Licorice Pizza: I ragazzi che si amano | Recensione

Where were you in ’62?, “Dov’eravate nel ’62?”: così recitavano nel 1973 le locandine di American Graffiti di George Lucas, che dipingeva con infinita nostalgia l’estate californiana di appena un decennio prima. Allo stesso modo, in un gioco di riflessi ultradecennale, oggi si potrebbe scrivere “Dov’eravate nel ’73?” per promuovere Licorice Pizza, l’ultimo film di Paul Thomas Anderson ambientato proprio in California e proprio nel 1973.

A questa domanda, il regista potrebbe rispondere che si trovava proprio lì: a Encino, sobborgo nella valley di Los Angeles, e nonostante avesse solo tre anni, quelle atmosfere californiane a metà tra la Summer of love e la Famiglia Manson devono essergli rimaste addosso, visto che dopo Boogie Nights (1997) e Vizio di forma (2014), questo è il terzo film che ambienta in quel luogo e in quell’epoca.

Se però il dove e il quando sono gli stessi, quello che stavolta è completamente diverso è il come: laddove PTA ci aveva abituati a un cinema raffinato e ambizioso, stilizzato e spesso freddo, all’età di cinquantun anni il regista losangelino ci trascina in un film adolescente come i suoi protagonisti, e quindi illogico, libero, avventuroso e decisamente più preoccupato del cuore che della mente.

I protagonisti in questione, che anche se non dovessero recitare in altri film si saranno guadagnati un posticino sicuro nella storia del cinema, sono incredibilmente due esordienti: da una parte Cooper Hoffman, figlio dell’indimenticato Philip Seymour Hoffman, nel ruolo del quindicenne Gary Valentine; dall’altra Alana Haim, già musicista col trio delle Haim, nel ruolo della quasi omonima Alana Kane, venticinquenne.

Il film parte spedito senza grandi introduzioni: Alana è l’assistente di un fotografo impegnato con le foto per l’annuario di un liceo, e mentre recluta adolescenti per gli scatti, diventa l’oggetto del desiderio di Gary in trenta secondi netti. I due, visto il decennio di differenza, non hanno praticamente nulla in comune tranne una distanza piuttosto decisa dai tipici canoni di bellezza hollywoodiani, il che rende il film una delle più grandi esposizioni di brufoli della storia del cinema. Gary però, come scopriremo rapidamente, non è uomo capace di darsi per vinto, e con la sua parlantina e il suo ottimismo convince la ragazza ad accettare una cena con lui, seppur tra mille tentennamenti.

Lui è un attore di terza categoria con il dono di farsi amiche le persone; lei fa lavoretti poco ambiziosi e vive con i genitori (di solida fede ebraica) e due sorelle; lui è un inguaribile ottimista sempre pronto a iniziare un nuovo lavoro, anche alla sua tenera età; lei è delusa dalla vita e non le dispiace farsi trascinare in qualcosa che la distragga; lui è sorridente e romantico; lei (quasi sempre) burbera e spigolosa.

Sarà l’inizio di un amore impossibile, incentrato sulla caparbietà di Gary (un novello Antoine Doinel truffautiano) e sulla resistenza della sua musa, che per quanto intenta a ripetere che si tratti soltanto di amicizia non riesce a staccarsi da quel teenager dai capelli rossi, e allontana ripetutamente da se stessa i sentimenti che prova.

Sul leit motiv dell’amore/odio tra questa strana coppia, più intenta a bisticciare che a scambiarsi tenerezze, Anderson costruisce un film essenzialmente senza trama, che va avanti per episodi e scenari diversi, inserendo nell’affresco la nostalgia dei Seventies ma anche e soprattutto la nostalgia dell’adolescenza, così come la crisi petrolifera e David Bowie, le follie dei divi di Hollywood e le sale giochi piene di flipper.

Come fossimo in un episodio delle Simpatiche canaglie degli anni Trenta o in Piccoli gangsters (1976), anche qui i ragazzini sembrano poter fare tutto quello che fanno i grandi, senza nessuna preoccupazione per la verosimiglianza: ecco così apparire negozi di materassi ad acqua gestiti da quindicenni, camion che trasportano marmocchi e poliziotti che arrestano minori per omicidio come niente fosse.

Prendendo a piene mani dall’altro Anderson, Wes, il buon Paul Thomas crea un mondo simil-Rushmore in cui un liceale con le idee chiare, una capacità imprenditoriale unica e un’incredibile fiducia in se stesso può riuscire, sospinto dalla sua perseveranza contagiosa, a conquistare soldi, popolarità e forse il suo amore impossibile.

D’altronde, gli adulti presenti non sono mai troppo rassicuranti né davvero adulti: uno strepitoso e autoironico Sean Penn nei panni di un brizzolato divo del cinema, che si fa convincere da un folle (e adorabile) Tom Waits a realizzare uno stunt in motocicletta dopo qualche bicchiere di troppo; un’attrice anzianotta ispirata a Lucille Ball che maltratta i suoi compagni di scena minorenni; un Bradley Cooper totalmente fuori di testa nei panni di Jon Peters, personaggio reale che all’epoca si divideva tra i ruoli di parrucchiere delle star, produttore cinematografico e fidanzato di Barbra Streisand; il proprietario americano di un ristorante di sushi che, in alcune scene un po’ fuori luogo in quanto a politicamente corretto, colleziona mogli giapponesi alle quali parla imitandone l’accento.

Il resto è zero Paul Thomas Anderson, e pura materia prima da film di Cameron Crowe (Almost Famous) o Richard Linklater (La vita è un sogno, Tutti vogliono qualcosa): vestiario memorabile, fotografia granulosa e analogica, una colonna sonora che vi farà chiedere come avete fatto finora a non innamorarvi perdutamente di Let Me Roll It di Paul McCartney, corse in macchina, tensioni tra genitori e figli e soprattutto un ingrediente cardine: l’amore.

Amore inteso nella maniera più anti-cerebrale possibile, l’esatto contrario de Il filo nascosto (2017) e Ubriaco d’amore (2002) (incredibilmente dello stesso regista), ma fatto in questo caso di desiderio non soddisfatto, illusioni, gelosie, rancori, corse a perdifiato come in Manhattan, dita che si sfiorano timorose, sentimenti repressi o troppo manifesti.

Che senso avrebbe, infatti, il rapporto addirittura illegale tra una venticinquenne e un quindicenne se il tutto fosse troppo ammantato di razionalità e realismo? Che senso avrebbero in quel caso le avventure sfilacciate di questa gang di brufolosi che dovrebbero teoricamente far parte di una coming of age story, ma in cui in realtà nessuno diventa grande? Se però la voluta immaturità, la voluta leggerezza, la voluta mancanza di ambizioni epiche o intellettuali, produce tanta genuinità, perché lamentarsene?

Licorice Pizza, il cui titolo si ispira al nome di una catena reale di negozi di vinili (per l’appunto, “pizze alla liquirizia”), si differenzia da un altro affresco di quella California come era stato C’era una volta… a Hollywood (2019) di Tarantino nel non voler ambire a chissà quale rimodellamento della Storia, né tenere in piedi una trama che abbia un suo arco, un qualcosa che la sospinga, una sceneggiatura degna di questo nome. Come il suo maestro Altman, Anderson preferisce inanellare sequenze piuttosto che costruire un ingranaggio perfetto di cause e conseguenze. E come ha fatto Sorrentino in È stata la mano di Dio, si spoglia di (quasi) ogni vezzo d’autore, e si concentra su una poetica che può essere apprezzata solo guardandola senza cinismo e disincanto.

Questo è in fondo un film fatto per essere amato da un adolescente o da chi sia innamorato come un adolescente, e che fa venire voglia di essere innamorato come un adolescente a chi non lo sia: visto anche con solo un po’ di razionalità e di maturità di troppo perderà tutta la sua magia, ma se si è capaci di perdersi nella sua illusione, si finirà per voler credere sul serio alle parole fiduciose dell’eterno ottimista Gary: “Io non ti dimenticherò. E tu non dimenticherai me”.


Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson (2021) uscirà nei cinema italiani il il 17 marzo 2022.

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