House of Gucci: com’è glamour l’omicidio | La recensione

Una volta avevo un amore che era divino
Presto scoprii che stavo perdendo la testa
Sembrava una cosa seria, ma ero così cieca
Tanta diffidenza, e l’amore è svanito

Le parole di Heart of Glass, successo dei Blondie del 1979, risuonano nel trailer di House of Gucci, il nuovo film di Ridley Scott con Lady Gaga protagonista, e sembrano perfette per descrivere i sentimenti di una donna, Patrizia Reggiani, che la testa per amore l’ha persa davvero, e con conseguenze piuttosto serie.

Il film, che esce in Italia il 16 dicembre ed è uno degli eventi di questa stagione 2021 che vede il cinema battersi per sopravvivere alle ferite inferte all’industria dal Covid, è infatti direttamente ispirato alle vicende reali che hanno visto protagonista la signora sopracitata e suo marito Maurizio Gucci, che una mattina del marzo 1995 fu ucciso a revolverate da un sicario nell’atrio di un palazzo milanese.

L’evento all’epoca non fu affatto di poco conto, perché Gucci (lo si intuisce facilmente dal cognome) non era un affiliato di qualche cosca mafiosa vittima di un regolamento di conti, bensì l’erede dell’omonimo storico marchio di alta moda, fondato dal nonno Guccio Gucci negli anni Venti e diventato nel tempo un simbolo di lusso e stile a livello mondiale.

Il film di Scott racconta la storia di questa coppia con un cast di tutto rispetto in quanto a nomi altisonanti: un allampanato e un po’ imbarazzato Adam Driver nella parte di Maurizio Gucci, un clownesco Jared Leto in quella del cugino Paolo Gucci, un principesco Jeremy Irons in quella del padre Rodolfo, e addirittura il vecchio leone Al Pacino nella parte di Aldo, zio di Maurizio e deus ex machina dell’azienda famigliare.

Su tutti, però, a fare la parte della vera leonessa è ovviamente Lady Gaga nella parte della Reggiani, che dopo l’inatteso successo di critica e pubblico di A Star is Born (che avevamo già recensito qui), si conferma per gli anni Venti quella che Madonna è stata per gli anni Ottanta: italoamericana, cantante e attrice, speciale e ordinaria, sensuale e volgare, femminile ma non bella, intelligente e verace, e qui strabordante fin troppa personalità.

La vediamo inizialmente negli anni Settanta come segretaria nella modesta azienda del padre, e dopo pochi minuti eccola farsi in quattro per ingraziarsi il rampollo Gucci, che Adam Driver dipinge come un nerd occhialuto completamente disinteressato agli affari di famiglia e pressoché asessuato, se non per un comicamente selvaggio amplesso sulle note della Traviata.

Lui ha un Klimt in casa, lei lo scambia per un Picasso; il padre di lei veste in canottiera, il padre di lui (Irons) ha disegnato foulard indossati da Grace Kelly: sembrerebbe un matrimonio che non s’ha da fare, ma come sempre succede, i novelli Romeo e Giulietta vincono le avversità e convolano a nozze.

I veri Maurizio Gucci e Patrizia Reggiani/Adam Driver e Lady Gaga

Da quel momento, il film è una storia di ascesa e caduta, innamoramento e tradimento, intrighi finanziari, vendetta e infine omicidio, ma nonostante i protagonisti siano italiani e i parenti coinvolti non manchino, non siamo decisamente dalle parti di grandi saghe famigliar-criminali come Il padrino. Scott, ottantaquattrenne attivissimo e ormai senza freni inibitori (come dimostra una sua recente intervista in cui ha ripetutamente insultato il giornalista), sembra calarsi negli anni Ottanta della Milano da bere con tutto il carico di kitsch, camp ed estetica pacchiana che quel decennio porta con sé, trasferendo questi attributi anche ai suoi protagonisti.

Se però in quanto a costumi che sembrano usciti da Vacanze di Natale e ricostruzione attenta degli arredamenti dell’epoca il film fa bene il suo dovere, sul materiale umano questa tendenza all’eccesso si fa notare in negativo: gli italiani hanno facce color terra da pescatori calabresi anche se sono ereditieri meneghini, Al Pacino passa metà del suo tempo sullo schermo a dare baci sulla guancia a chiunque gli capiti a tiro, e soprattutto tutti parlano con un falsissimo accento finto-italiano che sembra essere uno dei più grandi assist di sempre ai difensori del doppiaggio.

Jared Leto, in particolare, irriconoscibile dietro a una maschera di baffi, capelli unti, doppio mento e voce da cartoon, rende Paolo Gucci una tale caricatura che di fronte alle sue apparizioni non si sa se rimanere offesi o pensare che un personaggio così assurdo doveva essere sfruttato meglio per un vero film demenziale nello stile di Tropic Thunder o Austin Powers.

Se però il film fosse stato tutto a base di eccessi estetici e recitativi, rifacendosi allo stile di American Hustle di David O. Russell o Il falò delle vanità di Brian De Palma, forse in fondo sarebbe stato coerente e piacevole. Qui, invece, a più riprese affiora un prendersi sul serio che stona, con una durata assurdamente lunga e un afflato melodrammatico da soap opera che finisce per essere anche un sinonimo di manipolazione morale dello spettatore.

[DA QUI, SPOILER SULLA STORIA (VERA) DELL’OMICIDIO GUCCI]

Sì, perché bisogna ricordarsi che, benché per buona parte della sua durata House of Gucci sia una storia d’amore e intrighi economici, questa storia è anche quella di un uxoricidio, che nel 1998 ha portato alla condanna a 26 anni di Patrizia Reggiani come mandante.

Lady Gaga è invece arrivata a dichiarare alla stampa: “Lo considero un atto profondamente sbagliato e non posso che condannarlo, ma è una donna che implode quando si sente scartata, quando vede finire la sua storia d’amore e viene estromessa. Mi ha fatto molto riflettere sul coraggio delle donne che osano sfidare i poteri maschili”.

Ecco, guardando House of Gucci ci si chiede se una qualsiasi casa di produzione hollywoodiana (o anche indipendente) avrebbe accettato di usare gli stessi toni in fondo misericordiosi e comprensivi nel caso la vittima dell’omicidio fosse stata una moglie anziché un marito. Nel dipingere questa novella Lady Macbeth come una donna ferita nei sentimenti, che in fondo agisce in nome dell’amore tradito, il film non solo perde l’occasione di ritrarre un personaggio che poteva essere affascinante nella sua fredda malvagità, ma fondamentalmente difende le ragioni della mandante di un omicidio.

Se si vuole guardare ad House of Gucci come a un puro esercizio di stile ironico e a una vetrina camp per il carisma di Lady Gaga, che probabilmente genererà una quantità enorme di meme nei prossimi anni, allora le due ore e quaranta del film sicuramente offrono abbondanza di materiale e intrattenimento. Nel momento in cui però il film vuole essere qualcosa di più, tutto sembra esporlo come l’imitazione malriuscita di un capo d’alta moda, buono per una festa di carnevale ma non certo per una serata di gala.


House of Gucci è al cinema dal 15 dicembre

2 risposte a "House of Gucci: com’è glamour l’omicidio | La recensione"

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  1. Scusate pero qualcuno lo deve dire, faccio il tecnico delle luci ed ero presente sul set. NON É VERO CHE HANNO FATTO RECITARE DEI PESCATORI CALABRESI, ERANO ATTORI VERIIIII!!!!!!! SONO DEI SIGNORI AMERICANI, BASTA INVIDIA, PRIMA DI DIRE COSE FALZE CONTROLLATE!!!! L’INVIDIA NON A MAI FATTO BENE A NESSUNO!!!! RICORDTEVELO #verita#nocomplotto

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