approfondimento di Coolturama su quel disco).

Negli anni seguenti ci sarebbero stati il Dylan zingaro; quello convertito al cristianesimo; quello malamente agghindato da rockstar cafona nei bui anni Ottanta; quello costantemente in tour; quello impegnato a fare cover di Frank Sinatra; quello diventato premio Nobel.

Ma questo sarebbe successo dopo.

Nel 1975, Dylan decide che è ora di tornare on the road, ma questa volta non sarà come nel 1974, quando ha fatto il tutto esaurito negli stadi di mezza America spostandosi tra limousine e jet privati. Non sarà nemmeno come nel 1966, l’anno del suo penultimo tour, quando per sopportare la pressione di essere il faro di una generazione si era ridotto a una larva umana a forza di droghe.

Il prossimo tour non toccherà gli stadi, ma i piccoli teatri da 2000 posti delle città di provincia solitamente escluse dai grandi tour, arrivando a sorpresa sul posto e facendo promozione con i volantini.

Il prossimo tour sarà una carovana circense, un medicine show del vecchio West, un cast felliniano o come dice Dylan “un’estensione musicale della Commedia dell’arte italiana”: non un semplice concerto ma tre ore di spettacolo con circa 15 artisti sul palco, tra cui la sua vecchia fiamma e regina del folk Joan Baez, il poeta beat Allen Ginsberg, il drammaturgo Sam Shepard, l’ex chitarrista degli Spiders from Mars Mick Ronson, la cantautrice Joni Mitchell, Roger McGuinn dei Byrds e un po’ chiunque voglia aggiungersi lungo il tragitto.

Il prossimo tour si chiamerà Rolling Thunder Revue: il “Varietà del Tuono Rimbombante”.

La tournée parte simbolicamente da Plymouth, il primo luogo in cui nel 1620 misero piede i Padri pellegrini, ma questa volta i colonizzatori non saranno puritani britannici, bensì pifferai magici che, come dichiara Ginsberg “vogliono far diventare l’America una terra della poesia”.

Scorsese ci immerge in questa folle atmosfera di fricchettoni invecchiati che vogliono dare un’ultima zampata prima di essere sepolti, e mischia riprese dai backstage, spezzoni di concerto, interviste contemporanee e filmati che dipingono il Paese com’era in quegli anni. La manna di immagini è dovuta alla lungimiranza di un allora giovane regista emergente europeo, Stefan van Dorp, che si aggrega alla comitiva e riprende pressoché tutto.

Nel mezzo di questo caos è possibile assistere a scene che sanno di mitologia: Dylan seduto in un cimitero che suona un organetto per omaggiare la tomba di Jack Kerouac; Joni Mitchell che durante una festa casalinga canta in anteprima Coyote, canzone che racconta della sua tresca con Sam Shepard durante quel tour, e sembra di assistere al miracolo della creatività che si manifesta; una giovanissima Patti Smith imbarazzante nelle sue recite di poesie metropolitane; Allen Ginsberg che fa commuovere una platea di vecchiette borghesi con una poesia dedicata a sua madre; Dylan che, a petto nudo e con una tromba in mano, guida la sua cricca in una processione sulla spiaggia che sembra uscita dal Settimo sigillo o da La strada; la solitamente compassata Joan Baez che, liberata dal suo ruolo di eroina folk, si scatena in balli frenetici; Sharon Stone che racconta di essere stata sedotta giovanissima da Dylan durante una tappa del tour e che quel marpione senza vergogna le disse di aver scritto una nuova canzone per lei, Just Like a Woman. Che però era di dieci anni prima. Just like Dylan.

C’è anche il tempo di ritrovare la sopita ma mai perduta vena da “cantante di protesta” nel momento in cui Dylan legge l’autobiografia di Rubin Carter, un pugile ingiustamente in carcere da anni per omicidio, e decide di tornare a fare la sua parte alla vecchia maniera: scrivendoci una canzone. Che è Hurricane, e che non solo diventerà uno dei suoi più grandi successi, ma contribuirà a far riaprire il caso e porterà poi alla scarcerazione di Carter.

Per il resto, il Dylan del 1975 appare sereno e frizzante come mai è stato: sorridente, socievole, flirta con ogni donna a disposizione, è assolutamente poco enigmatico come vorrebbe la sua persona pubblica, ed è a perfetto agio come capocomico della sua carovana zingaresca sia alla guida del bus che sul palco, dove è semplicemente trasfigurato. Al petto ha un gilet da cowboy, in testa un cappellone con fiori e piume di pavone, al collo un lungo foulard, e il suo viso è completamente dipinto di trucco bianco, rendendolo un ibrido tra un indiano d’America, un mimo uscito da Les enfants du paradis e uno spettro con degli occhi azzurri in grado di penetrare la roccia.

Lui come al solito sminuisce il tutto dicendo che una sua musicista lo aveva portato a sentire un concerto del suo ragazzo… che era il cantante dei Kiss.

Nei numerosi filmati dal vivo che Scorsese ci mostra nella sua interezza, Dylan è diverso da come è stato fino ad allora e da come sarà in seguito: sul palco salta come un grillo, agita i pugni come uno showman consumato, fa le smorfie ai suoi colleghi e sembra posseduto da un demone che sia scatenato come Iggy Pop e allo stesso tempo illuminato come Walt Whitman.

Le canzoni sono tutte riarrangiate per l’occasione: un profluvio di suoni massiccio, a volte perfino eccessivo, dissonante, dove a farla da padroni sono la chitarra di Mick Ronson e soprattutto il violino di Scarlet Rivera, una giovane musicista che Dylan incontrò per caso per strada, convinse a seguirlo sul momento in stile evangelico e che finirà per diventare il marchio di fabbrica del suo suono di quegli anni.

Quando duetta con Joan Baez, a dieci anni dai tempi in cui erano i piccioncini del folk, è un amarcord commovente, anche se tra loro c’è ancora quella tensione sotterranea ben riconoscibile tra due che non si sono mai chiariti sulla fine di una storia.

Quando canta A Hard Rain’s A-Gonna Fall, che nel 1963 era una funebre nenia acustica in stile ballata medievale, la trasforma in un rock forsennato da fiera di paese, ma questo non ne indebolisce il testo, anzi: vederlo lì con gli occhi spiritati, le braccia aperte come un medium da chiesa evangelica e la voce urlata lo fa sembrare davvero un profeta o un predicatore errante degli stati del Sud. Con la stessa scioltezza con cui canticchierebbe una filastrocca o una canzone di Chuck Berry, lo sentiamo declamare versi di una potenza visionaria: “E ora cosa farai, figlio mio diletto? Ora cosa farai, figlio mio adorato? Mi ritirerò prima che la pioggia cada, raggiungerò i recessi della foresta più nera e folta, dove le persone sono tante e tutte a mani vuote, dove i proiettili avvelenati contaminano le acque, dove la casa nella valle diventa putrida prigione, dove il volto del boia è sempre ben celato, dove brutta è la fame e le anime dimenticate, dove nero è il colore e zero il numero, e lo racconterò, lo penserò, lo pronuncerò, lo respirerò, e lo riverbererò dalla montagna così che tutte le anime possano vederlo, poi vagherò sull’oceano fino a quando non affonderò, ma saprò bene la mia canzone prima di incominciare a cantare, e sarà impietosa la pioggia che cadrà”.

In lui sembra incarnarsi quella “old weird America”, la “bizzarra, antica America” di cui ha parlato il critico Greil Marcus: un luogo rurale di credenze esoteriche, canzoni blues, miti del West e ciarlatani itineranti.

Dylan non è più un musicista, è uno showman, un attore: d’altronde è lui stesso, da anziano, a rivelare che “la vita non è la ricerca di te stesso, ma è creare te stesso”.

Nelle interviste contemporanee, Dylan infatti è un’altra persona ancora: un completo da gentiluomo del Sud, una faccia impassibile alla Buster Keaton e un modo di parlare che sembra uscire da una pagina scritta o dai testi di uno speaker radiofonico, con ogni frase buttata lì con nonchalance che sembra pronta per diventare una citazione memorabile. Tipo: “Quando uno indossa una maschera ti dirà la verità. Quando non la indossa, è molto improbabile”.

E qui le cose si fanno interessanti.

Perché la massima di Bob non è una delle sue uscite classiche come “per vivere fuori dalla legge devi essere onesto”, “non ti serve un meteorologo per sapere da che parte tira il vento” o “non c’è successo come il fallimento, e il fallimento non è affatto un successo”.

In una mossa che sembra molto più farina del sacco di un David Lynch che di uno Scorsese, Dylan ci sta palesemente rivelando… che ci sta prendendo in giro. Almeno in parte.

Il filmmaker Stefan van Dorp infatti non esiste, è un attore reclutato per l’occasione; Dylan non ha preso l’ispirazione per la sua maschera a un concerto dei Kiss; Sharon Stone non è stata sedotta e abbandonata; quello che viene spacciato come il promoter del tour è in realtà l’attuale amministratore delegato della Paramount; un deputato che a un certo punto racconta di aver visto Dylan in concerto è in realtà un attore che riprende un ruolo di trent’anni prima in un vecchio film televisivo di Robert Altman.

Questo è quello che è emerso finora dal web, ma chissà quanto altro è in realtà un’enorme fake news, uno scherzo collettivo. Certo, il tour è esistito realmente, le immagini d’epoca sono reali, ma quanto di quello che ci hanno raccontato i protagonisti è la verità? Il documentario è per antonomasia la forma cinematografica di cui ci fidiamo di più, a meno che non sia esplicitamente un mockumentary in stile Spinal Tap, ma qui gli autori non scoprono il gioco esplicitamente, si limitano a segnali ambigui come lo spezzone che apre il film: una vecchissima sequenza del pioniere del cinema muto Georges Meliès, che su un palcoscenico recita la parte di un prestigiatore.

Bisogna dire la verità: sentirsi presi in giro in modo così inaspettato non fa piacere, ci si sente privati del proprio diritto di spettatori alla verità, ma poi, superato lo choc iniziale, non si può che rimanere ammaliati dalla musica, quella sì reale, e per il resto farsi una risata sulla nostra credulità.

E chi se non l’eterno giullare, l’illusionista, il trickster della tradizione americana che sbeffeggia lo status quo, poteva produrre un’autobiografia falsa, una pura mistificazione della realtà come questa? Solo lui, il vecchio Bob, ed è bello immaginarlo da qualche parte in un camerino sperduto, a 78 anni, mentre sorride malizioso pensando che anche stavolta ci ha fregati tutti.

Rolling Thunder Review: Martin Scorsese racconta Bob Dylan è su Netflix dal 12 giugno:

3 risposte a "Rolling Thunder Revue: il circo Dylan è in città per illudervi"

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  1. Fantastico.
    Non amo Bob Dylan (va detto, comunque, che lo conosco pochissimo), ma la storia del mockumentary è intrigante sin dall’inizio, quando non sembra affatto un fake (e tu sei stato bravo a svelarlo solo alla fine). Soprattutto, considerando quanto poco mi interessa in circostanze normali il personaggio e ciò che lo riguarda, hai catturato la mia attenzione: mi sono divertita, mi sono incuriosita, e non è poco.

    Piace a 1 persona

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