The Real House of Gucci: la vera storia di Patrizia Reggiani e dell’omicidio Gucci, dall’inizio alla fine

House of Gucci, il nuovo film di Ridley Scott con Lady Gaga e Adam Driver protagonisti, è al cinema in Italia dal 16 dicembre (qui la nostra recensione), e l’evento ha già suscitato molto scalpore tra i coinvolti e tra i curiosi, visto che ad essere raccontata è la storia vera della famiglia Gucci, e soprattutto dei fatti che portarono all’omicidio di uno di loro.

Protagonista del film è infatti Lady Gaga (all’anagrafe Stefani Germanotta), che qui interpreta Patrizia Reggiani, ex moglie di Maurizio Gucci (nella finzione, Adam Driver), che nel 1997 fu arrestata come mandante dell’assassinio del coniuge, ucciso con quattro colpi di pistola in una mattina di marzo 1995 a Milano.

La storia d’amore tra i due, durata più di dieci anni e protrattasi sotto forma di gelosia anche dopo la fine del rapporto, è al centro del film, ma vengono anche investigate le trame famigliari che portarono i Gucci, famiglia tra le più note del mondo della moda, a scontrarsi per anni in tribunale per ottenere il controllo dell’azienda, in quella che più volte è stata ribattezzata una “Dynasty all’italiana”, e che forse oggi assoceremmo a Succession.

Ma quali sono i fatti e quale la finzione? Come sono andate davvero le cose nell’epopea della famiglia Gucci, e com’erano nella realtà i protagonisti portati sullo schermo? Sappiamo che la sceneggiatura del film, di Becky Johnston e Roberto Bentivegna, si è basata sul libro di Sara Gay Forden The House of Gucci: A Sensational Story of Murder, Madness, Glamour, and Greed, uscito già nel 2000, ma quanto di quello che narra è realtà? Questo articolo cerca di raccontare la storia vera di House of Gucci, di Patrizia Reggiani e suo marito Maurizio Gucci, partendo dalle fonti dell’epoca.

La casa Gucci: storia di un marchio e di una famiglia

Iniziamo dal principio: cos’è Gucci, e chi sono i Gucci. Questo cognome, oggi citato da mille rapper come simbolo di lusso e ricchezza, e associato ormai da quasi un secolo al glamour e all’eleganza, vede iniziare la sua notorietà nel 1881, quando, figlio di un artigiano, nasce a Firenze Guccio Gucci.

Il giovane fiorentino è da subito intraprendente, e già prima della fine del secolo emigra a Londra, dove in qualità di cameriere del prestigioso Hotel Savoy capisce che c’è una vasta clientela facoltosa che pagherebbe volentieri cifre alte per prodotti di pelletteria italiani di alta qualità.

Nel 1904 quindi Gucci, poco più che ventenne, fa ritorno a Firenze e apre un laboratorio di pelletteria specializzato in guanti, valigie, stivali e articoli da equitazione in Via della Vigna, che nel 1921 prenderà ufficialmente il nome di “Azienda Individuale Gucci”.

Con la moglie Aida Calvelli, il capostipite della dinastia ha sei figli (di cui uno adottato): Grimalda (1903-1989), Enzo (morto a soli nove anni nel 1913), Aldo (1905-1990), Vasco (1907-1974), Rodolfo (1912-1983) e Ugo (1899-1973). Guccio morirà nel 1953, lasciando un’azienda che si era ormai imposta come uno dei nomi di maggiore successo del made in Italy nel mondo. Gli eredi, alla morte, sono i figli Aldo, Vasco, Rodolfo e Grimalda: quest’ultima, però, non entrerà mai nella gestione dell’azienda, e inizialmente anche Rodolfo preferisce la strada del cinema.

Aldo Gucci

Nella finzione cinematografica, Aldo Gucci è interpretato da Al Pacino, e nel film viene presentato a partire dagli anni Settanta come già anziano dirigente dell’azienda, intento a coinvolgere il nipote Maurizio e sua moglie negli affari di famiglia.

Nella vita reale, Aldo (1905-1990) emerge presto come il più intraprendente dei cinque figli, tanto che è lui nel 1938 a portare il nome Gucci a Roma, aprendo un primo negozio extra-fiorentino nella celeberrima via Condotti. Il padre inizialmente non gradisce, forse perché troppo legato a una tradizione artigianale, ma presto i fatti danno ragione ad Aldo, vera mente imprenditoriale del successo di Gucci nel mondo: in successione aprono negozi a Milano (ovviamente in via Montenapoleone), e il 3 ottobre 1953 a New York, sulla Quinta Strada. È solo l’inizio di un’espansione enorme, che porta la Gucci a essere presente con circa 200 negozi nel mondo, e circa 6000 articoli diversi.

Aldo è anche molto dotato per le pubbliche relazioni, e tra New York e Miami allestisce un giro di conoscenze che, insieme al valore dei suoi articoli, fa sì che a partire dagli anni Cinquanta Gucci diventi associata a star come Liz Taylor, Audrey Hepburn, Jacqueline Kennedy, Sophia Loren, nonché ai politici più importanti di Washington, tanto che il corridoio pieno di lobbisti antistante alla Commissione per le tasse del Senato USA viene col tempo ribattezzato “the Gucci gulch (“la strettoia Gucci”).

È negli anni Sessanta, all’apice del successo di reputazione della casa (ormai inconfondibile col suo marchio con doppia G in omaggio al fondatore), che escono la famosa borsetta con manico in bambù (la “0063”), i mocassini esposti al Museo di Arte Moderna di New York, e il foulard “Flora” dedicato a Grace Kelly, su un disegno del pittore Accornero e riprodotto in 85 differenti gradazioni di colore, che nel film è protagonista di una scena piuttosto memorabile con Paolo Gucci.

Aldo Gucci, dopo le disavventure con la giustizia e con la famiglia di cui parleremo in seguito, morirà a Roma nel 1990, all’età di 85 anni.

Paolo Gucci

Uno dei personaggi che emergono maggiormente, non fosse altro che per l’eccentricità, da House of Gucci, è quello di Paolo Gucci, interpretato con abbondanza di make up da un irriconoscibile Jared Leto.

Paolo, nato nel 1931, è uno dei quattro figli di Aldo Gucci, insieme a Giorgio (1928), Roberto (1932) e Patricia (1962). Se gli altri fratelli non vengono approfonditi nella trasposizione cinematografica, il ruolo di Paolo è più definito perché fu effettivamente protagonista di alcuni scontri che negli anni Ottanta portarono la famiglia a una lotta fratricida.

In particolare, dopo essere diventato vice-presidente di Gucci nel 1978, già due anni dopo fu rimosso dall’incarico nel momento in cui la sua linea di apertura totale al franchising non fu ben vista dal padre e dal cugino Maurizio. Secondo le testimonianze dell’epoca, durante una riunione del luglio 1982, Paolo portò con sé un registratore, che pare gli sia stato poi tirato addosso in un accesso d’ira da Aldo, un episodio per cui il figlio gli chiese 200mila dollari di danni.

Questo e altri scontri lo portarono addirittura a denunciare suo padre Aldo alle autorità statunitensi, che in seguito ai dossier forniti da Paolo poterono incriminare Aldo Gucci per evasione fiscale, e nel 1986 lo condannarono a un anno e un giorno di prigione.

Come scrisse il New York Times, “Un tempo capo progettista dell’azienda, il litigioso Paolo ha intentato molteplici cause contro i suoi parenti e l’azienda di famiglia. Ha anche minacciato di presentare una sua linea di borse Gucci, una mossa che avrebbe confuso i clienti almeno quanto la Classic Coke e la New Coke. Le accuse mosse nelle cause di Gucci hanno contribuito ad avviare un’indagine dell’Internal Revenue Service per verificare se vi siano state deviazioni di denaro dalla filiale americana di Gucci a società estere al fine di evadere le tasse”.

Come narrato nel film, Aldo Gucci all’età di ottantun anni scontò effettivamente la pena (seppur scontata) in Florida, per aver occultato redditi per oltre 11 milioni di dollari trasferendoli a società non statunitensi.

Rispetto al carattere di Paolo, che nel film assume tratti decisamente caricaturali, il designer Tom Ford (che negli anni Novanta legò il suo nome al marchio Gucci), ha dichiarato: “Paolo, che ho incontrato in diverse occasioni, era eccentrico anche nella realtà e faceva cose stravaganti, ma il suo comportamento in generale non somigliava sicuramente a quello del personaggio pazzo e apparentemente mentalmente disturbato della performance di Leto”.

Rodolfo Gucci

Rodolfo Gucci è interpretato sullo schermo da Jeremy Irons, e la sua parte è quella di un anziano patriarca distinto, padre di Maurizio e inizialmente poco convinto della sua decisione di sposarsi con Patrizia Reggiani.

Nel film come nella realtà, Rodolfo aveva inizialmente avuto una carriera da attore ai tempi del fascismo con lo pseudonimo di Maurizio D’Ancora, nell’ambito del cosiddetto “cinema dei «telefoni bianchi”, una serie di commedie e drammi di ambientazione borghese.

La carriera però non era stata delle più sfolgoranti, e negli anni successivi Rodolfo avrebbe continuato a gestire l’azienda di famiglia insieme al fratello Aldo e al fratello Vasco. Quando nel 1974 Vasco muore, sono gli altri due fratelli a rimanere con il 50% dell’azienda a testa, almeno fino al 1983, quando anche Rodolfo passa a miglior vita.

A ereditarne le quote è l’unico figlio, Maurizio.

I protagonisti: Maurizio Gucci e Patrizia Reggiani

Maurizio Gucci nasce il 26 settembre 1948 da Rodolfo Gucci e Sandra Ravel, si laurea in Giurisprudenza nel 1973 e nel corso degli anni Settanta il suo nome comincia a comparire soprattutto nelle cronache dei quotidiani locali statunitensi, dove più di una volta viene presentato come “delfino” dello zio Aldo Gucci, già ben inserito negli ambienti delle élite d’oltreoceano.

Di lui, Maurizio disse: “Sono stato l’unico a lavorare per sette anni con mio zio, che è un tipo piuttosto difficile. Con lui non si tratta di vivere, ma di sopravvivere. Se lui dà il 100%, tu devi dare il 150%, per dimostrare che puoi fare le cose bene quanto lui”.

Nel 1970, l’evento che gli cambierà la vita: in occasione di una festa incontra Patrizia Reggiani Martinelli, la donna che il 28 ottobre 1972 diventerà sua moglie nella Chiesa di San Sepolcro a Milano.

La Reggiani è nata a Vignola il 2 dicembre 1948, e le sue origini sono meno fiabesche di quelle del marito: inizialmente cresciuta in povertà, con la madre lavapiatti, non ha mai conosciuto il padre, ed è stata poi adottata dal nuovo compagno della madre Silvana Barbieri, l’imprenditore dei trasporti Ferdinando Reggiani.

Il padre adottivo era un uomo decisamente abbiente, anche se di un’estrazione decisamente diversa rispetto a quella del futuro genero.

Come ha dichiarato in un’intervista televisiva, per la Reggiani l’incontro con il rampollo Gucci non fu amore a prima vista: “Vidi che aveva una macchina piccola e io, abituata a ben altro, pensai: ‘Che sfigato’”. E ancora: “Un ragazzo ordinario e manierato, abbigliato con una specie di buffo smoking, inspiegabilmente senza revers, da cui usciva una bizzarra camicia a jabot. Oltre che timido sembrava impacciato e goffo”. Anche La Stampa riporta: “Me lo presentarono a una festa, in una casa di via dei Giardini, e lui mi apparve come un bel ragazzo pieno di sé. Ma poi con me diventò attento e dolcissimo e io m’innamorai perdutamente”.

I due cominciano quindi a frequentarsi e scocca l’amore, che però non è avallato dal padre di lui, Rodolfo, il quale deciderà infatti di non partecipare al matrimonio in segno di protesta.

Dall’unione dei due nascono due figlie: Alessandra (1977) e Allegra (1981), e anche i rapporti con il patriarca Gucci si distendono in seguito, tanto che sarà lui a regalare alla coppia un attico su due piani da 880 metri quadrati alla Olympic Tower di New York, sulla Quinta Strada, come ricorda la stessa Reggiani nel documentario di Marina Loi e Flavia Triggiani Lady Gucci – La storia di Patrizia Reggiani, distribuito da Discovery+.

La storia va avanti per tredici lunghi anni, in cui i due appaiono come indivisibili protagonisti del jet set milanese e internazionale: in questi anni, nelle cronache dei giornali si può vedere la Reggiani in compagnia di Franco Zeffirelli o Ugo Tognazzi, e molto si scrive anche dell’acquisto del veliero da 65 metri “Creole”, considerato una delle navi più belle (e costose) al mondo.

Come dice in un’intervista in inglese del 1986 (utile anche a misurare il grado di somiglianza dell’accento di Lady Gaga), “È meglio piangere in una Rolls Royce che essere felice su una bicicletta”:

Secondo quanto emerso in seguito, la separazione sarebbe stata messa in moto anche dal fatto che l’anno precedente Gucci aveva cominciato a frequentare clandestinamente la ventiseienne Sheree McLaughlin, che secondo la testimonianza della stessa donna avrebbe continuato a fare la spola in Concorde tra New York e Milano fino al 1990.

Non è però questa la donna (interpretata nella finzione da Camille Cottin) che in House of Gucci fa impazzire di gelosia la protagonista: si tratta infatti di Paola Franchi, arredatrice, che all’inizio degli anni Novanta diventò la nuova compagna di Gucci, e lo rimase fino alla morte di lui nel 1995.

La scalata al potere negli anni Ottanta

Come riporta un articolo del New York Times intitolato “Repairing the House of Gucci” già nel 1985, gli anni che traghettano la Gucci dai Settanta agli Ottanta non sono dei migliori, sia a livello di beghe famigliari che di reputazione del marchio.

Se infatti nel 1984 il fatturato dell’azienda è altissimo (190 miliardi di lire di cui 95 all’estero, con un utile di 13,5 miliardi), le cifre sono gonfiate dal fatto che Gucci è ormai una sorta di griffe per tutti i gusti, che distribuisce licenze ovunque e finisce per svalutare l’immagine del gruppo che un tempo era sinonimo di stile, lusso ed esclusività. Dalle 10mila borse prodotte all’anno, si è passati a 700mila, e quelle contraffatte sono ancora di più, considerando che in Estremo Oriente sono più gli articoli falsi che quelli veri.

Inoltre, i prodotti si diversificano fin troppo: come riporta La Stampa, “nel ’75 esce la prima bottiglia di profumo da donna. E piano piano appaiono i jeans, la gioielleria, i gemelli e i portachiavi per il regalo natalizio massificato, persino una racchetta da tennis”.

Al settembre 1985, la società è così divisa: 50% a Maurizio Gucci, 40% ad Aldo Gucci, 3,33% Paolo Gucci, 3,33 Roberto Gucci, 3,33% Giorgio Gucci. I guai però sono solo iniziati, visto che, mentre Aldo Gucci è sotto inchiesta per evasione fiscale negli Stati Uniti, Maurizio in Italia viene accusato dalla magistratura di aver falsificato post mortem la firma di suo padre Rodolfo sul documento in cui gli veniva donata (evitando così onerosissime tasse di successione) la sua fetta di società.

Se nel film la falsificazione della firma è dovuta all’abilità della moglie Patrizia Reggiani/Lady Gaga, nella realtà l’accusa fu rivolta a un’impiegata della sede milanese, “su esplicita richiesta” di Maurizio Gucci.

Qui una rara intervista a Paolo, Maurizio e Aldo Gucci sulle loro controversie legali:

Presto però Maurizio assume una posizione sempre più centrale: nel 1988 Aldo e i figli Giorgio e Paolo vendono le proprie quote alla banca Morgan Stanley, che rappresenta la società di investimenti del Barahin  Investcorp, e Aldo li imita, lasciando quindi Maurizio con il 50% e Roberto con il solo 2,2%.

Nel giugno 1987 Gucci fa “perdere le sue tracce”, nei fatti rifugiando in Svizzera, poco prima dell’emissione di un provvedimento di cattura da parte della magistratura fiorentina, a causa di reati fiscali legati proprio all’acquisto del celebre veliero “Creole”. Solo un anno dopo, a luglio 1988, i giudici stabiliscono che Maurizio può tornare in Italia senza rischi, e nel 1989 la divisione delle quote è ormai equa: 50% a Maurizio Gucci, 50% agli arabi della Investcorp, con Gucci presidente.

La rinascita del marchio

Quando torna in azienda come leader assoluto, senza più i tanti parenti a frenare le sue ambizioni, Maurizio Gucci compie delle scelte che si riveleranno poi decisive per il rilancio del marchio famigliare, che negli anni successivi compirà un balzo enorme in quanto a prestigio e fatturato.

Spetta infatti a Maurizio, come si vede anche in House of Gucci, la scelta della nuova direttrice creative Dawn Mello, che a sua volta punta tutto su un designer texano fino ad allora sconosciuto, Tom Ford, che diventerà una stella di prima grandezza nel mondo della moda e renderà la Gucci ciò che è rimasta fino ad oggi.

Come si legge in Fashion Brands: Branding Style from Armani to Zara di Mark Tungate, “Insieme a Burberry, Gucci è probabilmente il miglior esempio di cambio d’immagine nella storia della moda. La storia della sua reinvenzione è così venerata che ‘fare un colpo alla Gucci’ è diventata una frase fatta, sussurrata come un mantra da tutti coloro che cercano di resuscitare una reliquia firmata. Dopo il successo di Gucci, tutti pensano di poter prendere un’etichetta quasi dimenticata e aggiornarla in un modo cool e iconoclasta. Sfortunatamente, non tutti sono Tom Ford”.

Per Maurizio Gucci, però, la gloria sarà breve, visto che nel 1993 la finanziaria Investcorp acquista anche le sue quote, detenendo così il 100% del capitale e di fatto estromettendo l’ultimo dei Gucci dall’azienda di famiglia. Il commento della Reggiani sarà: “La rinuncia a un marchio così prestigioso è dovuta solo all’inettitudine e al fallimento manageriale di Maurizio”.

LEGGI ANCHE: House of Gucci: com’è glamour l’omicidio | La recensione

La premeditazione dell’omicidio

Maurizio Gucci, nei fatti, smette di essere sposato con Patrizia Reggiani già nel 1985, legandosi ad altre donne e vivendo in residenze separate. È però solo nel 1994 che arriva il divorzio ufficiale, dopo che il 24 dicembre 1993 i due, a Sankt Moritz, avevano firmato un “promemoria d’intenti” in cui lui si impegnava a versare a lei 1,1 milioni di franchi svizzeri l’anno per tutta la vita.

Nel frattempo, la nuova compagna di Gucci, Paola Franchi, si è trasferita con lui nell’appartamento di Corso Venezia a Milano, e la Reggiani risiede in un attico, Galleria Passarella, in Piazza San Babila.

Da quando è stata lasciata, però, la Reggiani non ha mai davvero accettato l’idea di non essere più “la signora Gucci”, e chi la frequenta riferisce di dichiarazioni sempre più ossessive rispetto all’ex marito, doppiamente colpevole per essere vicino a un nuovo matrimonio e per aver abbandonato l’azienda di famiglia di cui poteva essere il timoniere.

È in questo clima che, secondo quanto hanno ricostruito le indagini, la Reggiani comincia in modo sempre più insistente a rivolgersi a una sua amica e confidente di lunga data, Giuseppina (detta Pina) Auriemma, originaria di Somma Vesuviana, Napoli, e conosciuta già negli anni Settanta al Jolly Hotel di Ischia.

La donna (interpretata nel film da Salma Hayek) viene spesso definita una “maga”, una cartomante, sebbene lei smentisca, e da anni ormai è l’amica più fidata della Reggiani, che con lei si sente più a suo agio che con le signore bene di Milano che non la vedono di buon occhio.

Nella mente della Reggiani comincia a farsi strada il desiderio sempre più forte di vedere l’ex marito morto, ed è lei stessa che ammette di aver chiesto di ucciderlo praticamente a chiunque, “anche al salumiere”. Nelle sue deposizioni alla polizia, la governante di casa, Alda Rizzi, dichiarerà che “già nel 1990 Patrizia mi chiese alcune volte se potevo, tramite il mio fidanzato Luciano Punta, ora mio marito, trovare un killer per uccidere il dottor Gucci. Le feci notare la gravità di quella richiesta, e lei mi disse che non stava affatto scherzando, e che anzi avrebbe pagato tutto quello che sarebbe stato necessario”.

In una chiamata rimasta registrata sul nastro di una segreteria telefonica, la voce della Reggiani minaccia così l’ex marito: “Maurizio, non ti darò un attimo di pace. La vendetta è anche degli angeli. Hai tentato di schiacciarmi ma non ci sei riuscito. L’inferno per te deve ancora venire”.

Le cose però si fanno pericolosamente serie quando, grazie all’intermediazione di Pina Auriemma, viene coinvolto un portiere d’albergo campano, Ivano Savioni, che in cambio di denaro trova due killer disponibili sul serio a uccidere Gucci, Benedetto Ceraulo e Orazio Cicala.

Secondo una recente intervista della Auriemma, le cose andarono così: “Le ho detto che avrei trovato qualcuno disponibile ad ammazzare Maurizio. Ho contattato Ivano Savioni, era il portiere di un piccolo albergo di Milano. Non era un criminale, aveva solo bisogno di qualche soldo. Ma in realtà non c’era nessun vero piano per uccidere. Volevo tenere buona Patrizia e far sì che non accadesse nulla”.

Le cose però vanno diversamente: ci sono diversi incontri diretti tra la Reggiani e Savioni, e vengono messi sul piatto 600 milioni di lire, di cui una prima parte prima del delitto e una seconda tranche a fatto compiuto.

Il giorno dell’omicidio

Milano, 27 marzo 1995 ore 9. Maurizio Gucci ha 47 anni e da due non si occupa più dell’azienda di famiglia. Ha trascorso la notte nel suo appartamento di Corso Venezia, che divide con la compagna Paola Franchi, e si dirige a piedi verso gli uffici della sua società, la Viersee Italia, che hanno sede in via Palestro 20.

Gucci è appena entrato nell’atrio del palazzo, salutato dal portiere del condominio Pino Onorato, quando un uomo dietro di lui scende da una Clio verde, lo raggiunge e gli spara quattro colpi, di cui uno alla testa.

Gucci è morto, il killer fugge, il portiere ha la forza di inseguirlo e viene a sua volta ferito da altri due colpi, all’avambraccio e alla spalla sinistra. Nell’auto, il complice aspetta l’esecutore dell’omicidio per fuggire, e nessuno riesce a braccare i due uomini in fuga.

Si tratta di Benedetto Ceraulo (colui che ha premuto il grilletto) e Orazio Cicala (l’autista), entrambi incensurati se non per qualche reato minore non lontanamente paragonabile all’omicidio.

Come è normale, la notizia della morte dell’”ultimo Gucci” rimbalza immediatamente sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, e cominciano le più svariate ipotesi rispetto al movente dell’omicidio: una vendetta mafiosa, un regolamento di conti per investimenti rischiosi, debiti, soldi. Secondo il TG1, “Gli inquirenti paiono accreditare la faida finanziaria”.

Nel coro di voci, si fa notare quella dell’ex moglie Patrizia Reggiani, di cui il Corriere della sera, il giorno stesso del delitto, riporta queste parole: “Umanamente mi dispiace, ma dal punto di vista personale non posso dire la stessa cosa”. Come se non bastasse, poche ore dopo la Reggiani si presente, accompagnata da un avvocato, in casa dell’ex marito e fa sapere alla nuova compagna Paola Franchi che deve lasciare quanto prima la casa di Corso Venezia 38 che condivideva con Gucci.

In quanto rappresentante legale della figlia Allegra, minorenne, la Reggiani è ora direttamente responsabile del patrimonio dell’ex marito, e a nulla vale il fatto che da dieci anni non fosse più legata a Maurizio.

Ancora: è sempre il Corriere della sera che, a puntate come fosse un feuilleton, pubblica tre estratti da un manoscritto non ancora pubblicato della Reggiani in cui si fanno riferimenti romanzati piuttosto espliciti alla sua vita e compaiono strani presagi. Dopo aver definito Paola Franchi (o meglio il suo alter ego letterario) una donna “con un carattere orrendo e insopportabile, così capricciosa e ostinata, così moralista, così rompiscatole”, aggiungeva parlando di Maurizio: “C’è chi muore per un incidente d’auto, chi per una qualunque malattia, e chi ha il privilegio di diventare il bersaglio di qualche killer a pagamento”.

La polizia, però, come si suol dire, brancola nel buio, almeno pubblicamente, e per due lunghi anni del movente del delitto Gucci non si sa nulla.

Gli arresti e le condanne

La svolta avviene il 31 gennaio 1997: alle 4:30 circa scattano contemporaneamente gli arresti nei confronti di Patrizia Reggiani, Pina Auriemma, Ivano Savioni, Benedetto Ceraulo e Orazio Cicala.

La donna apre alla porta e una squadra di poliziotti le intima di seguirla. Lei sembra quasi annoiata, le chiedono: “Lo sa perché?”, e lei: “Sì, per l’omicidio di mio marito”. Esce di casa con gioielli e pelliccia, il capo della Criminalpol Filippo Ninni le consiglia di non portarli, lei rifiuta. Quando arrivano al commissariato, uno scherzo del destino fa sì che la sede della polizia sia proprio in piazza San Sepolcro, di fronte alla chiesa dove aveva sposato Maurizio Gucci venticinque anni prima.

Come spesso accade, tutto si è sbloccato a causa di una questione di soldi: la Gucci è infatti ancora in debito di circa 100 milioni con gli assassini del suo ex marito, e sembra non essere decisa a sborsarli. Dopo ripetute insistenze con la Auriemma come intermediaria, i tre uomini pensano addirittura di minacciarla grazie all’aiuto di un presunto criminale “vero”.

Come ricostruisce la Repubblica, “la soluzione arrivò dalle vanterie di Ivano Savioni, portiere d’albergo che all’amico Gabriele Carpanese, che si era presentato come narcotrafficante legato ai colombiani, aveva raccontato di aver organizzato l’omicidio Gucci. Carpanese disse tutto alla Criminalpol e, in meno di un mese, si arrivò (31 gennaio 1997) all’arresto dei cinque accusati dell’omicidio.”

Una volta compreso di essere stato incastrato, con microspie che avevano registrato ogni recente conversazione con la Auriemma, Savioni rivela infatti alla polizia: “Abbiamo incassato il primo acconto, ma non ci decidevamo a metterci in moto. Poi Patrizia è tornata alla carica. A quel punto Orazio s’è rivolto al suo amico Benedetto, io non lo conoscevo, avevo anche un po’ paura di lui. Della fase finale non mi sono occupato, che avevano ammazzato Gucci l’ho saputo una mattina accendendo la radio”.

Nel frattempo, Auriemma e Reggiani fanno rimbalzare accuse di responsabilità, con la prima che si dice ricattata e costretta a fornire il denaro per proteggere le sue figlie dalle minacce dei malavitosi, e la “maga” campana che sostiene di aver voluto solo estorcere del denaro all’amica senza pensare che il delitto si sarebbe compiuto davvero.

La Reggiani tira in ballo anche l’operazione subita per un tumore benigno al cervello nel 1992, per la quale chiede l’infermità mentale, che però non le sarà accordata.

Il processo comincia l’11 maggio 1998, e come dimostra l’audio dell’ultima udienza diffuso dal sito di Radio Radicale (oltre alle altre udienze anch’esse presenti sul sito), il 3 novembre si giunge alle seguenti condanne: ergastolo all’esecutore materiale dell’omicidio Benedetto Ceraulo; 29 anni a Patrizia Reggiani, 29 anni all’autista Orazio Cicala; 25 anni a Pina Auriemma e 26 anni a Ivano Savioni:

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Le motivazioni fanno riferimento ai “torti” che la Reggiani imputava all’ex marito: “L’ essere detentore di un formidabile patrimonio e di uno status sociale ancora internazionalmente noto e l’averle tolto – con il divorzio – una serie di benefici, di lussi, di prerogative cui Patrizia Reggiani non intendeva rinunciare”.

Nel 2000 il processo d’appello conferma le condanne con una riduzione delle pene, e nel 2001 la Cassazione infligge le pene definitive: 28 anni per Ceraulo (che oggi è libero), 19 anni alla Auriemma (libera dal 2010), 20 anni a Savioni (ora libero), 26 anni a Cicala (deceduto) e 26 anni alla Reggiani.

Il finale

Patrizia Reggiani entra in carcere nel 1997 e da subito non sembra particolarmente disperata all’idea di trascorrere decenni a San Vittore: nella sua prima intervista dopo l’arresto, le sue lamentele riguardano il freddo, il dispiacere per non avere con sé la borsa dei trucchi e i compromessi con le compagne di cella rispetto a cosa guardare in tv.

Nel 2002 un’intervista in carcere alla Reggiani da parte di Franca Leosini compare sul programma RAI Storie maledette, e vi si nota una donna abbigliata di tutto punto e decisamente lucida, che non esita a parlare delle sue ragioni: “un’estrema voglia di vendetta”, e un odio scaturito da ragioni sentimentali e dal dispiacere per le figlie a suo dire abbandonate dal padre.

Con freddezza risponde anche di non vedere Paola Franchi come una rivale, come a sminuirne l’importanza, e quando le si chiede delle sensazioni provate alla morte del marito, dichiara: “Di forte sgomento, mi sono sentita completamente persa. Poi un senso di profondo sollievo, finalmente questo qui è scomparso”.

Nel 2011 ha legalmente diritto a usufruire della semilibertà, che le permetterebbe di uscire dal carcere dedicandosi a un’attività lavorativa, ma decide di non presentare istanza per la richiesta perché “non ha mai lavorato in vita sua”, e preferisce quindi restare a San Vittore, dove ha un furetto come animale di compagnia.

Nel 2013 cambia idea e comincia a lavorare presso un marchio di moda, Bozart come “consulente di stile”, e il 20 febbraio 2017 viene definitivamente rimessa in libertà.

L’ultimo scherzo del destino è quello della Corte d’Appello di Milano, che nello stesso anno stabilisce che le figlie, che ormai hanno tagliato ogni contatto con la madre, dovranno versare alla Reggiani un vitalizio di un milione di euro l’anno, oltre a 24 milioni di arretrati maturati durante la lunga detenzione, in forza dell’accordo “a vita” stipulato con l’ex marito nel 1993.

La storia della gloriosa casa Gucci, per ora, termina così.

LEGGI ANCHE: House of Gucci: com’è glamour l’omicidio | La recensione

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