Mi consigli un film? – Vol. 18

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Se un film tra quelli recensiti vi incuriosisce, provate a dare un’occhiata all’app JustWatch per scoprire se per caso sia disponibile su Netflix, Prime Video, RaiPlay, Infinity o altre piattaforme di streaming (non mi pagano per la pubblicità!).

Di seguito le recensioni di: Sto pensando di finirla qui, Il profeta del gol, Polpette, Z – L’orgia del potere, A sangue freddo.

Via al volume 18! (qui l’archivio con tutte le altre puntate)

Sto pensando di finirla qui (I’m Thinking of Ending Things)

Charlie Kaufman, 2020

Distribuito il 4 settembre direttamente su Netflix, si tratta dell’ultimo parto della fantasia geniale di Charlie Kaufman, sceneggiatore di gioielli complessi come Se mi lasci ti cancello, Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee, che dai tempi di Anomalisa (2015) non si era più fatto sentire.

Che dire? La fantasia c’è ancora tutta, verrebbe da dire anche troppa. Nonostante il film sia l’adattamento di un romanzo omonimo del 2016 dello scrittore canadese Iain Reid, le invenzioni sorprendenti, i dialoghi eruditi e la narrazione che mette alla prova l’attenzione dello spettatore sono ancora tutti lì.

La trama è parzialmente semplice da riassumere, se non fosse per alcuni “squarci nella tela”, crepe nella narrazione che di quando in quando aprono a mondi diversi: ci sono due fidanzatini, Lucy e Jake (lui è il Todd di Breaking Bad, che ormai più che Matt Damon sembra Ed Sheeran dopo un’abbuffata di gelato), che vanno a pranzo dai genitori di lui, e per farlo attraversano una tempesta di neve in piena campagna.

Il viaggio sarà costellato di incontri inquietanti ed eventi cupi e surreali, tra riflessioni sulla vita, sulla depressione e sulla mortalità, con un finale che – senza spoilerare troppo – fa sospettare che i due non siano poi quello che sembrano. In breve, il genere di film che uno ama odiare, povero di risposte ma affascinante nelle sue suggestioni, proprio come era stato Mulholland Dr. di David Lynch vent’anni fa.

Ed è proprio Lynch il nome che viene più alla mente, con quelle tinte horror date dal perturbante del normale anormale, unito a una certa verbosità che ricorda i dialoghi di Tarantino messi in bocca a personaggi fastidiosamente intellettuali e profondi. Nel finale, però, certi eccessi di surrealtà concernenti maiali e balletti sembrano francamente davvero troppo.

Insomma, non si capisce niente, è claustrofobico, disturbante e i protagonisti non si fanno affatto amare, ma il mistero è talmente ben orchestrato che verrebbe voglia di rivederlo… magari tra qualche tempo.

Il profeta del gol

Sandro Ciotti, 1976

Avete mai sognato di sentire il calciatore olandese tre volte Pallone d’oro Johan Cruyff doppiato da Ferruccio Amendola? Questo è il film che fa per voi.

Realizzato nel 1976 dal mitico Sandro Ciotti, radiocronista della RAI protagonista di decenni di giornalismo calcistico, questo documentario all’epoca uscito al cinema (a dimostrazione che la deificazione dei calciatori non è cosa recente) è un’opera sicuramente imperfetta ma affascinante.

L’impostazione è piuttosto semplice: approfittare dell’incredibile disponibilità dello stesso Cruyff, che vediamo in azione sul campo così come in famiglia con i bambini o mentre passeggia a braccetto della moglie, per offrire un ritratto e una storia dell’uomo-simbolo del Calcio totale, che negli anni Settanta stregò il mondo con l’Ajax e la nazionale olandese.

Ovviamente non c’è solo Cruyff o solo la voce inconfondibile di Ciotti: vediamo interventi dei campioni italiani dell’epoca, da Zoff a Rivera (che con quella erre moscia già sembrava più un rampollo degli Agnelli che un calciatore), tutti prodighi di complimenti per l’extraterrestre che all’epoca era il Messi del panorama calcistico.

Appesantito da musiche tremende anni ’70 stile Febbre da cavallo a base di wah-wah, batterie funky e vocalizzi femminili da softcore, e forse più lungo del dovuto, rimane comunque gustoso grazie all’ironia di Ciotti, prodigo di battutine sbarazzine, e per l’accesso totale a immagini dei dietro le quinte oggi difficilmente visibili, come quelle allo stadio di Monaco ‘74 con le donne delle pulizie che puliscono uno a uno i sedili dello stadio.

Polpette (Meatballs)

Ivan Reitman, 1979

Che non si farebbe per amore di Bill Murray? Perfino guardarsi questo pastrocchio canadese datato 1979, che si fa ricordare principalmente come primo film di cui l’attore, fino ad allora comico televisivo del Saturday Night Live, fu protagonista.

Non è un caso che Ivan Reitman (che poi ci avrebbe dato Ghostbusters affinando notevolmente le sue abilità registiche) avesse prodotto l’anno prima il grande successo Animal House: Polpette (titolo già di per sé assurdo) ne è la copia carbone, senza minimamente riuscire a replicarne l’umorismo.

La storia è ambientata in un campeggio estivo per ragazzi in cui Murray (addirittura belloccio in gioventù!) fa da animatore, e tra gare di sport, gite in canoa, sfide con un campeggio rivale e amorazzi adolescenziali, trova anche il tempo di fare da figura paterna per un ragazzino introverso.

Se però Animal House era anarchia pura, in cui la comicità demenziale e il sesso erano gli ingredienti principali, qui il tutto è totalmente annacquato in entrambi i campi, e forse solo un dodicenne potrebbe trovarlo comico o eccitante. Il fatto che sia diventato il film canadese più visto di sempre non depone a favore della cinematografia dello stato nordamericano. Meglio Sapore di mare, a questo punto.

Z – L’orgia del potere (Z)

Costa-Gavras, 1969

Il cartello iniziale, che programmaticamente avverte: “Ogni somiglianza con avvenimenti reali, persone morte o vive non è casuale. È volontaria”, è utile ad avvertire lo spettatore che il film che si sta per vedere, più che un’opera artistica valida in sé per sé, ha il preciso intento di essere un’opera di denuncia politica.

La storia, tesa come una tragedia greca (è il caso di dirlo), è infatti ispirata all’omicidio dell’attivista Grigoris Lambrakis, che nel 1963 venne ucciso durante un comizio a Salonicco perché tra i più strenui oppositori del governo di destra del Paese. Da quel momento, sulle strade di Atene cominciarono a comparire graffiti con la lettera Z, che si legge come ζει, ovvero “Lui vive”, e che dà il titolo al film.

Nella finzione cinematografica, l’omicidio viene ricostruito pressoché in tempo reale, con tutte le coperture effettuate dal governo e dalle forze dell’ordine per evitare ogni coinvolgimento, e nella seconda parte un procuratore interpretato da Jean-Louis Trintignant (che curiosamente venticinque anni dopo sarà un giudice in pensione nel Film rosso di Kieślowski) indaga sulla triste vicenda senza fare sconti al potere.

L’impianto così realistico fa sì che, a cinquant’anni di distanza dalla sua uscita, molti riferimenti all’allora storia recente si perdano, e che come per molti film di stampo politico, non sempre la forza delle idee riesca a far invecchiare bene una pellicola, in questo caso alla lunga piuttosto ripetitiva.

Di certo c’è che Costa-Gavras, che probabilmente insieme al nostrano Elio Petri è stato il maestro a cavallo degli anni ’60-’70 di quel cinema di denuncia spesso incline al grottesco, sa bene come dare al cinema la forza di un megafono per segnalare l’ingiustizia e diffondere l’indignazione.

A sangue freddo (In Cold Blood)

Richard Brooks, 1967

Se qualcuno dovesse pensare che la violenza ingiustificata sia storia recente, e che lo stesso siano i film che la dipingono, A sangue freddo è la scioccante prova che, molto prima di Tarantino e Natural Born Killers (nonché prima de La rabbia giovane di Malick), anche in bianco e nero esisteva l’omicidio senza motivazioni.

In questo caso la storia è però più disturbante che in altri esempi perché ispirata con grande fedeltà a un episodio reale: la morte di un’intera famiglia (genitori e due figli adolescenti) in una cittadina del Kansas nel 1959 per mano di due rapinatori di bassa lega. I due giovani, avendo avuto notizia che il capofamiglia avesse un bottino da parte, si erano introdotti nottetempo in casa, ma probabilmente perché delusi dal non aver trovato denaro, uccisero brutalmente e “a sangue freddo” l’innocente famiglia.

Il caso scioccò il pubblico statunitense, e rimase alle cronache per essere stato narrato, sotto forma di romanzo-reportage, dal celebre scrittore Truman Capote, che ne fece uno dei libri di true crime più venduti di sempre insieme a quello che pochi anni dopo Vincent Bugliosi dedicò agli omicidi della Famiglia Manson (Helter Skelter, 1974).

Il film, in un bianco e nero documentaristico, segue solo di un anno il libro, ed è disturbante nella sua completa aridità di sentimenti, limitandosi a fotografare due giovani senza valori, per niente eroici, che sembrano non conoscere empatia e che fino alla fine non riusciamo a capire.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio)

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